Presentato all’alba il disegno di un tempio cambogiano

Presentato all’alba il disegno di un tempio cambogiano

Mentre il sole sorgeva su Battambang il 17 luglio, melodie di preghiera hanno riempito l’aria del mattino, in uno spirito di riverenza, esultanza e ringraziamento.

Queste preghiere all’alba hanno dato inizio all’evento per la presentazione del disegno della prima Casa di culto locale baha’i alla gente di questa regione della Cambogia, che negli ultimi anni ha visto emergere una vivace vita comunitaria centrata sul culto di Dio e sul servizio all’umanità. Agli eventi del giorno hanno partecipato sia dignitari sia abitanti delle comunità circostanti, per un totale di 300 persone. Alcuni sono venuti a piedi, altri hanno usato varie forme di trasporto per arrivare in tempo per il programma che ha avuto inizio nel primo mattino.

Sochet Vitou Tang, l’architetto del progetto, si è rivolto al pubblico profondamente commosso dall’evento. «È un piacere speciale stare qui sul sacro terreno che accoglierà la Casa di culto locale baha’i per Battambang, nel regno della Cambogia», ha detto.

Il signor Tang ha detto che il progetto intende creare un luogo di tranquillità dove la mente e l’anima possano trovare pace e conforto, un luogo nel quale le dimensioni spirituali e materiali della vita possano essere armonizzate.

Egli ha inoltre spiegato che la Casa di culto diverrà un centro dove persone di tutte le convinzioni potranno «imparare qualcosa sulla vita, sull’ambiente e sul mondo al di là; un luogo dove veniamo per costruire un mondo unificato».

Quindi fra moti di gioia e di eccitazione, l’architetto e alcuni capi villaggio locali hanno presentato un modello del tempio. Contemporaneamente, alcune bandiere che mostravano alcuni dettagli del disegno sono state spiegate attorno al padiglione sotto il quale i partecipanti erano riuniti. Il momento così pregno di significati è stato accolto con applausi scroscianti e i presenti — tra cui molti giovani e bambini — si sono fatti avanti per esaminare il modello con occhi curiosi.

I giovani hanno poi cantato una commovente canzone che avevano composto per spiegare il significato della Casa di culto nella loro vita.

La sera, si è svolto un ricevimento per le autorità locali e regionali, al quale hanno partecipato il governatore della regione di Battambang, signor Chan Sophal, e il Presidente del Consiglio provinciale di Battambang.

Nel suo discorso, il governatore Sophal ha commentato che «la comunità baha’i ha dato un notevole contribuito allo sviluppo spirituale e materiale della regione».

Una cosa che egli ha trovato particolarmente suggestiva, ha detto, «è che la Casa di culto baha’i non è stata costruita solo per i baha’i, ma per tutta l’umanità». Egli è stato inoltre attratto dal «concetto che la Casa di culto baha’i non è solo un luogo di preghiera e di culto, ma anche un luogo che ispira il desiderio di servire la comunità».

Uno dei temi dominanti nell’intera giornata è stato il ruolo della preghiera nella vita personale e collettiva dell’umanità, evidenziata dall’apertura dell’incontro all’alba, e il concetto che, per essere completa. essa debba essere congiunta al servizio all’umanità.

Gli abitanti sono stati ispirati da un recente messaggio della Casa Universale di Giustizia sulle Case di culto nel quale si spiega che «la creazione di un nuovo modello di come può essere la società» è visibile negli «sforzi per costruire le comunità».

«Preso nella sua interezza», prosegue il messaggio, «questo modello favorisce la capacità di servizio. Le riunioni devozionali sono una parte essenziale di questo modello – un aspetto comunitario di una vita devota».

Battambang è la seconda Casa di culto locale baha’i il cui disegno è stato reso pubblico. Essa è una delle cinque Case di culto locali baha’i che saranno costruite nei prossimi anni.

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Il tema della gioventù esaminato durante un Congresso interreligioso

Il tema della gioventù esaminato durante un Congresso interreligioso

Perché un crescente numero di giovani in tutto il pianeta partecipino costruttivamente alla vita della società e contribuiscano al progresso sociale, è necessario un cambiamento fondamentale nel modo di vedere il ruolo della religione nella società.

Questo è stato uno dei punti principali presentati dalla delegazione della Baha’i International Community al 5° Congresso mondiale dei leader delle religioni universali e tradizionali, tenutosi in Kazakistan il 10-11 giugno u.s.

Al Congresso di quest’anno, presieduto dal Presidente del Kazakhstan, Nursultan Nazarbayev, hanno partecipato 80 delegati in rappresentanza di una decina religioni e di oltre quaranta paesi. Tra coloro che hanno partecipato c’erano Ban Ki Moon, Segretario generale dell’ONU e re Abdullah II di Giordania.

La Baha’i International Community era rappresentata da Joshua Lincoln, Segretario generale della Baha’i International Community, Serik Tokbolat dell’ufficio della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite e Lyazzat Yangaliyeva, direttrice dell’Ufficio per l’informazione del pubblico dei baha’i del Kazakistan.

Il focus del Congresso è stato il dialogo tra le religioni e tra le religioni e i leader del pensiero e dei governi. Riflettendo sul Congresso, la signora Yangaliyeva ha commentato che la notevole diversità delle fedi presenti ha evidenziato la sfida e la necessità di cooperazione tra di loro se l’umanità vuole costruire un mondo più pacifico.

