La campagna «Cinque anni di troppo» si intensifica

In tutto il mondo si sta parlando dei sette dirigenti baha’i imprigionati in una campagna globale che chiede di liberarli.

La campagna «Cinque anni di troppo» segna il quinto anniversario dell’arresto dei sette e mette in luce l’ingiustizia della loro detenzione e il deterioramento della situazione dei diritti umani in Iran.

«A metà della nostra campagna di dieci giorni abbiamo visto un’impressionante e sentita risposta della gente comune e di personaggi di spicco», ha detto Bani Dugal, il principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.

Fra le risposte segnaliamo le seguenti:

• Il Ministro degli affari esteri australiano, senatore Bob Carr, ha chiesto l’immediata liberazione dei sette.

• Lloyd Axworthy, ex ministro degli affari esteri canadese, ha scritto un articolo aperto nel quale afferma che il modo in cui l’Iran tratta la minoranza baha’i è la «cartina di tornasole» delle intenzioni dell’Iran in ambito internazionale.

• Il noto artista Siron Franco ha esposto sulle spiagge di Rio de Janeiro un grande affresco basato sul concetto che «gli esseri umani devono essere liberi come gli uccelli».

• Un seminario presso la Law Society of England and Wales di Londra ha parlato dell’ingiusta detenzione dei sette. Fra gli oratori c’era anche Ahmed Shaheed, il Relatore speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani in Iran.

Sei dei sette dirigenti sono stati arrestati il 14 maggio 2008 durante una serie di blitz a Teheran. Il settimo era stato fermato due mesi prima il 5 marzo 2008.

Dopo l’arresto, i sette dirigenti, Fariba Kamalabadi, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi, Saeid Rezaie, Mahvash Sabet, Behrouz Tavakkoli e Vahid Tizfahm, sono stati sottoposti a un processo irregolare e condannati a vent’ani di prigione, la condanna più dura comminata a una persona attualmente in carcere in Iran per motivi di coscienza.

Molti di coloro che hanno parlato in loro difesa hanno approfittato dell’occasione per collegare la loro situazione alla triste sorte delle centinaia di altri prigionieri di coscienza in Iran.

Durante un forum a Washington DC lunedì, 6 maggio, per esempio, Thomas O. Melia, del Dipartimento di stato statunitense, ha detto che l’ingiusta detenzione dei sette è «emblematica» per la persecuzione contro i baha’i in tutto l’Iran e ricorda la situazione delle altre comunità religiose minoritarie che sono attualmente perseguitate dal governo iraniano.

«Questo governo impedisce le pratiche cultuali dei sunniti, sferza i sufi e arresta gli zoroastriani per la sola ragione che sono quello che sono», ha detto il signor Melia. «Questo governo perquisisce case e chiese e arresta i dirigenti cristiani per le loro attività. Questo governo discrimina gravemente anche gli ebrei e confisca le proprietà di varie comunità religiose».

La campagna proseguirà fino al 15 maggio. Altre notizie si trovano nel sito http://www.bic.org/fiveyears

Per leggere l’articolo in inglese online, vedere le foto e accedere ai link si vada a: http://news.bahai.org/story/956

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In Iran i baha’i devono affrontare violazioni particolarmente gravi nel continuo deterioramento della libertà religiosa, dicono gli Stati Uniti

Nel loro rapporto annuale sulla libertà religiosa internazionale, gli Stati Uniti dicono che l’anno scorso la libertà religiosa in Iran ha continuato costantemente a deteriorarsi, specialmente per le minoranze religiose come i baha’i, i cristiani e i musulmani sufi.

«Il governo dell’Iran continua a perpetrare sistematiche e flagranti violazioni della libertà religiosa, con atti come detenzioni prolungate, torture ed esecuzioni capitali basate principalmente o interamente sulla religione dell’accusato», ha detto la Commissione statunitense sulla libertà religiosa internazionale (USCIRF), un organo consultivo federale indipendente.

