Il progetto della Casa di culto colombiana

Il progetto della Casa di culto colombiana

Il progetto della Casa di culto baha’i locale nella regione colombiana del Norte del Cauca è stato presentato domenica scorsa durante un incontro che si è svolto nel terreno dove sorgerà l’edificio.

Una piccola equipe della ditta colombiana appaltatrice, CUNA, ha presentato il progetto a 500 persone provenienti dalla regione e da altri territori. Parlando a nome della ditta, Eduard Lopez, uno degli architetti che lavorano per il progetto, ha espresso la gratitudine dell’equipe per aver avuto l’opportunità di partecipare a questa iniziativa.

Parlando di come l’equipe ha sviluppato il progetto, il signor Lopez ha spiegato che i suoi membri hanno dedicato molte ore per mesi a visitare varie comunità e gruppi nel Norte del Cacua. Hanno ascoltato le loro idee e i loro pensieri sulla Casa di culto e partecipato alle loro attività per costruire la comunità, in modo da comprendere le loro aspirazioni.

«Abbiamo capito che questa costruzione è per voi emotivamente coinvolgente», ha detto. «Lo è anche per noi».

«Dicono che il progetto di questa Casa di culto è opera nostra». Ma in realtà è opera di tutti voi. Noi ci siamo limitati a esprimere le vostre idee».

Il signor Lopez ha proseguito spiegando che l’equipe ha studiato l’ambiente naturale e l’architettura delle case della regione per preparare un progetto che fosse in armonia non solo con la cultura del luogo, ma anche con l’ambiente fisico.

«Abbiamo scelto il materiale per l’edificio con molte varianti in mente», ha spiegato il signor Lopez. «Volevamo materiali locali, materiali che non danneggiassero l’ambiente naturale».

«I principali concetti sui quali si fonda il progetto sono semplicità e unità. Così noi pensiamo che Dio abbia fatto la natura», ha aggiunto.

In una lettera indirizzata ai baha’i del mondo il 1° agosto 2014, la Casa Universale di Giustizia ha spiegato la natura del compito degli architetti che avrebbero lavorato per i progetti delle Case di culto baha’i locali che si devono prossimamente costruire in sette località del mondo:

«Gli architetti devono affrontare la singolare sfida di progettare Templi «quant’è possibile perfett[i] nel mondo dell’essere» che si armonizzino con naturalezza con la cultura locale e con la vita quotidiana di coloro che vi si riuniranno per pregare e meditare. Il compito richiede creatività e competenza per combinare bellezza, grazia e dignità con modestia, funzionalità ed economia».

Norte del Cacua comprende varie cittadine intervallate da vasti campi di canna da zucchero. È una regione per lo più rurale. Il terreno della Casa di culto si trova nella piccola comunità di Agua Azul. Sullo sfondo ci sono le Ande.

In questo territorio, alle tre del pomeriggio di domenica scorsa l’equipe di architetti ha presentato il progetto del Tempio.

La presentazione è stata preceduta da una danza tradizionale colombiana e da canti eseguiti dalla comunità. C’era un’aria di eccitazione mentre la gente affluiva sotto le tende erette nel terreno del Tempio, esattamente là dove sorgerà l’edificio centrale.

«Erano mesi che aspettavamo questo momento», ha spiegato Nilma Aguilar Vilas, nata nei sobborghi di Puerto Tejada, una cittadina che dista pochi chilometri dal terreno del Tempio.

La signora Vilas è una delle molte persone di Puerto Tejada che ha abbracciato la Fede baha’i agli inizi degli anni 1980 e ha incominciato a partecipare ai programmi educativi ispirati dai suoi insegnamenti.

«Tutti i miei amici hanno poi studiato in questi programmi», ha detto. «Molte giovani donne hanno ricevuto un’educazione da quei programmi e sono state quelle che hanno reso quest’area molto diversa».

Anche Monica Campos è nata nel Norte del Cacua, nella piccola cittadina di Santander de Quilichao. Riflettendo sul contesto storico che aveva portato la Casa di culto alla sua gente, ha spiegato che «la Casa di culto è la materializzazione di quarant’anni di sviluppo nel Norte del Cacua. In questi decenni mentre la Fede baha’i si sviluppava in questa regione anche la regione si è sviluppata assieme ad essa».

«Comprendere questo contesto storico», ha proseguito, «ci aiuta a capire che questa Casa di culto appartiene a tutta la popolazione della regione».

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Una nuova relazione sulle mancate promesse iraniane riguardo i diritti umani

Una nuova relazione sulle mancate promesse iraniane riguardo i diritti umani

L’Iran ha completamente disatteso una serie di promesse che ha fatto quattro anni fa sul trattamento dei baha’i iraniani, dice la Baha’i International Community in una nuova relazione.

Intitolata «Promesse disattese» e lanciata oggi nel quartier generale delle Nazioni Unite a Ginevra, la relazione esamina 34 specifiche promesse fatte dall’Iran nel febbraio 2010 al Consiglio dell’ONU per i diritti umani, promesse che potevano rimediare alle violazioni dei diritti dei membri della comunità baha’i in Iran.

«L’Iran ha del tutto disatteso gli impegni presi, quattro anni fa davanti al Consiglio per i diritti umani, di migliorare la situazione dei diritti umani quanto al suo trattamento dei baha’i», ha detto Diane Alai, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra, parlando della relazione.

«Il Consiglio si basa sull’idea che i membri siano onesti e sinceri nel loro impegno verso i diritti umani e la storia delle “promesse disattese” dell’Iran è una triste testimonianza del divario fra la retorica del paese e la realtà», ha detto la signora Alai.