Durante una tavola rotonda dal titolo «L’influenza della religione sui giovani: educazione, scienza, cultura e mass media», il signor Lincoln ha parlato del cambiamento sociale positivo, dei giovani e del ruolo della religione.

«Le comunità religiose sono comunità pratiche nelle quali gli insegnamenti spirituali sono tradotti in realtà sociale», ha dichiarato. «All’interno di queste comunità, è possibile mettere in moto un processo di costruzione di capacità che consenta ai giovani di partecipare alla trasformazione della società e nello stesso tempo li protegga e li educhi».

Nei suoi commenti, il signor Lincoln ha parlato anche delle contrastanti immagini che caratterizzano oggi i giovani nel pensiero popolare. Le sue osservazioni hanno evidenziato le grandi promesse delle giovani generazioni, anche se vulnerabili alla radicalizzazione da una parte e all’apatia e all’inerzia dall’altro.

«I giovani possono vedere le contraddizioni di questo mondo», ha detto il signor Lincoln. «Sappiamo che i giovani hanno un acuto senso della giustizia, un grande desiderio di trovare un significato e uno scopo, di servire e di contribuire in modo significativo, una sete di conoscenza e un’innata attrazione per ciò che è buono e bello.

«Queste caratteristiche sono intrinseche, anche se possono rimanere latenti e sopite in intere popolazioni quando si trascurino l’educazione e la responsabilizzazione morale della gioventù».

Perché la religione possa svolgere un ruolo positivo, la leadership deve, però, «analizzare l’orientamento che si è profondamente radicato in tante comunità verso l’“altro” e sfidare le comuni pretese tanto nocive di godere di un accesso privilegiato alla verità, pretese che hanno alimentato alcuni dei più aspri conflitti nel mondo».

Il Congresso ha anche discusso i temi dell’estremismo religioso e della convivenza religiosa.

Convocato ogni tre anni, questo Congresso è un’iniziativa della Repubblica del Kazakhstan. La sua segreteria è diretta dal Presidente del Senato, Kassym-Jomart Tokayev. Il prossimo Congresso si terrà nel 2018.

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Un convegno di giovani ispira speranza e azione nella Repubblica Centrafricana

Un convegno di giovani ispira speranza e azione nella Repubblica Centrafricana

BANGUI, Repubblica Centro africana, 9 luglio 2015, (BWNS) — La mattina del 15 giugno, oltre 400 giovani dalla Repubblica Centrafricana si sono riuniti in grande aspettativa per il primo incontro di un convegno che stavano aspettando da lungo tempo. È l’ultimo di 114 convegni che hanno avuto luogo in alcune città del mondo.

Questo convegno, come gli altri 113, era previsto per il 2013. Ma nel marzo si quell’anno, Bangui, la capitale della Repubblica centroafricana, è stata travolta dall’ondata di violenza che ha spazzato il paese. La situazione era troppo instabile per prevedere un convegno.

In questi mesi, la comunità baha’i ha cercato di aumentare i suoi contributi alla pace nel paese, soprattutto intensificando le attività educative e costruendo ponti con altri gruppi che lavorano per l’armonia sociale. I giovani hanno atteso pazientemente un’altra opportunità per tenere il loro convegno.

Quando è stato annunciato che il convegno avrebbe avuto luogo dal 15 al 17 giugno, la notizia ha suscitato un grande entusiasmo non solo nel paese ma anche all’estero.

Nella prima sessione del convegno, sulla quale sono stati mandati in onda servizi da Television Centrafricaine, Radio Centrafrique e Radio Notre Dame, i partecipanti sono stati salutati da una lettera indirizzata loro dalla Casa Universale di Giustizia.

«Sono trascorsi quasi due anni da quando oltre 80 mila vostri coetanei si sono riuniti negli storici convegni che abbiamo indetto in tutto il mondo l’8 febbraio 2013», diceva il messaggio.

«Nel periodo in cui i convegni sono stati indetti la situazione della Repubblica Centrafricana vi ha impedito di tenere il vostro incontro e di intrecciare fra voi le conversazioni che hanno ispirato i cuori e illuminato le menti dei vostri coetanei in altri paesi», proseguiva. «Siamo felici che anche voi abbiate ora l’opportunità di incontrarvi e di prendere decisioni come loro».

«Indubbiamente le vostre discussioni vi aiuteranno a migliorare la vostra visione di una società materialmente prospera, che voi potrete contribuire a creare con le vostre parole e le vostre azioni. In questa luce dovete perseverare nella convinzione che il progresso e la felicità di ciascuno di voi sono inestricabilmente legati al progresso e alla felicità delle vostre comunità».

L’incontro ha fornito ai giovani uno spazio per riflettere sul posto che essi occupano nel mondo. Essi hanno studiato assieme il materiale preparato per il convegno in piccoli e grandi gruppi e hanno preso l’impegno di lavorare per il miglioramento delle loro comunità, un impegno che merita un elogio quando si consideri la situazione di conflitto settario e di sofferenza in cui versa il loro paese in questo momento.

Nei tre giorni del convegno, i partecipanti hanno discusso alcuni temi, come le caratteristiche della gioventù e il ruolo che i giovani della loro età possono svolgere nel produrre il cambiamento sociale, che cosa significa che la società deve avanzare tanto materialmente quanto spiritualmente, come favorire un ambiente di reciproco supporto nel quale il contributo di tutti coloro che vogliono lavorare per il bene comune sia benaccetto e l’importanza di aiutare le generazioni più giovani a gestirsi presto nell’adolescenza, aiutandoli a evitare gli effetti delle forze sociali distruttive.