«Le aggressioni fisiche, le vessazioni, le detenzioni e gli arresti sono aumentati», ha detto l’USCIRF. «Anche alcune delle minoranze religiose non islamiche protette dalla costituzione iraniana, ebrei, zoroastriani e cristiani armeni e assiri, sono sottoposte a vessazioni, intimidazioni, discriminazioni, arresti e detenzioni».

Il rapporto annuale esamina la situazione della libertà religiosa in tutti i paesi al di fuori degli Stati Uniti. Sin dal 1999, l’Iran è elencato dal Dipartimento di stato americano fra i «paesi che destano particolare preoccupazione».

Il rapporto di quest’anno dedica quasi due pagine alla situazione della comunità baha’i in Iran.

«La comunità è da lungo tempo esposta a violazioni della libertà religiosa particolarmente gravi», dice il rapporto. «Le autorità iraniane vedono i baha’i, che sono almeno 300.000, come “eretici” e li reprimono per “apostasia” e altre accuse infondate».

Il rapporto dice che dal 1979 il governo iraniano ha provocato la morte di oltre duecento baha’i e ne ha licenziati oltre diecimila da pubblici impieghi e posizioni presso le università

«I baha’i non possono avere luoghi di culto, scuole o qualsiasi tipo di associazione religiosa indipendente», dice il rapporto. «I loro cimiteri, i loro luoghi santi e le proprietà della loro comunità sono spesso sequestrati o profanati e molti importanti siti religiosi sono stati distrutti. La comunità baha’i è soggetta a dure pressioni economiche, come il divieto di coprire posizioni lavorative nei settori pubblici e privati e di avere licenze commerciali».

Il rapporto dice che negli ultimi due anni «i baha’i hanno dovuto affrontare trattamenti sempre più duri, come arresti e detenzioni e attacchi violenti contro le case private e le proprietà personali».

Dice che dal 2005 oltre 650 baha’i sono stati arbitrariamente arrestati e che nel febbraio 2013 almeno 110 di loro erano in prigione, il doppio rispetto al 2011.

«Negli ultimi anni le autorità iraniane si sono date un gran daffare per raccogliere informazioni sui baha’i e controllare le loro attività», dice il rapporto. «Nel periodo di cui questo rapporto si occupa, decine di baha’i sono stati arrestati in tutto il paese, in centri come Teheran, Babolsar, Karaj, Nazarabad, Shahrekord, Semnan, Mashhad, Bandar Abbas, Shiraz e Ghaemshahr. Nella maggior parte dei casi, funzionari del Ministero dei servizi segreti si sono presentati nelle loro case, ne hanno perquisito gli ambienti e hanno sequestrato computer, libri e altro materiale e poi hanno proceduto ad arrestare diverse persone. Nella maggior parte dei casi non è stata presentata alcuna accusa formale».

Il rapporto parla anche della situazione dei sette dirigenti baha’i detenuti, Fariba Kamalabadi, Jamaloddin Khanjani, Afif Naemi, Saeid Rezaie, Mahvash Sabet, Behrouz Tavakkoli e Vahid Tizfahm, notando che essi si trovano in prigione sin dal 2008 in base a «una varietà di dubbie imputazioni, che vanno dallo spionaggio alla “corruzione sulla terra”».

«Nell’agosto del 2010, i sette sono stati condannati a vent’anni di prigione. In questo momento le due donne si trovano nella prigione Evian e i cinque uomini sono detenuti in condizioni orrende nella famigerata prigione Gohardasht alla periferia di Teheran. Gli avvocati dei sette baha’i, fra i quali c’è anche il premio Nobel Shirin Ebadi, hanno avuto ben poche possibilità di parlare con i loro clienti o di accedere agli atti del processo», dice il rapporto.

L’intero rapporto in inglese si trova qui: http://www.uscirf.gov/

Per leggere l’articolo in inglese online, vedere le foto e accedere ai link si vada a: http://news.bahai.org/story/955

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Ha inizio la campagna “Cinque anni di troppo”

Nel quinto anniversario dell’ingiusta detenzione dei sette dirigenti baha’i iraniani, la Baha’i International Community ha lanciato una campagna per chiedere la loro immediata liberazione e per attirare l’attenzione sul deterioramento della situazione dei diritti umani in Iran.