L’Iran ha fatto le sue promesse durante una procedura nota come Riesame periodico universale (UPR). Ogni stato membro subisce l’UPR ogni quattro anni. Questa procedura esamina la situazione dei diritti umani nei vari stati trattando tutti gli stati nello stesso modo. L’Iran ha avuto il suo primo UPR nel febbraio 2010 e lo riavrà nell’ottobre 2014.

Nel 2010, l’Iran ha accettato 123 raccomandazioni fatte da altri paesi su alcuni provvedimenti specifici che avrebbe potuto adottare per migliorare la sua situazione dei diritti umani.

Quattro di quelle raccomandazioni riguardavano specificamente il trattamento della comunità baha’i in Iran.

Specificamente tre raccomandazioni accettate dall’Iran chiedevano un processo «equo e trasparente» per i sette dirigenti baha’i iraniani, che in effetti erano sotto processo nel 2010 durante l’UPR.

«Purtroppo, come tutti sanno, quel processo è stato caratterizzato da numerose violazioni di un equo processo, per esempio si è svolto a porte chiuse e ci sono stati molti errori giudiziari», ha detto la signora Alai. I loro legali hanno detto che l’atto di accusa contro i sette sembrava «una dichiarazione politica, piuttosto che un documento legale» ed è stato «scritto senza presentare alcuna prova delle accuse mosse».

Un’altra raccomandazione chiedeva all’Iran di «sottoporre a giudizio» coloro che fomentavano l’odio contro i baha’i.

«Ma nella prima metà del 2014 il numero degli attacchi sui media è nettamente cresciuto, da 55 casi in gennaio ad almeno 565 in giugno», ha detto la signora Alai, leggendo le statistiche della relazione. «E il governo non ha fatto nulla, perché gli attacchi sono pubblicati per istigazione del governo stesso

«Ai baha’i è negato l’accesso a tutti i mass media attraverso quali potrebbero confutare le mistificazioni e le false accuse mosse contro di loro e la loro fede, che si prefiggono di aizzare l’intera popolazione contro i baha’i e di giustificare la loro persecuzione», ha detto la signora Alai.

Altre 26 raccomandazioni riguardano alcuni diritti umani, come la protezione dalla tortura o la libertà da discriminazioni economiche ed educative, cose che negli ultimi anni sono state negate ai baha’i iraniani.

«La nostra relazione dimostra, raccomandazione per raccomandazione, che l’Iran non ha mantenuto nessuno dei suoi impegni», ha detto la signora Alai.

In questo momento oltre cento baha’i sono in prigione, ha detto, unicamente per le loro convinzioni religiose.

Ieri durante la presentazione della relazione, che ha avuto luogo nella sala XXIV del Palazzo delle nazioni, era presente anche Mahnaz Parakand, uno dei legali che ha contribuito alla difesa dei sette dirigenti durante il processo nel 2010.

La signora Parakand ha detto che era chiaro che l’esito del processo era già stato deciso.

«La magistratura è divenuta uno strumento per limitare la libertà delle persone», ha detto la signora Parakand. «I giudici del tribunale rivoluzionario sono diventati macchine che si limitano a firmare le sentenze decise dal Ministero dei servizi segreti.

«Tutto nello svolgimento del processo ha dimostrato che si trattava del processo della comunità baha’i in Iran e non dei sette dirigenti», ha detto la signora Parakand.

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In Malesia, musica e preghiere esprimono la speranza di una maggiore armonia

In Malesia, musica e preghiere esprimono la speranza di una maggiore armonia

Centinaia di malesi hanno partecipato assieme a dignitari del governo, di comunità religiose e di altre organizzazioni a un incontro musicale di preghiera che si proponeva di migliorare l’armonia razziale e religiosa nel paese.

Domenica 31 agosto, settecento persone hanno partecipato al Merdeka Unity Devotional organizzato dalla comunità baha’i malese in seguito alla richiesta del governo di indire molti incontri di preghiera in occasione del giorno dell’indipendenza.

«È evidente che negli ultimi decenni le forze sprigionate dalla nostra mescolanza etnica sono cresciute», ha osservato il membro del parlamento Tan Sri Joseph Kurup, ministro nel Dipartimento del Primo Ministro, che è stato l’ospite d’onore dell’incontro.

«Le nostre comunità sembrano essersi divise . . . la diversità è diminuita nelle nostre scuole e le nostre comunità sono maggiormente radicalizzate, Non è un problema che possiamo ignorare nella speranza che scompaia», ha detto.

Il signor Kurup ha espresso la sua «più profonda gratitudine» alla comunità baha’i «per il suo duro lavoro per promuovere e preservare l’unità per le future generazioni».

Ma «non possiamo accontentarci di avere incontri di preghiera come questo una volta l’anno», ha aggiunto. «Raccomandiamo alle persone delle varie provenienze e fedi nei nostri quartieri di riunirsi in preghiera nelle case, ogni qual volta sia possibile».

La signora Sarojini Pasupathy, membro della Federazione delle organizzazioni malesi e cingalesi, ha espresso il suo apprezzamento della comunità baha’i dicendo: «Per la prima volta dopo una prolungata sensazione di divisione, ho sentito l’unità dei malesi».

«È stato così bello e commovente. Se avremo un maggior numero di funzioni come la vostra, vinceremo definitivamente questa tendenza negativa e rifaremo della Malesia un paese armonioso».

Un coro di 95 persone ha cantato arrangiamenti musicali di sacre scritture. C’è stato anche un pregnante momento di silenzio in ricordo delle 300 persone, passeggeri ed equipaggio, che il 17 luglio u.s. hanno perso la vita nel volo MH17 delle linee aeree malesi.