Nei gruppi si è creato un tale entusiasmo che alcuni volevano stabilire immediatamente quali tipi di servizio alla comunità avrebbero offerto dopo il convegno, ha spiegato Nganyade Zowe Tiba, uno degli organizzatori.

Riflettendo sui preparativi del convegno, il signor Tiba ha spiegato: «L’organizzazione di questa manifestazione in un paese le cui infrastrutture sono state distrutte, in cui l’acqua e l’elettricità sono un lusso ha richiesto un grande impegno logistico».

Ma ciò nonostante l’annuncio del convegno ha «suscitato una tale eccitazione che molti giovani che vivono in zone ancora sotto il controllo dei ribelli hanno espresso il desiderio di partecipare», anche se poi molti non sono potuti venire per l’instabilità del paese.

«Alcuni hanno viaggiato per un settimana per partecipare», ha detto il signor Tiba.

Questo convegno è stato l’ultimo delle serie di convegni indetti dalla Casa Universale di Giustizia nel 2013.

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Un seminario delle Nazioni Unite illustra l’educazione alla cittadinanza globale

Un seminario delle Nazioni Unite illustra l’educazione alla cittadinanza globale

Il 15 giugno, le missioni permanenti presso le Nazioni Unite della Francia, della Corea, della Nigeria, del Qatar e degli Stati Uniti hanno collettivamente organizzato un seminario dal titolo «Educazione alla cittadinanza globale per un mondo giusto, pacifico, inclusivo e sostenibile», tenutosi nella sede dell’ONU in New York City. La Baha’i International Community e l’UNESCO sono stati tra sette ONG e organizzazioni delle Nazioni Unite che hanno co-sponsorizzato l’evento.

Durante il seminario — registrato sul Web TV dell’ONU — diplomatici, funzionari delle Nazioni Unite e attori della società civile hanno partecipato a un dialogo per l’incentivazione della cittadinanza globale. Il tema centrale era l’istruzione che genera valori umani universali favorevoli alla costruzione di un mondo più pacifico e sostenibile.

Daniel Perell, un rappresentante della Baha’i International Community presso l’ONU, ha moderato la seconda delle due sessioni, intitolata «Opportunità basate sulle applicazioni sul campo», che si è concentrata sugli sforzi per esplorare i modelli per l’educazione alla cittadinanza globale.

Nei suoi brevi commenti introduttivi, il signor Perell ha collegato la cittadinanza globale al principio dell’unità del genere umano, che ha descritto come caratterizzato da una dimensione materiale e spirituale, citando un passaggio ben noto dalle sacre Scritture baha’i: «La terra è un solo paese e l’umanità i suoi cittadini».

«L’educazione alla cittadinanza globale riscuote un ampio sostegno a livello concettuale», ha detto. «I problemi nascono quando si parla della sua applicazione pratica».

Il seminario, ha spiegato, era un posto nel quale persone impegnate provenienti da varie istituzioni e campi potessero scambiare conoscenze ed esperienze e portare avanti la comprensione.

L’ambasciatore Oh Joon della Repubblica della Corea presso le Nazioni Unite ha pronunciato l’intervento introduttivo del seminario.

«L’educazione alla cittadinanza globale è ora più ampiamente riconosciuta nel contesto di un cambiamento di paradigma per quanto riguarda il ruolo dell’educazione nel XXI secolo», ha dichiarato.

«Dato il forte bisogno di affrontare sfide globali, come l’estremismo violento, l’educazione alla cittadinanza globale riconosce l’importanza di una comune comprensione di valori universali come la giustizia, i diritti umani e la dignità dell’uomo, l’uguaglianza di genere e la diversità culturale».

L’ambasciatore Oh ha anche collegato l’educazione alla cittadinanza globale alla sostenibilità e ha spiegato che essa era stata «incorporata negli obiettivi dello sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite come una dimensione importante dello sviluppo per tutti».

L’evento comprendeva molti relatori, tra cui diplomatici dei paesi sponsor, rappresentanti della società civile ed esperti nel campo dell’educazione. Prominente tra i temi è stata l’idea che la sola istruzione non comporterà necessariamente una partecipazione costruttiva della società. I relatori si sono trovati d’accordo sul fatto che l’educazione deve comprendere i valori umani, se si vuole generare un senso di responsabilità nei confronti del benessere della società, in tutti gli ambiti locali e internazionali.

Uno dei relatori, Ramu Damodaran del Segretariato per l’impatto accademico delle Nazioni Unite, ha parlato dell’importante ruolo che la società civile ha svolto nel portare nuove idee alle Nazioni Unite. Ha notato, ad esempio, che tra le prime menzioni del concetto di «cittadinanza mondiale» come elemento di uno sviluppo sostenibile si trovano in una dichiarazione presentata dalla Baha’i International Community nel 1993 alla prima sessione della Commissione ONU sullo sviluppo sostenibile.

Negli ultimi anni, l’idea dell’educazione alla cittadinanza globale ha assunto maggiore importanza a causa della sua inclusione fra le proposte di obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDG), che chiedono a “tutti gli studenti [di] acquisire le conoscenze e le competenze necessarie per lo sviluppo sostenibile», compresa la promozione della «cittadinanza globale».