«Il 14 maggio, i sette innocenti dirigenti baha’i saranno rimasti in carcere per cinque anni, dopo essere stati ingiustamente messi in prigione unicamente per le loro convinzioni religiose», ha detto Bani Dugal, il principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.

«Chiediamo alle persone di buona volontà di tutto il mondo di chiedere la loro libertà e la libertà di altri innocenti prigionieri di coscienza in Iran», ha detto.

La campagna si svolgerà dal 5 al 15 maggio e si chiamerà «Cinque anni di troppo». In tutto il mondo le comunità baha’i e altri stanno progettando manifestazioni pubbliche che si occuperanno della sorte dei sette, i quali dovranno restare in prigione per altri 15 anni. La loro condanna a 20 anni di carcere è la più dura sentenza che abbia colpito un attuale prigioniero di coscienza in Iran.

«I sette dirigenti baha’i sono stati arrestati per accuse false, sono stati messi ingiustamente in prigione e sono stati trattati molto duramente. Il loro è un esempio emblematico delle sofferenze dell’intera comunità baha’i iraniana e della situazione delle centinaia di innocenti prigionieri di coscienza che sono stati messi in carcere per le loro convinzioni», ha detto la signora Dugal.

«La loro severa condanna rispecchia la determinazione del Governo di opprimere duramente la comunità baha’i iraniana, che è la più numerosa minoranza religiosa non musulmana in Iran».

Sei dei sette dirigenti baha’i sono stati arrestati il 14 maggio 2008 durante una serie di blitz a Teheran. Il settimo era stato arrestato due mesi prima il 5 marzo 2008.

Dopo l’arresto, i sette – che si chiamano Fariba Kamalabadi, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi, Saeid Rezaie, Mahvash Sabet, Behrouz Tavakkoli e Vahid Tizfahm – sono stati sottoposti a un processo farsa.

Durante il primo anno di detenzione, i sette non sono stati informati delle accuse mosse contro di loro e non hanno potuto consultare un legale. Il processo, che si è prolungato per mesi nel 2010 e che è rimasto davanti alla corte per soli sei giorni, è stato illegalmente chiuso al pubblico, è stato caratterizzato dai gravi pregiudizi del pubblico ministero e dei giudici e si è basato su prove inesistenti.

Oggi i sette vivono in condizioni durissime in due delle più famigerate prigioni iraniane. I cinque uomini si trovano nella prigione di Gohar-dasht a Karaj, uno stabilimento penale noto per l’affollamento, la scarsa igiene e l’ambiente pericoloso. Le donne si trovano nell’infame prigione Evin di Teheran.

La Baha’i International Community ha creato una sezione speciale del suo sito web che dà informazioni sulla campagna, presenta articoli e documenti sulla vita e sulla situazione dei sette dirigenti baha’i e comprende un blog che darà notizie delle attività e delle manifestazioni della campagna.

Per leggere questo articolo in inglese online, vedere le foto e accedere ai link si vada a: http://news.bahai.org/story/954

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Una comunità globale riflette

Oltre mille rappresentanti della comunità mondiale baha’i si sono riuniti a Haifa, dal 29 aprile al 4 maggio, per uno straordinario evento globale pervaso da gioia, riverenza e scopo.

L’undicesima Convenzione internazionale baha’i ha segnato il cinquantenario della prima Convenzione nel 1963 durante la quale la Casa Universale di Giustizia, l’organo internazionale che governa la Fede baha’i, è stata eletta per la prima volta.

Un’elezione globale

Durante la Convenzione sono stati eletti i nove membri della Casa Universale di Giustizia per il prossimo termine quinquennale. In questo eccezionale processo elettorale, sono rigorosamente evitate tutte le forme di propaganda elettorale, di candidatura e di chiamata. I delegati riuniti hanno scritto, dopo aver riflettuto e pregato, il nome di nove persone che hanno ritenuto le migliori per servire nell’istituzione.