L’incontro segnava il culmine del primo festival musicale baha’i della Malesia che aveva avuto inizio due giorni prima nel centro baha’i di Subang Jaya, che si trova a circa 20 chilometri a occidente della capitale Kuala Lumpur.

Di età compresa fra 9 e 62 anni, i partecipanti al Festival sono venuti da tutta la Malesia e da Singapore per discutere le loro esperienze sulla costruzione di comunità nelle rispettive località. Durante i seminari essi hanno esibito i loro talenti musicali, hanno imparato a lavorare con un maggior spirito di collaborazione e hanno trovato modi per impiegare i loro talenti per sviluppare ulteriormente le rispettive comunità.

Il partecipante più anziano, noto come zio Chin e venuto dallo stato di Sabah, si è unito ai canti in coro, ha composto musica con un gruppo e ha suonato il tamburo assieme agli altri per dare il ritmo.

«Se pensate di essere troppo vecchi, non posso aiutarvi», ha detto scherzosamente ai suoi compagni musicisti- «Ma se volete sentirvi più giovani e più felici, unitevi a noi».

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La coesistenza religiosa alla luce di recenti eventi

La coesistenza religiosa alla luce di recenti eventi

Quando nell’aprile 2014 un membro del clero islamico iraniano offrì ai baha’i del mondo una riproduzione calligrafia delle parole di Baha’u’llah, compì un gesto senza precedenti che contrastava nettamente con una storia di 170 anni di ininterrotta persecuzione religiosa.

Il dono dell’ayatollah Hamid Masoumi Tehrani alla comunità baha’i è di per sé un evento notevole, ma ciò che merita l’elogio e l’attenzione di tutti è l’intenzione con cui è stato offerto. Il fatto che egli abbia mostrato analoghe aperture verso i cristiani indica che nella sua terra c’è un profondo desiderio di favorire la coesistenza. L’Ayatollah non è solo, moltitudini di persone in Iran e in tutto il mondo vogliono la pace e l’armonia. Molti di loro riconoscono di non sapere come fare a conseguirle.

Un’illustrazione delle circostanze storiche precedenti l’evento del dono di questo presule offre un punto di riferimento nella recente ondata di commenti e risposte sulla coesistenza pacifica da parte di vari capi religiosi in tutto il mondo.

Il contesto storico

Sin dalla fondazione della Fede baha’i nel 1844, i suoi seguaci sono stati sottoposti, sotto i vari governi che si sono succeduti, a un’interminabile ondata di persecuzioni. Oltre 20 mila seguaci sono stati uccisi per le loro convinzioni religiose e migliaia di migliaia sono stati ingiustamente messi in carcere. Esecuzioni capitali, assassinii, torture e aggressioni violente sono state le più aperte forme di persecuzione.

La persecuzione dei baha’i in Iran ha però assunto anche altre forme: confische di proprietà, di centri amministrativi e di Luoghi sacri, profanazioni di alcuni dei più sacri luoghi e dei cimiteri della comunità, atti di vandalismo contro le case e incendi dolosi, vessazione dei bambini baha’i nelle scuole, disseminazione di mistificazioni degli insegnamenti e della storia baha’i in testi di studio usati nelle scuole, esclusione dei giovani dagli studi superiori, arbitrari ritiri di licenze commerciali, chiusura di negozi e l’elenco continua.

I baha’i sono tuttora regolarmente definiti eretici e associati ad atti immorali e pratiche occulte nei sermoni religiosi e nei media sponsorizzati dallo stato. Essi sono anche regolarmente accusati di essere spie di vari governi. E i capi religiosi hanno ripetutamente incitato la popolazione a compiere impunemente atti di violenza contro la comunità.

Dal 1979 oltre duecento baha’i iraniani sono stati uccisi e centinaia sono stati torturati e imprigionati.

E da quando è scoppiata la rivoluzione nessuno dei perpetratori di questi atti criminali è stato portato davanti alla giustizia.

La persecuzione contro i baha’i in Iran non mostra segni di miglioramento perché è una politica del governo del paese. D’altronde i capi religiosi iraniani sono colpevoli di fomentare l’odio e il pregiudizio della popolazione contro la comunità baha’i. Un memorandum del governo iraniano che è trapelato nel 1993 e che prescrive che il progresso dei baha’i nella società iraniana sia «bloccato» porta la firma del supremo capo religioso del paese, Ali Khamenei. E più recentemente il signor Khamenei ha emesso una fatwa che prescrive al popolo iraniano di evitare qualunque interazione con i baha’i.

È sullo sfondo di questo cieco pregiudizio religioso alimentato dai capi religiosi che l’ayatollah Tehrani ha compiuto per primo fra i presuli del suo rango nell’Iran postrivoluzionario il gesto di evidenziare una credenza baha’i di importanza fondamentale tratta dal più sacro testo della Fede e il diritto della comunità di praticare la propria religione nella sua terra d’origine.

I mesi successivi hanno rivelato che il suo gesto risponde a una profonda aspirazione di molte persone di buona volontà in tutto il mondo, compresi i capi di molte religioni e denominazioni, nonché di accademici, giornalisti e difensori dei diritti umani, tanto in Iran quanto nel resto del mondo.

Un mese dopo il dono dell’Ayatollah, alcuni esponenti dei diritti umani in Iran hanno espresso, per la prima volta collettivamente, il loro pubblico sostegno dei baha’i e dei loro ex dirigenti ora imprigionati, in occasione del sesto anniversario della loro detenzione. L’ayatollah Tehrani era presente all’incontro e ha affermato: «le opinioni devono cambiare . . . e io penso che questo sia il momento adatto».

Anche al di fuori dell’Iran, l’iniziativa dell’ayatollah Tehrani ha ispirato le reazioni positive di alcuni alti dignitari del mondo musulmano, stimolando ulteriormente la conversazione sulla coesistenza religiosa che si stava facendo strada nei loro paesi.