Il segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon nel 2012 ha lanciato La Prima iniziativa per l’educazione globale (GEFI), che mira a stimolare un rinnovato sforzo per raggiungere gli obiettivi della formazione globale. La promozione della cittadinanza globale è uno dei tre settori prioritari su cui si concentra il programma.

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Pressioni sui negozianti baha’i in Iran perché non osservino le loro ricorrenze religiose

Pressioni sui negozianti baha’i in Iran perché non osservino le loro ricorrenze religiose

Nelle città di Rafsanjan, Kerman, Sari e Hamadan decine di negozi baha’i sono stati chiusi dalle autorità governative per costringere i proprietari a non osservare le loro ricorrenze religiose.

Questi negozi, per lo più di piccole dimensioni, offrono servizi come riparazioni di elettrodomestici, rivendita di ricambi per automobili o di indumenti sono stati chiusi in aprile e maggio quando i proprietari li avevano temporaneamente chiusi per osservare le loro ricorrenze religiose di quei mesi.

Oltre a chiuderli, le autorità iraniane hanno detto ad alcuni dei proprietari che se non avessero firmato una promessa di chiudere il negozio solo nelle feste nazionali riconosciute avrebbero revocato la licenza e chiuso definitivamente i negozi.

«Questo recente tentativo delle autorità iraniane di impedire ai negozianti baha’i di osservare le loro ricorrenze religiose è un atto contro la legge dell’Iran, che viola le norme internazionali dei diritti umani», ha detto la signora Diana Ala’i, rappresentante dell’ufficio della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra.

«Queste piccole attività sono oggi l’unico mezzo di sussistenza che resta ai baha’i e alle loro famiglie in Iran», ha detto la signora Ala’i. «I baha’i non possono occupare alcuna posizione nel pubblico impiego e altre attività private sono spesso invitate a licenziarli.

Quasi tutti questi negozi erano stati chiusi dalle autorità lo scorso ottobre nelle stesse città nonché nella città di Jiroft dopo che i proprietari li avevano temporaneamente chiusi per osservare alcune ricorrenze baha’i. I negozi avevano poi avuto il permesso di riaprire solo dopo insistenti richieste da parte dei baha’i e una certa pubblicità internazionale. Questi eventi sono riportati nel rapporto annuale 2015 dell’Intergruppo parlamentare europeo per la libertà di religione e di fede e la tolleranza religiosa.

Questi recenti sviluppi portano la persecuzione contro i baha’i in Iran a un livello del tutto nuovo, perché i baha’i non stanno cercando di pubblicizzare la chiusura dei loro negozi nelle ricorrenze baha’i», ha detto la signora Ala’i. «Essi intendono semplicemente esercitare il loro diritto di libertà di culto».

«Tutto questo fa chiaramente parte di un continuo sforzo da parte del governo di rendere invisibili i baha’i cercando di eliminare ogni aspetto della loro esistenza», ha detto la signora Ala’i.

La notizia arriva proprio mentre governi, impiegati e rappresentanti dei lavoratori di tutto il mondo sono riuniti a Ginevra per il CIV Convegno internazionale sul lavoro che si occupa anche delle discriminazioni sui posti di lavoro.

«Il fatto che la notizia di questi incidenti, palesi esempi di persecuzione religiosa, arrivi mentre il mondo discute le discriminazioni sui posti di lavoro mette ancora una volta in luce la misura in cui l’Iran ha mancato di osservare le norme dei diritti umani internazionali», ha detto la signora Ala’i.

La signora ha fatto notare che nel 2014 durante il CIII Convegno internazionale del lavoro l’Organizzazione internazionale del lavoro ha invitato l’Iran a occuparsi delle discriminazioni contro i baha’i, dicendo di essere profondamente preoccupata per «la sistematica discriminazione contro i membri delle minoranze religiose ed etniche, in particolare i baha’i» e raccomandando al governo «di prendere provvedimenti immediati ed efficaci per correggere queste discriminazioni».

I baha’i sono ufficialmente interdetti da certi tipi di attività. Nel 2007l’Ufficio per la supervisione dei luoghi pubblici ha inviato una lettera alla polizia in tutto il paese dicendo che i baha’i dovevano essere allontanati da «attività altamente remunerative» e da «categorie sensibili come la stampa, la gioielleria, la fotografia e attività legate al computer e a Internet, nonché dall’industria alimentare».

Inoltre, i piccoli negozi gestiti dai baha’i non sono solo stati spesso chiusi da agenti governativi ma sono stati anche spesso oggetto di incendi dolosi e altri attacchi in un’atmosfera nella quale una campagna mediatica nazionale anti baha’i ha fomentato l’odio in tutto il paese.

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Lanciata una campagna globale per il settimo anniversario dell’arresto dei sette leader baha’i iraniani

*Lanciata una campagna globale per il settimo anniversario dell’arresto dei sette leader baha’i iraniani*

Il 14 maggio la Baha’i International Community ha lanciato una campagna per ricordare il settimo anniversario dell’ingiusto arresto e detenzione dei sette ex leader baha’i in Iran

La campagna durerà fino al 21 maggio 2015. Le comunità baha’i di tutto il mondo e altri prevedono manifestazioni per richiamare l’attenzione sulla sorte dei sette, che sono stati arrestati nel 2008. Si parlerà anche della situazione di una novantina di baha’i e di altri prigionieri di coscienza in Iran.