Per oltre tre ore, i rappresentanti sono sfilati davanti a tutti per deporre il proprio voto in una semplice urna di legno. I risultati sono stati annunciati il giorno dopo e i nuovi membri hanno ricevuto un caloroso e riverente applauso dai delegati riuniti.

Una comunità che sta imparando

Molto importanti nell’incontro sono state le sessioni di consultazione durante le quali i delegati provenienti da oltre 150 paesi, uomini e donne, di ogni estrazione sociale e provenienza, hanno avuto modo di esprimere i propri pensieri, le proprie esperienze e le proprie idee come parte di un processo di apprendimento globale.

I temi principali delle consultazioni erano stati delineati in una lettera presentata dalla Casa Universale di Giustizia alla Convenzione. Il messaggio descrive il lavoro che la comunità deve svolgere per contribuire al progresso spirituale e materiale della civiltà.

Molto delle idee espresse da diverse località del mondo, soprattutto quelle riguardanti l’impegno di giovani che si assumono la responsabilità dell’educazione spirituale di persone più giovani di loro, hanno avuto risonanza universale fra i delegati.

«Incomincio a identificarmi con le cose di cui si sta parlando e vedo che anche gli altri devono affrontare le stesse sfide che dobbiamo affrontare noi e che le affrontano nello stesso modo», ha detto Nancy Oloro Robarts, delegato dell’Uganda. «E incomincio a capire che il mondo baha’i è uno solo».

Ximena Osorio della Colombia ha notato un grande cambiamento nel quadro che emerge dall’attuale comunità mondiale baha’i.

«Talvolta non ci se ne rende conto perché si sta nel proprio paese e si pensa alle proprie sfide», ha detto. «Ma quando si viene qui si può vedere che le cose stanno andando avanti e che noi stiamo cambiando e costruendo una cultura diversa».

«E tutte queste diverse attività ed elementi che stiamo cercando di applicare a livello locale hanno un impatto a livello globale».

Un tributo ai baha’i dell’Iran

Vi sono state anche varie toccanti rappresentazioni musicali di vari paesi. Per esempio rappresentanti della Repubblica Democratica del Congo hanno offerto uno speciale tributo alla sofferente comunità baha’i dell’Iran.

«Anche se non hanno partecipato fisicamente alla Convenzione, sono spiritualmente con noi», a detto ai delegati riuniti uno dei cantanti.

L’assenza dei baha’i dell’Iran la cui comunità è duramente perseguitata e la cui Amministrazione è stata sciolta, è stata ricordata da un mazzo di rose rosse poste sulla scena durante l’intera Convenzione.

Visione e fiducia

Mentre ritornavano nei rispettivi paesi, i delegati sono stati incoraggiati dalle parole della Casa Universale di Giustizia che ha descritto la comunità baha’i che “va costantemente avanti, che avanza nelle sue imprese, desiderosa di acquisire nuove idee dall’esperienza, pronta ad assumersi nuovi compiti…».

Vijitha Serasinghe, membro dell’Assemblea Spirituale Nazionale dello Sri Lanka, ha detto che la sua visione e la sua fiducia sono aumentate dopo aver partecipato alla Convenzione.

«Vedo l’unità nella diversità e l’unità del genere umano nella sua realtà», ha detto il signor Serasinghe. «Sono convinto che al ritorno mi impegnerò nelle nostre attività con una fiducia molto maggiore».

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Arrivano i delegati alla Convenzione internazionale

Oltre mille delegati in rappresentanza di 157 paesi sono arrivati in Terra Santa per partecipare all’XI Convenzione internazionale baha’i. Un processo elettorale globale che ha avuto inizio fra i baha’i in oltre centomila città e villaggi del mondo culminerà lunedì, quando i delegati si riuniranno per eleggere i nove membri della Casa Universale di Giustizia, il consiglio internazionale che governa la Fede baha’i.