Questi risultati hanno colpito la comunità baha’i non perché qualcosa sia per loro cambiato in Iran, dato che le ultime notizie indicano che negli ultimi mesi le persecuzioni contro i baha’i si sono intensificate, ma perché essi toccano una delle più ardenti aspirazioni dei baha’i sin dai primi giorni dell’esistenza della loro religione.

Oltre un secolo fa, quando ‘Abdu’l-Baha, figlio di Baha’u’llah e capo della Fede baha’i dopo il Suo trapasso, Si fermò per un anno in Egitto prima dei Suoi storici viaggi in Occidente, il tema dell’unità religiosa emerse spesso nelle sue interazioni con eminenti personaggi e con i media.

Proseguendo nei Suoi viaggi in Europa e nel Nord America, Egli ripeté in molti discorsi pubblici che, come l’umanità è una, così lo sono anche le religioni e che se le religioni sono molte nell’aspetto esteriore, la loro realtà è una sola, proprio come «i giorni sono molti, ma il sole è uno solo».

Più recentemente, nella sua lettera ai capi religiosi del mondo nel 2002, la Casa Universale di Giustizia ha scritto che il pregiudizio religioso è una forza pericolosa che sta crescendo nel mondo.

«Con il passar dei giorni aumenta il pericolo che i crescenti fuochi del pregiudizio religioso inneschino un incendio mondiale di cui è impossibile prevedere le conseguenze», ha scritto la Casa di Giustizia. «La crisi esige dai capi religiosi una rottura con il passato tanto decisiva quanto quelle che hanno permesso alla società di affrontare gli altrettanto velenosi pregiudizi di razza, di genere e di nazionalità».

Che cosa ci aspetta

La storia ha dimostrato che anche gli atti più piccoli possono avere conseguenze di vasta portata. Anche se l’incidente più spesso citato a questo proposito, l’assassinio dell’arciduca Ferdinando come evento scatenante della prima Guerra mondiale, è negativo, è altrettanto vero che un singolo esempio di altruismo può stimolare un aumento della consapevolezza che alla fine fa progredire un’intera comunità, una società, una nazione, il mondo.

Coloro che cercano di trovare varie soluzioni per il trambusto di cui è preda il Medio Oriente in questo momento ammettono che il pregiudizio e il fanatismo settari sono alla base degli insolubili problemi che affliggono i popoli di quella regione. Il gesto compiuto dall’ayatollah Tehrani, uno dei molti compiuti da molte persone e da molti gruppi motivati dal desiderio di pace, mette in luce un processo parallelo che sta svolgendosi in contrasto con gli orrori che l’estremismo religioso sta infliggendo al mondo, un processo che offre la speranza di un cambiamento costruttivo e la possibilità che in questo gesto si possa raccogliere un seme che, se sarà curato, potrà diventare un albero che a sua volta si trasformerà in una foresta.

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Tre insigni esperti ONU dei diritti umani chiedono di fermare la distruzione del cimitero di Shiraz

Tre insigni esperti ONU dei diritti umani chiedono di fermare la distruzione del cimitero di Shiraz

Tre insigni esperti ONU dei diritti umani hanno chiesto all’Iran di fermare i lavori in corso per la distruzione di un cimitero baha’i storico a Shiraz, dicendo che l’atto è una «inaccettabile» violazione della libertà di religione.

In un comunicato stampa congiunto, Heiner Bielefeldt, relatore speciale per la libertà di religione o di credo, Ahmed Shaheed, relatore speciale sulla situazione dei diritti umani in Iran, e Rita Izsak, esperta indipendente dell’ONU sui temi delle minoranze, hanno detto di essere «costernati» per la notizia che in agosto i lavori di demolizioni sono ripresi.

«I cimiteri, come i luoghi di culto, sono una parte essenziale del modo in cui le persone esercitano ed esprimono il loro diritto alla libertà di religione o di credo. Il loro significato va al di là della presenza fisica», ha detto il dottor Bielefeldt.

«Gli attacchi contro i cimiteri sono inaccettabili e costituiscono una deliberata violazione della libertà di religione o di credo», ha aggiunto. «Il governo dell’Iran deve prendere urgentemente provvedimenti».

Il dottor Shaheed ha detto: «I baha’i hanno riti e pratiche religiose per il trattamento delle salme nei loro cimiteri e il governo ha l’obbligo non solo di rispettarli ma anche di proteggerli dalla distruzione».

La signora Izsak ha raccomandato al governo iraniano di prendere misure concrete per proteggere le minoranze religiose.

«I baha’i sono stati sottoposti a persecuzioni e atti di violenza», ha detto la signora Izsak. «Le autorità devono proteggerli da altre discriminazioni e stigmatizzazioni».

«Si devono prendere provvedimenti per proteggere e preservare il retaggio culturale delle minoranze religiose, compresi i terreni cimiteriali e altri siti di importanza religiosa», ha aggiunto.

Nel cimitero riposano circa 950 baha’i, molti dei quali personaggi storici o eminenti della comunità baha’i in Iran. Vi sono sepolte, per esempio, dieci donne baha’i la cui crudele impiccagione nel 1983 è divenuta simbolo dell’esiziale persecuzione del governo contro i baha’i.

La demolizione del cimitero ha avuto inizio in aprile, per mano delle guardie rivoluzionarie dell’Iran, apparentemente per far posto alla costruzione di un nuovo centro sportivo e culturale.

Dopo lo scavo di una grande buca poco profonda, i lavori di demolizione si sono fermati per diversi mesi davanti alla pressione internazionale e all’espressione di indignazione da parte di iraniani di tutti gli strati sociali.