«Gli eventi dell’anno scorso hanno dimostrato ancor più chiaramente al popolo iraniano e alla gente di tutto il mondo che promuovono la pace e la concordia il netto contrasto fra le intenzioni pacifiche e il servizio altruistico della comunità baha’i e i deplorevoli atti disumani di coloro che, sotto l’influenza di ignoranti pregiudizi religiosi, continuano a perpetrare ingiustizie contro di voi», ha scritto la Casa Universale di Giustizia, l’ente che guida la Fede baha’i, in una lettera indirizzata ai baha’i in Iran questo mese.

La campagna si chiamerà «Sette giorni per ricordare i sette anni dei sette dirigenti baha’i». Nei prossimi giorni, ogni giorno si ricorderà uno dei sette, che sono Mahvash Sabet, Fariba Kamalabadi, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi, Saeid Rezaie, Behrouz Tavakkoli e Vahid Tizfahm.

Sono state approntate molte pagine facebook in inglese e in persiano ed è stato scelto un hashtag #7Bahais7years. Altre informazioni si trovano in www.bic.org/7Bahais7years.

I sette erano membri di un gruppo ad hoc, ora sciolto, che si occupava dei bisogni spirituali e sociali della comunità baha’i iraniana, in mancanza dell’istituzione ufficiale eletta che è stata messa al bando nel 1983.

La signora Sabet è stata arrestata il 5 marzo 2008 e gli altri sei il 14 maggio dello stesso anno. Nel 2010 i sette sono stati processati e ingiustamente condannati per accuse di spionaggio e di diffondere falsa propaganda contro il regime. Sono stati condannati a 20 anni di prigione. Nessun altro prigioniero di coscienza in Iran ha subito una condanna così dura.

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Quattro baha’i liberati e sette trattenuti in prigione

Quattro baha’i liberati e sette trattenuti in prigione

Quattro baha’i che collaboravano con l’Istituto baha’i di studi superiori (BIHE), ingiustamente messi in prigione in Iran quattro anni fa, sono stati liberati perché hanno scontato la pena. Sette restano ancora in carcere.

Il signor Ramin Zibaie, il signor Farhad Sedghi, la signora Noushin Khadem e il signor Mahmoud Badavam sono stati arrestati il 21 maggio in una retata coordinata durante la quale sono stati arrestati 17 baha’i in varie città, perché collaboravano con l’Istituto baha’i di studi superiori, un’iniziativa informale che offre corsi di livello universitario ai giovani baha’i ai quali è negato proseguire gli studi superiori nel paese.

«La Baha’i International Community è lieta che questi prigionieri siano stati liberati dopo essere stati costretti a scontare quattro anni di carcere solo per aver aiutato dei giovani a studiare», ha detto la signora Bani Dugal, la principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite. «Ma siamo ancora molto preoccupati per gli altri sette che restano in carcere per accuse relative all’Istituto baha’i di studi superiori. Siamo anche preoccupati del fatto che oltre cento baha’i continuino a languire nelle carceri iraniane».

Subito dopo la Rivoluzione islamica in Iran, gli studenti baha’i sono stati espulsi dalle università della nazione e i professori e i lettori baha’i sono stati licenziati. Dopo aver tentato per anni di ottenere che il governo ritornasse sulle proprie decisioni, per soddisfare i bisogni educativi dei giovani, la comunità baha’i si è organizzata informalmente per utilizzare il lavoro volontario di professori baha’i licenziati per dare lezione ai giovani baha’i tenuti fuori dalle università. I partecipanti non si aspettano di ottenere un titolo di studio ufficiale, non ricevono promesse di qualche beneficio come future occupazioni. Ma il governo dell’Iran ha considerato illegale anche questa iniziativa.

«È come se un governo negasse a certi cittadini di procurarsi cibi disponibili e quando questi provano con grande fatica a coltivarlo nei loro cortili per sopravvivere il governo dichiarasse illegale il loro lavoro e distruggesse il raccolto», ha detto la signora Dugal. «Continuare a compiere questi atti disumanizzanti serve solo a esporre l’irrazionale determinazione con cui le autorità bloccano il progresso socio-economico dei baha’i».

I baha’i che sono stati arrestati nel maggio 2011 sono stati processati in settembre-ottobre 2011. Il signor Badavam, il signor Zibaie, la signora Khadem e il signor Sedghi sono stati portati davanti al tribunale in due giorni diversi e sono stati informati della condanna con le manette ai polsi e le catene alla caviglie.

Né i prigionieri né i loro avvocati hanno ricevuto copie della sentenza. Ma appunti presi dai presenti durante l’udienza e le accuse successivamente mosse contro alcuni indica che i baha’i sono stati condannati per accuse come «essere membri della deviante setta bahaista che si prefiggono di agire contro la sicurezza del paese» e «collaborazione con l’Istituto baha’i di studi superiori».

«Le vaghe e infondate accuse mosse contro queste persone definiscono illegali le loro azioni», ha detto la signora Dugal. «Ma, ci si chiede, che cosa significa illegale? Studiare? Imparare? Aiutare qualcuno nella sua ricerca del sapere? Perché impedire ai giovani baha’i di studiare o di riunirsi per imparare o vietare a un professore licenziato di trasmettere le sue conoscenze a giovani che non possono proseguire gli studi superiori? E perché mettere in prigione le persone che danno lezioni private di scienze e di altre materie a questi giovani?».