Eletta per la prima volta cinquant’anni fa nel 1963, la Casa Universale di Giustizia ha ricevuto da Baha’u’llah nei Suoi scritti il compito di esercitare un’influenza positiva sul benessere del genere umano, di promuovere l’educazione, la pace e la prosperità globale e di salvaguardare l’onore dell’uomo e la posizione della religione. Essa ha anche il compito di applicare gli insegnamenti baha’i ai requisiti di una società in evoluzione e di legiferare su temi che non sono stati esplicitamente trattati nei sacri testi della Fede.

La convenzione, che si tiene ogni cinque anni, ha inizio il 29 aprile e si conclude il 2 maggio. Oltre all’elezione essa prevede che i delegati si consultino su vari temi relativi al lavoro della comunità mondiale baha’i.

Il processo elettorale ha avuto inizio oltre un anno fa quando i baha’i hanno incominciato a incontrarsi in convenzioni distrettuali per eleggere i delegate durante le rispettive convenzioni nazionali. Le Assemblee Spirituali Nazionali dei vari paesi sono elette ogni anno durante questi incontri nazionali. I membri di queste Assemblee si incontrano come elettori durante la Convenzione internazionale baha’i.

Oltre ai delegati che partecipano di persona alla convenzione, oltre 400 di essi hanno inviato il loro voto per posta.

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Due membri della Casa Universale di Giustizia, si ritirano dopo diversi anni di servizio

Due membri della Casa Universale di Giustizia, l’istituzione internazionale che governa la Fede baha’i, si ritirano dopo diversi anni di servizio in Terra Santa.

Nel novembre 2012 la Casa Universale di Giustizia ha annunciato che aveva dato al dottor Farzam Arbab e al signor Kiser Barnes il permesso di rinunciare alla loro posizione, ma che essi avrebbero continuato a servire fino all’elezione dell’istituzione, che è prevista per la prossima settimana.

I nove membri della Casa Universale di Giustizia sono eletti durante la Convenzione internazionale baha’i, che cade ogni cinque anni. L’undicesima Convenzione avrà luogo il 29 aprile-2 maggio in Haifa e si prevede la partecipazione di oltre mille delegati.

Il dottor Arbab, 71enne, è stato eletto per la prima volta nel 1993. Il signor Barnes, 70enne, è stato eletto nel 2000.

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L’ONU esamina le cause della violenza contro le donne

Per rompere il ciclo della violenza contro le donne occorrono fondamentali mutamenti di cultura, atteggiamenti e credenze, nonché una fondamentale rivisitazione delle prevalenti nozioni del potere.

Queste sono alcune delle idee offerte quest’anno dalla Baha’i International Community (BIC) alla Commissione ONU sulla condizione femminile.

La BIC ha pubblicato una dichiarazione sul tema principale della LVII Commissione, «eliminazione e prevenzione di tutte le forme di violenza contro le donne e le ragazze», che evidenzia l’importanza di non limitarsi a reagire alla violenza contro le donne, ma di prendere provvedimenti per prevenirla.

«La prevenzione non deve limitarsi ad affrontare i sintomi di questa violenza, deve piuttosto prevenirne e risolverne le cause. La prevenzione deve esaminare gli attuali concetti di identità di genere e di potere e le forme di discriminazione e di svantaggio che mettono le donne a rischio di violenze».

In particolare è necessario «contestare seriamente e ridefinire fondamentalmente» il concetto di potere, dice la dichiarazione.

«Il prevalente concetto di potere, inteso come “potere su qualcuno o su qualcosa” deve essere sostituito dal concetto di “potere di fare qualcosa”, ossia il potere in quanto capacità dell’individuo e della collettività».

La dichiarazione prosegue dicendo: «Le espressioni distorte del potere e dell’autorità suscitano nei bambini atteggiamenti e abitudini che sono poi portati negli ambienti di lavoro, nella comunità e nella vita pubblica».

La delegazione di otto persone della BIC alla LVII Commissione, che si è riunita il 4-15 marzo 2013, ha cercato di offrire queste idee e di «costruire ponti e di unire le persone», ha detto Bani Dugal, il principale rappresentante della BIC presso le Nazioni Unite.