Ma in agosto è arrivata dall’Iran la notizia che le guardie rivoluzionarie avevano ripreso i lavori di costruzione: sono stati rimossi i resti umani da 30-50 tombe e sono state costruite le fondamenta in cemento armato del complesso, che sembra dover includere una biblioteca, una moschea, un ristorante, un teatro, servizi per l’infanzia e una palestra.

I membri della comunità baha’i di Shiraz si sono appellati alle autorità locali chiedendo di fermare definitivamente i lavori, offrendo una soluzione di compromesso: costruire il complesso sportivo nel luogo ma lontano dalle aree nelle quali i baha’i sono sepolti e trasformare il cimitero in area verde.

Le autorità locali hanno risposto ai baha’i che non hanno potere sulle guardie rivoluzionare, le quali hanno acquistato il terreno tre anni fa.

Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra, ha elogiato la dichiarazione dei tre funzionari dell’ONU.

«Siamo grati per la ferma posizione sulla situazione a Shiraz assunta da questi tre esperti indipendenti sui diritti umani», ha detto la signora Ala’i.

«La dichiarazione del dottor Bielefeld, del dottor Shaheed e della signora Izsak dice chiaramente all’Iran che questi atti sono completamente inaccettabili e che il governo ha la responsabilità di rispettare e mettere in pratica il suo impegno nei confronti della legge per i diritti umani, senza tener conto di chi siano i perpetratori.

«L’attuale governo ha fatto molte promesse sul miglioramento della situazione dei diritti umani in Iran, ma non ha fatto niente. Alle parole devono ora seguire le azioni», ha detto la signora Ala’i.

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L’intensificazione degli arresti indica che in Iran le persecuzioni contro i baha’i proseguono

L’intensificazione degli arresti indica che in Iran le persecuzioni contro i baha’i proseguono

L’arresto di cinque baha’i avvenuto la settimana scorsa a Teheran è un segno dell’intensificazione delle persecuzioni contro i baha’i in Iran negli ultimi mesi.

Da giugno sono stati arrestati almeno 14 baha’i, una piega che dimostra la sistematicità delle persecuzioni contro i baha’i iraniani da parte del governo, malgrado esso affermi di attenersi agli standard internazionali per i diritti umani. A Yazd 20 baha’i che erano stati inizialmente assolti da accuse mosse contro di loro nel 2012 hanno appreso nell’agosto del 2013 che il loro caso era stato riaperto e sono stati condannati a una pena detentiva, malgrado il giudice abbia ammesso che stavano subendo un trattamento ingiusto. I baha’i hanno fatto ricorso contro la sentenza, ma hanno perso il ricorso, un evidente errore giudiziario. Il vicecapo dell’Amministrazione della giustizia ha detto agli avvocati dei baha’i: «Gli accusati sono membri di una setta ostile e non godono dei diritti della cittadinanza».

Oltre 100 baha’i si trovano attualmente in prigione per false accuse collegate strettamente alle loro convinzioni religiose e migliaia di baha’i sono sottoposti a varie forme di discriminazione e di vessazione, come il divieto di accedere alle università e durissime repressioni di carattere economico.

I recenti arresti a Teheran, per esempio, sembrano collegati al persistente sforzo di impedire ai baha’i di guadagnarsi da vivere. Cinque baha’i sono stati arrestati dopo che agenti dei servizi segreti avevano perquisito l’11 agosto u.s. i negozi di ottica dove essi lavoravano. Nel febbraio 2014 a Tabriz un negozio di ottica di proprietà di un baha’i è stato chiuso dalle autorità adducendo la giustificazione di una «saturazione del mercato», ma i proprietari musulmani di negozi ottici nella stessa località non hanno avuto gli stessi problemi. La giustificazione «saturazione del mercato» è stata usata solo con i baha’i. Chiaramente il governo in alcune città nega ai baha’i il diritto di gestire alcuni tipi di attività in base al fatto che troppi baha’i se ne occupano.

Sono stati arrestati i signori Aladdin (Niki) Khanjani e Babak Mobasher, proprietari di negozi, e i signori Naser Arshi-Moghaddam, Ataollah Ashrafi e Rouhollah Monzavi, loro impiegati. Il signor Khanjani è il figlio del signor Jamaloddin Khanjani, uno dei sette dirigenti baha’i che stanno attualmente scontando 20 anni di carcere per false accuse, fra le quali quella di spionaggio.

Gli agenti hanno confiscato i loro computer e altri strumenti elettronici e hanno portato via dai negozi una grande quantità di merce e di prodotti.

Anche un sesto impiegato, che non è baha’i, è stato arrestato, ma il pomeriggio è stato rilasciato.

«Alcuni siti web filo-governativi hanno accusato i cinque di contrabbandare occhiali, ma il fatto che gli agenti abbiano liberato l’unica persona che non è baha’i arrestata durante la perquisizione dimostra che quelle persone sono state arrestate solo per motivi religiosi», ha detto Diane Ala’i, la rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra.

«Inoltre, questo improvviso picco degli arresti di baha’i dimostra che il governo continua a perseguitare i baha’i in tutto l’Iran in svariati modi come bloccandone l’accesso agli studi superiori oppure vessandoli quotidianamente quando cercano di pregare assieme».

La signora Ala’i ha detto che questa vasta oppressione ignora tutti i criteri della giustizia.

«Per esempio 20 baha’i, che erano stati arrestati due anni fa e poi processati a Yazd per accuse false e che erano liberi su cauzione in attesa degli esiti del loro ricorso, sono stati informati in aprile che le loro durissime condanne, per un totale di 58 anni di detenzione per l’intero gruppo, erano state confermate.