«In ultima analisi che cosa è illegale, la politica di un governo che esclude i suoi cittadini dagli studi superiori a causa della loro affiliazione religiosa oppure gli sforzi di una comunità che vuole far studiare i suoi giovani? I quattro baha’i liberati e quelli che restano in carcere sono persone comuni che esercitano i propri diritti fondamentali», ha detto la signora Dugal.

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Un sacro simbolo posto al vertice del tempio del Cile

Un sacro simbolo posto al vertice del tempio del Cile

Nelle prime ore del mattino del 29 aprile 2015, 65 rappresentanti di varie istituzioni e agenzie della comunità baha’i si sono riuniti poco prima dell’alba all’interno della sovrastruttura della Casa di culto baha’i per il Sud America per celebrare una significativa e intensa pietra miliare della sua costruzione, la sistemazione di un simbolo baha’i nella parte più alta del tempio.

In quella giornata speciale, il nono giorno di Ridvan, una riproduzione calligrafica dell’invocazione «O Gloria del Gloriosissimo», che i baha’i chiamano il Più Grande Nome, è stata sistemata a circa 29 metri dal suolo, nel punto più alto della cupola del tempio. Mentre il simbolo veniva sollevato verso la sua destinazione, nell’edificio risonavano le voci di un coro che cantava versetti sacri in un’atmosfera gioiosa e riverente.

Molti decenni fa, la defunta Amatu’l-Baha Ruhiyyih Khanum, moglie del Custode della Fede baha’i e Mano della Causa di Dio, aveva preparato un piccolo scrigno d’argento decorato contenente polvere raccolta dal sacello del Mausoleo del Bab sul Monte Carmelo. Lo scrigno è stato posto all’interno della scultura lignea del Più Grande Nome, prima che fosse sollevato fino alla sua sede permanente nella parte più alta della Casa di culto, un simbolico legame fra la Casa di culto e la Terra Santa e il centro spirituale della Fede baha’i.

Anche la scultura del simbolo del Più Grande Nome ha un suo importante significato, ha spiegato il signor Samadi, direttore dei lavori per la Casa di Culto. Scolpita nel legno di un albero originario del Cile, il pellin roble, la scultura è stata «amorevolmente fatta a mano da artisti cileni», ha detto il signor Samadi.

Riflettendo sull’evento, il signor Rodriguez, membro dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei baha’i del Cile, ha detto: «È stata una giornata incredibile, che ha messo in evidenza un processo profondamente spirituale che ci collega con il centro e con l’essenza della nostra Fede».

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In India aperte nuove vie al dialogo sullo sviluppo

In India aperte nuove vie al dialogo sullo sviluppo

Una novantina di accademici, attivisti dello sviluppo e studenti universitari si sono riuniti a Indore, India, il 7 aprile per studiare la direzione dei piani e delle politiche dello sviluppo in India.

Organizzato dalla Cattedra baha’i per gli studi sullo sviluppo presso l’Università Devi Ahilya di Indore, il seminario, intitolato «Come applicare i principi spirituali e i metodi scientifici alla pratica dello sviluppo», ha riunito importanti pensatori per riflettere su come impostare olisticamente lo sviluppo sociale ed economico del paese ed estenderne i benefici a tutte le sezioni della società in modo equo.

Per prepararsi al seminario, i partecipanti hanno studiato un documento prodotto dall’Istituto per gli studi della prosperità globale in base alle esperienze di un’organizzazione indiana per lo sviluppo, Seva Mandir, che ha contribuito ha ispirare la consultazione per tutta la giornata. Intitolato «Possa il sapere crescere nel nostro cuore: come applicare i principi spirituali alla pratica dello sviluppo», il documento descrive l’opera di Seva Mandir nell’applicazione dei principi spirituali e dei metodi scientifici per promuovere la trasformazione sociale.

Il seminario si è aperto con l’accensione cerimoniale di una lampada, un atto simbolico per indicare la dispersione delle tenebre dell’ignoranza e del dolore. Il vice rettore dell’Università dottor D.P. Singh, che ha pronunciato la prolusione, ha dato il la alle discussioni successive illustrando il bisogno di riorientare i piani e le politiche dello sviluppo basate su un concetto non frammentato dell’essere umano.

Nella discussione che ne è seguita il signor Shravan Garg, un importante giornalista, ha notato che l’India aveva bisogno di accostare i due sistemi di sapere della scienza e della religione per modellare una via dello sviluppo che evitasse i pericoli del materialismo e del consumismo da un lato e del fondamentalismo religioso dall’altro.

La dottoressa Ranjana Sehgal, professoressa della Indore School of Social Work, ha detto che le conseguenze del perseguimento del solo sviluppo economico senza il sostegno del forte retaggio spirituale del paese era evidente nell’intensificazione «dell’intolleranza, della corruzione, del terrorismo e del crimine soprattutto contro le donne».

Nel discutere i principi sociali che sono particolarmente importanti per la pratica dello sviluppo, gli oratori hanno identificato fra i più importanti l’unità del genere umano e l’interconnessione fra gli esseri umani e la natura.