«L’ultima volta che la Commissione si è occupata della violenza contro le donne è stata nel 2003 e in quella circostanza gli stati membri non sono riusciti ad accordarsi sui risultati», ha detto la signora Dugal. «Nel parlare con i delegati e altre organizzazioni non governative si è constatato che quest’anno c’era un chiaro consenso su un documento forte».

Le conclusioni alle quali la Commissione è giunta in pieno accordo sono state accolte con soddisfazione da molti gruppi per il loro linguaggio a sostegno dei diritti delle donne e di concreti provvedimenti per prevenire la violenza e proteggere le donne.

«La Commissione afferma che le radici della violenza contro le donne e le ragazze si trovano nell’ineguaglianza storica e strutturale nei rapporti di potere fra le donne e gli uomini e persiste in tutti i paesi del mondo come una diffusa violazione dei diritti umani».

Il documento propone inoltre misure preventive, come l’educazione e la promozione della consapevolezza, nonché l’impegno di affrontare le diseguaglianze di genere nell’ambito politico, economico e sociale.

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Un dichiarazione della Baha’i International Community esplora un nuovo concetto di responsabilizzazione

I concetti di responsabilizzazione che mettono un gruppo contro l’altro devono essere accantonati in favore di una nuova visione secondo la quale la trasformazione sociale è vista come un’impresa collettiva alla quale tutti possono di partecipare.

Questo è uno dei temi principali di una dichiarazione scritta dalla Baha’i International Community (BIC) per la recente Commissione ONU sullo sviluppo sociale.

«Il desiderio di correggere le diseguaglianze sociali è sicuramento nobile, ma le dicotomie noi/loro non fanno altro che perpetuare e rafforzare le divisioni esistenti», dice la dichiarazione, intitolata «La responsabilizzazione, un meccanismo per la trasformazione sociale».

«Si deve pensare con attenzione ai modi in cui affrontare la responsabilizzazione come un’impresa universale e condivisa e non come una cosa di cui coloro che hanno fanno dono a coloro che non hanno». Un modo per evitare questi estremi è comprendere che l’umanità è un unico organismo sociale, afferma la dichiarazione.

«Questo concetto implica caratteristiche come l’interdipendenza delle parti e del tutto, l’indispensabilità della collaborazione, la reciprocità e il vicendevole aiuto, la necessità di distinguere nonché di armonizzare i ruoli, la necessità di provvedimenti istituzionali che non opprimano, ma responsabilizzino e l’esistenza di uno scopo collettivo al di sopra di quello dei singoli elementi costituenti».

La dichiarazione è uno dei contributi della BIC alla Commissione di quest’anno, che ha avuto luogo il 6-15 febbraio e che ha trattato il tema «responsabilizzare le persone» mentre si occupava di povertà, integrazione sociale e impiego pieno e decente.

Il 7 febbraio, la BIC ha sponsorizzato una tavola rotonda sul tema. Ha partecipato anche la presidentessa della Commissione, Sewa Lamsal Adhikari, la quale ha detto che le Nazioni Unite considerano la responsabilizzazione un tema fondamentale per chi si occupa di trasformazione sociale.

«La responsabilizzazione delle persone è alla base dello sviluppo sociale», ha detto la signora Adhikari. «Sta diventando uno degli elementi fondamentali degli sforzi per conseguire le tre mete principali del Summit mondiale per lo sviluppo sociale: sradicamento della povertà, impiego pieno e produttivo e lavoro decente per tutti e integrazione sociale».

«La responsabilizzazione è uno strumento per conseguire i fini dello sviluppo sociale». La signora Adhikari è incaricata d’affari della Missione permanente del Nepal presso le Nazioni Unite.

Ming Hwee Chong, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite, ha suggerito che non è un caso che il tema sia balzato in primo piano nelle discussioni sullo sviluppo sociale.

«È un’evoluzione naturale del discorso sullo sviluppo», ha detto il signor Chong, moderatore della tavola rotonda. «Questo rispecchia ciò che sta accadendo nel mondo e fa parte dell’accresciuta consapevolezza di quello che siamo, di quello che è il nostro potenziale, personale e collettivo, in quanto razza umana».