«Questa sentenza è stata emessa malgrado il giudice che aveva presieduto il processo avesse apertamente espresso simpatia per gli imputati durante il processo. Evidentemente egli ha ricevuto l’ordine di confermare le loro dure condanne per il crimine di «propaganda contro il regime» di cui erano falsamente accusati.

«È stato riferito che il giudice è stato d’accordo in linea di principio sul fatto che le attività sotto inchiesta erano semplicemente quelle necessarie per rispondere alle esigenze della comunità, come celebrare matrimoni e divorzi, provvedere all’educazione dei bambini, gestire i funerali e aiutare i poveri e i bisognosi.

«In seguito i baha’i hanno fatto ricorso, ma le autorità giudiziarie gli hanno risposto: “Questo è esattamente quello che meritate. Anzi siamo troppo indulgenti. Non avete alcun valore, né tantomeno alcun diritto di cittadinanza”», ha detto la signora Ala’i.

Ecco altri incidenti a danno dei baha’i occorsi negli ultimi mesi:

Il 5 agosto agenti governativi hanno arrestato a Shiraz quattro baha’i. Vahid Dana, Saeid Abedi e Bahiyyeh Moeinipour sono stati arrestati in casa, Adib Haqpazhuh nel posto di lavoro. Finora non si hanno notizie sulla loro sorte.

Il 27 luglio un baha’i di Vilashahr è stato arrestato e percosso dopo che si era rifiutato di lavorare a un programma elettronico segreto per le guardie rivoluzionarie.

L’8 luglio Saghi Fadaie è stata convocata dai servizi segreti a Mashhad. Dopo poche ore è stata condotta nella sua casa, che gli agenti hanno perquisito. Poi è stata portata in prigione.

Il 2 giugno tre baha’i sono stati arrestati a Mashhad. Sono i signori May Kholousi, Dori Amri e Shayan Tafazoli

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Nel Lussemburgo, il Presidente della Camera dei deputati esprime apprezzamento per l’opera della comunità bah a’i

Nel Lussemburgo, il Presidente della Camera dei deputati esprime apprezzamento per l’opera della comunità baha’i

Il Presidente della Camera dei deputati del Lussemburgo ha ringraziato la comunità baha’i per le attività che ha svolto per costruire ponti fra differenti elementi della società.

«Per me l’azione svolta dai baha’i si riassume nella parola “coesione”», ha detto Mars Di Bartolomeo a un centinaio di ospiti riuniti per una celebrazione della Giornata nazionale, il genetliaco di Sua Altezza Rreale Henri, Granduca del Lussemburgo.

«Per la comunità baha’i la formula unità nella diversità è ben più che uno slogan», ha detto il signor Di Bartolomeo, «è la base del loro credo e delle loro azioni».

Il signor Di Bartolomeo ha incominciato il suo discorso con una nota citazione dalle sacre scritture baha’i: «La terra è un solo paese e l’umanità i suoi cittadini».

«Il principio dell’unità del genere umano, insegnato da Baha’u’llah, mi ha toccato il cuore dal primo momento in cui l’ho udito», ha detto.

«Da allora ho avuto l’opportunità di lavorare assieme ai baha’i in alcuni progetti sociali per molti anni … e posso testimoniare la sincerità con cui i baha’i stano cercando di applicare questi insegnamenti».

I baha’i, ha detto, «invitano tutti i loro concittadini a lavorare assieme a loro per il miglioramento della società».

Alla manifestazione, che ha avuto luogo il 26 giugno nel centro nazionale baha’i del Lussemburgo, hanno partecipato altri tre membri del Parlamento, compresa Viviane Loschetter, presidentessa del gruppo parlamentare del Partito Verde. Fra gli ospiti c’erano anche alcuni rappresentanti di gruppi religiosi e della società civile.

Il programma prevedeva anche un discorso introduttivo di Wafa Arzani, presidentessa dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei Baha’i del Lussemburgo, letture dagli scritti baha’i e una presentazione musicale.

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Commemorato il cinquantenario della Casa di culto bahá’í europea

Commemorato il cinquantenario della Casa di culto bahá’í europea

Eminenti personaggi religiosi e politici si sono riuniti a Langenhain (Germania) all’inizio di una programma di festeggiamenti per celebrare il cinquantenario della prima Casa di culto bahá’í nel continente europeo.

Nel ricevimento di apertura che si è svolto nel Centro nazionale bahá’í della Germania il 3 luglio, il Ministro di stato e capo della cancelleria dello stato di Hesse, signor Axel Wintermeyer, ha parlato a un pubblico di circa 130 persone. Nel suo discorso, egli ha elogiato gli insegnamenti bahá’í perché promuovono un «dialogo caratterizzato dal rispetto e dalla tolleranza di tutte le religioni».

«Molti violenti conflitti nel mondo sono motivati dall’intolleranza religiosa», ha detto il signor Wintermeyer, «e la pace mondiale non è possibile senza la pace religiosa».

«La Casa di culto bahá’í, al contrario, è un simbolo della coesistenza e della tolleranza religiosa. Tutti qui sono benaccetti».

Anche il capo della Tavola rotonda delle religioni in Germania, il reverendo dottor Franz Brendle, ha parlato al pubblico, esprimendo la sua gratitudine per il contributo offerto dai bahá’í al dialogo interreligioso e per i loro sforzi per la costruzione della comunità.

«Voi siete caratterizzati dal vostro atteggiamento pacifico verso gli altri», ha detto il dottor Brendle.

Il professor Ingo Hofmann, un rappresentante della comunità bahá’í in Germania, ha spiegato che «la preghiera da sola non basta alla creazione di una società giusta e prospera».