«Per essere efficace lo sviluppo deve trasformare i cuori e per trasformare i cuori abbiamo bisogno di un’atmosfera di amore e di unità. Il lavoro dello sviluppo si basa sull’unità e deve rafforzare l’unità», ha detto la dottoressa Janak Palta McGilligan, un attivista dello sviluppo baha’i che ha recentemente ricevuto dal governo indiano, in riconoscimento del suo lavoro, il Padma Shri, una delle più alte onorificenze civili del paese.

Gli oratori hanno anche discusso il rapporto fra la ricchezza e lo sviluppo e hanno studiato alcuni principi sociali che ispirano atteggiamenti responsabili nell’ambito della salute.

Il dottor Ganesh Kawadia, capo della Scuola di economia dell’Università, ha detto che dai tempi di Adam Smith lo sviluppo è stato equiparato alla produzione di ricchezza.

«Il mercato è stato considerato il meccanismo più giusto e più efficiente per produrre ricchezza a beneficio dell’acquirente e del venditore», ha detto. Ma ha aggiunto che ciò vale solo in condizioni di perfetta competitività del mercato, un criterio teorico che in pratica non si è mai realizzato.

«Oggi vediamo», ha detto, «il fallimento del mercato. La produzione della ricchezza è perseguita senza tener conto di alcuna considerazione etica. E questo comporta sfruttamento e ingiustizia».

Commentando il cieco perseguimento della crescita economica, il signor Garg ha spiegato che ciò cha distrutto le relazioni essenziali sulle quali il senso del benessere personale si fonda.

«In India milioni di persone non derivano il loro sentimento di benessere dalla ricchezza economica, ma dalla cultura e dalla spiritualità. Il loro sentimento di benessere è radicato nel loro habitat dal quale derivano sostentamento. Quando nel nome dello sviluppo economico le persone sono spostate dalle loro terre e private delle loro sorgenti d’acqua o delle loro foreste, divengono disadattate non solo materialmente, ma anche socialmente, emotivamente e spiritualmente».

Il dottor Arash Fazli, collaboratore della cattedra baha’i, ha aggiunto che quando siamo consapevoli del legame spirituale che ci unisce l’uno all’altro e all’ambiente, non ha più senso agire per interesse personale per avere il massimo guadagno.

«Lo sviluppo appare così un’impresa collettiva nella quale cerchiamo il nostro benessere nel servire il bene di tutti. Un altruistico spirito di servizio diviene il nostro motivo ispiratore», ha detto il dottor Fazli.

Gli oratori hanno ammesso che sembra difficile riuscire a percorrere una via alternativa dello sviluppo che unisca la scienza e la religione. Ma hanno anche affermato che è urgente e vitale che crescenti numeri di cittadini discutano questo importante tema.

«I processi della globalizzazione stanno adottando questo modello di sviluppo materialistico in tutti i paesi», ha detto il signor Garg. «Dobbiamo trovare un modello di sviluppo che sia adatto al nostro ethos e nello stesso tempo basato sulla scienza. Dobbiamo aprirci al mondo e trarne il meglio senza perdere il buono che già abbiamo».

Commentando il seminario, la dottoressa Shirin Mahalati, responsabile della Cattedra baha’i, ha osservato che per gli studenti e i professori che hanno partecipato, l’evento è stata un’occasione per riflettere su come superare i limiti dei modelli di sviluppo materialistici cercando di capire il ruolo svolto dai principi spirituali e dai metodi scientifici nell’avanzamento della civiltà

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Un simposio riformula il discorso su società laica, religione e bene comune

Un simposio riformula il discorso su società laica, religione e bene comune

Importanti studiosi canadesi e protagonisti della società civile si sono incontrati a Vancouver all’Università della British Columbia dal 22 al 24 marzo per capire che cosa significa costruire una società e studiare il ruolo costruttivo della religione nella sfera pubblica laica.

Organizzato da un comitato nazionale in rappresentanza delle organizzazioni della società civile in Canada, compreso l’Ufficio degli affari pubblici della comunità baha’i canadese, il convegno, intitolato «La nostra società: come scavalcare la spaccatura laico-religiosa» ha coinvolto circa 140 partecipanti.

Fra gli oratori ci sono stati Andrew Bennett, ambasciatore canadese per la libertà religiosa, Marie Wilson, commissario canadese di verità e riconciliazione, Doug White, direttore del Centro per i Trattati preconfederali all’Università dell’Isola di Vancouver e Gerald Filson, Direttore degli affari pubblici della comunità baha’i canadese e Presidente della Conversazione interreligiosa canadese.

Il dottor Filson ha così sintetizzato le idea emerse dal convegno: «Molti hanno detto che è importante lasciare più spazio nella società all’influenza positiva dei concetti e dei principi del pensiero religioso, che la libertà di credere è una condizione necessaria nelle società laiche per salvaguardare il progresso compiuto nell’armonia sociale e la ricchezza culturale che il pluralismo offre alle società moderne».

«In ultima analisi l’amore, l’amicizia e la consapevolezza che gli altri contano per noi sono le fondamenta di una società nella quale tutti i membri della famiglia umana possano partecipare ai dialoghi che modellano la società», ha proseguito il dottor Filson.

Il convegno di quest’anno segue un analogo evento che ha avuto luogo nel maggio 2013 a Montreal, presso l’Università McGill. Geoffrey Cameron, ricercatore della comunità baha’i canadese e membro del Comitato organizzatore del convegno, ha spiegato: «Abbiamo avviato questa iniziativa circa quattro anni fa, quando un piccolo gruppo di persone si è riunito animato dal desiderio comune di spiegare con maggior chiarezza il ruolo positivo della religione nel pubblico discorso del Canada.