Un concetto integrante delle Case di culto bahá’í è che esse offrono un centro spirituale attorno al quale possono essere create agenzie e istituzioni di servizio sociale, umanitario ed educativo per la popolazione della zona.

«Il lavoro svolto in spirito di servizio all’umanità è la vera preghiera innalzata a Dio», ha detto il professor Hofmann.

La Casa di culto è stata inaugurata il 4 luglio 1964 dopo tre anni e mezzo di lavori. Nel 1987 è stata dichiarata monumento culturale per lo stato di Hesse ed è ora considerata un punto di riferimento nel distretto di Main-Taunus.

Illustrando il caratteristico disegno dell’edificio, Wolfgang Exner, consigliere municipale per Hofheim am Taunus, ha notato che la gente della regione è molto orgogliosa di avere «questo gioiello di architettura» fra loro.

«Amiamo portare qui gli ospiti e siamo orgogliosi di mostrare loro il nostro tempio bahá’í», ha detto.

Era presente anche Teuto Rocholl, l’architetto del Tempio. Il signor Rocholl con la moglie e la figlia hanno partecipato al ricevimento come ospiti d’onore.

Dopo il ricevimento, i presenti hanno assistito a uno speciale programma di preghiera nella Casa di culto bahá’í.

I festeggiamenti per il cinquantenario sono proseguiti domenica 6 luglio quando la comunità bahá’í tedesca ha ospitato un Sommerfest annuale nel terreno del Tempio. Erano presenti circa 3000 ospiti provenienti dalle zone limitrofe e da zone più lontane. Il programma culturale includeva un teatro interattivo ed esibizioni musicali di un coro giovanile locale di Langenhain, che si chiama The Mood. Durante il giorno nella Casa di culto si sono svolti quattro programmi devozionali.

L’anniversario è stato celebrato anche con una mostra d’arte che durerà l’intero mese di luglio e che mostrerà dipinti e fotografie ispirati alla Casa di culto eseguiti da dodici artisti di Langenhain e della regione adiacente.

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A Yazd, in Iran distribuiti minacciosi manifesti anti-baha’i

A Yazd, in Iran distribuiti minacciosi manifesti anti-baha’i

Un provocatorio e minaccioso volantino che definisce i baha’i «senza Dio» è stato distribuito nella città di Yazd, in Iran, la scorsa settimana, alla vigilia di un’importante festa religiosa sciita.

Il volantino anonimo è stato posto su molte pareti e sulle case e sulle automobili di alcuni baha’i, ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra.

«La distribuzione di questo manifesto è stata ovviamente calcolata per accendere le passioni religiose contro i baha’i, che sono una minoranza a Yazd e nell’Iran», ha detto la signora Ala’i. «Il messaggio fondamentale del manifesto è che è un dovere religioso attaccare i baha’i e distruggere le loro proprietà.

«La scelta delle case e dei veicoli baha’i è altrettanto significativa, in quanto portatrice di un messaggio: “Sappiamo chi siete e dove vi trovate”», ha aggiunto.

La distribuzione del volantino in questa città di media grandezza nell’Iran centrale ha avuto luogo il 12 giugno 2014, la vigilia di Shabe-barat [la «notte del parto»], che onora la nascita dell’Imam Mahdi ed è un’importante ricorrenza religiosa per i musulmani sciiti.

Il volantino afferma che secondo la legge della Sharia, il «sangue» dei baha’i «non ha alcun valore» e che «ogni musulmano deve opporsi a qualunque attività svolta da questo movimento e combatterlo anche a costo della vita».

Un’analoga versione del manifesto era stata recapitata in almeno cinque case baha’i in Yazd lo scorso gennaio. Il volantino portava la firma dell’«Hizbu’llah» (il Partito di Dio).

La signora Ala’i ha detto che il governo aveva il dovere di denunciare pubblicamente questi atti e di trovare e processare gli autori di questi odiosi messaggi e di proteggere i baha’i in quanto cittadini dell’Iran.

«Sfortunatamente, è molto tempo che il governo consente che i perpetratori di tali attacchi agiscano impunemente. Negli ultimi anni, ci sono stati centinaia di aggressioni o di minacce contro i baha’i e le loro proprietà e nessuno è stato processato per averle commesse», ha detto.

La signora Ala’i ha affermato, per esempio, che lo scorso gennaio tre baha’i sono stati aggrediti nella propria abitazione da un sconosciuto che brandiva un coltello e che un baha’i è stato colpito da un’arma da fuoco e ucciso in Bandar Abbas lo scorso agosto. Negli ultimi mesi ci sono inoltre stati diversi episodi di profanazioni di cimiteri baha’i, per esempio le guardie rivoluzionarie hanno cercato di distruggere uno storico cimitero baha’i a Shiraz.

«Sfortunatamente in molti casi il governo ha volontariamente partecipato a far circolare materiale provocatorio contro i baha’i. Alti funzionari e organi di stampa governativi regolarmente diffondono propaganda anti-baha’i e il volume di questo materiale è molto aumentato quest’anno», ha detto la signora Ala’i.

In gennaio, ha detto la signora Ala’i, la Baha’i International Community ha catalogato almeno 55 articoli anti-baha’i su siti web iraniani. Gli articoli erano 72 in febbraio, 93 in marzo, 285 in aprile e 366 in maggio.

«Il governo ha creato un’atmosfera nella quale coloro che odiano i baha’i possono agire in totale impunità», ha detto la signora Ala’i. «E dato che non c’è timore di essere processati, temiamo che le aggressioni contro i baha’i continuino».

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In tre continenti eminenti musulmani denunciano la persecuzione dei baha’i in Iran e chiedono la coesistenza r eligiosa

In tre continenti eminenti musulmani denunciano la persecuzione dei baha’i in Iran e chiedono la coesistenza religiosa

In Medio Oriente, in Africa e in Europa, eminenti musulmani hanno recentemente parlato contro la recente persecuzione dei baha’i in Iran, denunciando l’intolleranza religiosa che è la causa dell’oppressione della più grande minoranza religiosa del paese. Ispirati in parte dall’ayatollah iraniano Abdol-Hamid Masoumi Tehrani, il quale ha recentemente pubblicato un appello che chiede specificamente la «coesistenza» coi baha’i, l’ayatollah al-Faqih Seyyed Hussein Ismail al-Sadr, il decano del clero sciita a Baghdad, Iraq, il Consiglio giuridico islamico del Sud Africa e il dottor Ghaleb Bencheikh, presidente di Religions for Peace in Francia, hanno elogiato il gesto dell’ayatollah Tehrani definendolo retto e coraggioso, appoggiando il suo appello a intavolare un nuovo discorso sui valori condivisi dalle diverse religioni nello sforzo di promuovere un’armoniosa coesistenza.

In Baghdad, in una lunga intervista pubblicata online il 14 maggio 2014, l’ayatollah al-Faqih Seyyed Hussein Ismail al-Sadr, fondatore della Fondazione del dialogo umanitario, ha detto che le discussioni sui valori condivisi possono aiutare a superare il dogmatismo e il fanatismo.

«Tutti noi, indipendentemente dalla nostra adesione a una data religione, a un dato gruppo o a una data dottrina, siamo esseri umani», ha detto l’ayatollah Sadr. «In quanto tali, condividiamo molti valori, processi mentali e disposizioni naturali, che sono gli elementi che ci consentono di incontrarci e di intavolare un discorso che ci dia una maggiore comprensione degli altri, cosa che, a sua volta, ci porta a instaurare un’armoniosa coesistenza».

Nell’intervista, l’ayatollah Sadr ha anche affrontato il tema dei baha’i. «Il Corano ci chiama tutti “figli di Adamo”,» ha detto, «e secondo l’Imam ‘Ali, la pace sia con Lui, le persone sono di due tipi: o fratelli nella religione o compagni nella creazione. Posso non essere d’accordo con i seguaci di una data religione, ma ciò non significa che io abbia il diritto di privarli dei loro naturali diritti umani o di negare loro i diritti della cittadinanza di una nazione».

L’ayatollah Sadr, che è ben noto per il suo impegno nella promozione del dialogo fra gruppi religiosi e secolari, ha auspicato un «discorso umano» sull’armonia e sulla coesistenza delle religioni. Il suo obiettivo, ha detto, è «partecipare a tutti i discorsi che contribuiscono alla formazione di un’umanità progressiva con una nuova visione che possa costruire una società sana, che, a sua volta, contribuisca a costruire nazioni di successo».

L’ottobre scorso, l’ayatollah Sadr ha risposto a una domanda che gli è stata posta da qualcuno che notava che alcuni musulmani credono di non dover avere alcun rapporto con i baha’i con una fatwa (editto religioso) su come i musulmani devono comportarsi con i baha’i.

«Dio Onnipotente ci ha ordinato di trattare con gentilezza tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle di altre religioni e altre fedi, basandoci sulla giustizia, sulla misericordia e sull’amore», ha detto. «Perciò, non ci sono obiezioni all’interazione e all’associazione nei limiti dei criteri fondamentali umani fra i musulmani e i loro fratelli di altre religioni e di altri credi».

Il 16 maggio 2014, il Consiglio giuridico islamico del Sud Africa ha emesso una dichiarazione che elogia il «nobile gesto» dell’ayatollah Tehrani che ha concesso «un giusto riconoscimento alla comunità baha’i». Il Consiglio ha inoltre espresso la speranza che il gesto dell’ayatollah Tehrani conduca al «riconoscimento ufficiale dei diritti di questa comunità religiosa i cui scopi e i cui obiettivi sono unicamente rivolti verso la pace e la tolleranza per tutti sulla terra».

E a Parigi, in un video postato online, il dottor Ghaleb Bencheikh, rispettabile teologo musulmano, molto noto in Francia come promotore delle attività interreligiose e come presentatore del programma televisivo settimanale «Islam», ha elogiato il «magnifico» gesto dell’ayatollah Tehrani.

«Spero che egli molto presto ispiri anche altri», ha detto il dottor Bencheikh. «Sarebbe meraviglioso se egli avesse ambasciatori che parlino in suo nome. Per momento non ne ha, almeno per quanto ne so io. Bene dunque, noi ci proclameremo suoi ambasciatori».

Condannando la persecuzione dei baha’i in Iran, in quanto «a disprezzo della legge» e «intollerabile scandalo», il dottor Bencheikh ha raccomandato che il discorso sulla coesistenza religiosa prosegua. A tal fine ha immediatamente organizzato una tavola rotonda, congiuntamente ospitata da Religions for Peace e dalla comunità baha’i di Francia, che avrà luogo a Parigi il 27 giugno, con il titolo: «Per promuovere la coesistenza religiosa – riflessioni condivise sul gesto dell’ayatollah Masoumi-Tehrani». Il dottor Bencheikh ha anche ventilato la possibilità in un altro incontro più allargato per il prossimo inverno.

«Non dobbiamo disperare», ha detto il dottor Bencheikh. «Le più grandi cattedrali hanno inizio da una pietra. Questa pietra è stata posta. Se volete che gli esseri umani fraternizzino, portateli assieme a erigere cattedrali. In questo caso la cattedrale non è un edificio fisico. È la cattedrale della fraternità universale. Essa ha inizio da una parola, da un gesto, un segno di amicizia sul quale dobbiamo imparare a costruire».

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