«Abbiamo tenuto un convegno e abbiamo continuato a lavorare fra noi e con altri», ha proseguito il signor Cameron. Egli ha spiegato che il loro discorso ha cercato di approfondire la comprensione del tema «come la società può riconciliare la religione, la laicità e il bene comune».

Le sessioni plenarie del convegno hanno trattato temi generali: il ruolo della religione nella sfera pubblica, i meriti e i limiti della laicità, il processo della riconciliazione fra i vari popoli, una definizione del bene comune nel contesto del pluralismo religioso, dimensioni e limiti della libertà religiosa e il ruolo dei giovani nella società.

Oltra alle sessioni plenarie ci sono stati alcuni seminari durante i quali i partecipanti hanno espresso idee tratte dall’esperienza.

«Dobbiamo andare al di là della dialettica religioso e laico, pubblico e privato, fede e ragione e lavorare assieme per il bene dell’intera società», ha detto la reverenda Karen Hamilton, Segretaria generale del Consiglio canadese delle Chiede, nel discorso di apertura.

Si è parlato anche della tensione nelle società laiche fra due aspetti del posto della religione nella vita pubblica: da una parte, la laicità offre all’arte di governo la capacità di conferire all’individuo fondamentali diritti alla libertà religiosa, dall’altra, quando va troppo oltre, essa può limitare il ruolo delle idee religiose nel discorso pubblico.

Il professor Paul Bramadat, uno dei massimi studiosi canadesi delle religioni, ha detto: «È importante tenere vivi nel pubblico discorso gli strumenti e i concetti delle religioni senza perderne il significato a causa di una “traduzione” laica».

Alia Hogben, direttrice del Consiglio canadese delle donne musulmane ha affermato che la società ha bisogno di criteri che definiscano il ruolo della religione nella vita pubblica: «Questa religione, contribuisce al bene pubblico? Serve il bene di tutti? Se lo fa, allora deve essere ammessa al discorso pubblico», ha detto.

John Stackhouse, un teologo del Regent College, ha sostenuto che la diversità delle religioni in Canada richiede che ogni religione riesamini i propri insegnamenti per «preparare un territorio sul quale vivere accanto a coloro che sono diversi».

Il dottor Stackhouse, ha anche illustrato l’importanza del posto della religione nella rete delle istituzioni sociali.

«Per costruire una società sana», ha detto, «si deve investire in “organizzazioni intermedie” fra l’individuo e lo stato, come gruppi religiosi e la società civile». Le religioni, egli ha spiegato, sono messe sotto pressione nel mondo laico perché sono un ostacolo al consumismo.

Uno dei momenti più importanti del convegno è stato una sessione con il dottor Andrew Bennett, ambasciatore canadese per la libertà religiosa. Bennet ha descritto il rapporto fra la difesa della libertà religiosa e la promozione della dignità umana, che sono essenziali per definire assieme una vita comune.

«È importante che le istituzioni della società si sappiano rapportare con le varie religioni», ha detto. «La competenza religiosa modella le azioni della gente nella società e grazie alle conversazioni sulla religione questa competenza migliora».

Il convegno ha anche studiato il ruolo che i giovani svolgono nella trasformazione sociale costruttiva. Parlando durante un seminario sul tema «i giovani e lo spirito del cambiamento sociale», Christine Boyle, direttrice di un’ONG per il cambiamento sociale, ha notato che «molti movimenti sociali guidati da giovani rispecchiano il

desiderio spirituale di creare un mondo migliore mediante un servizio altruistico».

Un altro oratore, Eric Farr della fondazione Inspirit, ha fatto eco a questi pensieri affermando che «molti giovani aspirano a una visione di cambiamento spirituale, cioè a una visione di una società più unita e più giusta . . . Dobbiamo avere fiducia nella capacità di tutti e nel desiderio di tutti di contribuire al benessere dell’insieme».

Il discorso finale del convegno è stato pronunciato da Doug White, in una sessione intitolata: «Riconoscere la nostra unità: la riconciliazione, la sfida dei nostri tempi». Il signor White, ex capo della prima nazione snuneymuxw ha detto che il dialogo richiede il superamento di molti dei rapporti conflittuali che oggi caratterizzano la società canadese.

«Scagliarsi l’uno contro l’altro non porta alla riconciliazione», ha detto. «Abbiamo bisogno di un discorso attivo e completo sul cambiamento sociale necessario per realizzare la riconciliazione nella società. Si può ottenerlo con una grande sofferenza oppure cercando di conseguire una sempre maggiore comprensione fra le differenti componenti della società».

«[La riconciliazione] esige una nuova mentalità e un nuovo orientamento verso noi stessi, l’uno verso l’altro e verso tutti coloro che ci circondano. Questa è una sfida spirituale, morale ed etica . . .».

Riflettendo sul convegno, il signor Cameron ha detto: «Siamo molto soddisfatti della qualità delle conversazioni e del genuino entusiasmo espresso nei confronti delle idee trasmesse dai partecipanti».

Ha spiegato che il convegno fa parte di un costante «processo di ricerca collettiva».

«È collettiva perché sta crescendo e si sta estendendo anche ad altre persone. Ed è una ricerca perché siamo motivati e unificati dalle domande che poniamo senza avere la presunzione di possedere le risposte giuste».

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