Fra gli oratori della manifestazione del 7 febbraio, intitolata «Responsabilizzazione: di chi? Con quali mezzi? Per quale fine?», c’erano Rosa Kornfeld Matte, direttrice del servizio nazionale per gli anziani in Cile, Corinne Woods, direttrice della campagna per il millennio e Yao Ngoran del Dipartimento degli affari socio-economici delle Nazioni Unite.

Una seconda tavola rotonda sponsorizzata dalla BIC l’8 febbraio, intitolata «Responsabilizzazione in azione», ha offerto riflessioni di persone con esperienza diretta nello sviluppo popolare.

Hou Sopheap, direttore esecutivo dell’Organizzazione cambogiana per la ricerca, lo sviluppo e l’educazione (CORDE), ha detto che la sua organizzazione ha adottato un’impostazione «imparare facendo» che si propone di creare capacità nei giovani affinché essi possano servire meglio le loro comunità.

Un’organizzazione di ispirazione baha’i che offre programmi educativi supplementari a oltre 3.000 giovani nella Cambogia nord-occidentale, il CORDE chiede agli studenti di compiere atti di servizio per le loro comunità oltre a lavorare sui libri di testo. «In questo modo ogni cosa prevede una parte di studio e una parte di azione», ha detto .

Anche Judith Therese Eligio-Martinez, coordinatrice dei programmi dell’agenzia di ispirazione baha’i, Associazione Bayan in Honduras, ha detto che il servizio è una parte fondamentale del loro programma, che in questo momento riguarda circa 6.000 studenti delle scuole superiori in 12 dei 18 dipartimenti dell’Honduras.

«L’Associazione si basa sulla convinzione che l’individuo ha la capacità di prendere decisioni per se stesso e di contribuire a sviluppare le capacità di tre grandi attori (nello sviluppo della comunità): l’individuo, la comunità e le istituzioni», ha detto la signora Eligio-Martinez.

Creato in Colombia da un’organizzazione di ispirazione baha’i, FUNDAEC, e noto con l’acronimo SAT, cioè «Sistema de Aprendizaje Tutorial» in spagnolo, il programma forma e coordina nelle comunità facilitatori che offrono educazione a livello di scuola superiore adatta alle zone rurali.

«Noi pensiamo che il SAT sia un modo creativo per proseguire gli studi, ma concentrandosi sull’idea di servire l’umanità e di rendere il mondo un luogo migliore in cui vivere, a livello locale», ha detto la signora Eligio-Martinez. «E in questo modo pensiamo di contribuire alla responsabilizzazione».

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Aumenta la violenza architettata dal governo contro i baha’i iraniani

In un rapporto pubblicato oggi, la Baha’i International Community documenta centinaia di episodi di tortura, aggressioni fisiche, incendi dolosi, vandalismi, profanazioni di cimiteri e violenze contro alunni perpetrati ai danni della comunità baha’i iraniana sin dal 2005. Gli autori di tutti questi episodi non sono stati puniti.

«L’intera situazione mette i baha’i in una posizione impossibile perché devono chiedere giustizia e protezione a quelle stesse autorità che stanno sistematicamente fomentando odio contro di loro e a un sistema legale che minaccia praticamente tutti i baha’i arrestati perché li accusa di essere nemici dello stato», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra.

«Questo rapporto dimostra che le aggressioni contro i baha’i sono architettate da agenti governativi e attivamente incoraggiate dalle autorità e dal clero musulmano dell’Iran e che gli aggressori sanno benissimo che non saranno puniti», ha aggiunto la signora Ala’i.

Intitolato «Una violenza impunita: atti di aggressione contro la comunità baha’i dell’Iran», il rapporto di 45 pagine riporta uno studio analitico e statistiche che documentano la crescente ondata di violenze contro i baha’i e la totale mancanza di procedimenti penali per gli aggressori.

Il rapporto, che esamina un periodo di sette anni dal 2005 al 2012, dice che almeno 52 dei baha’i arrestati sono stati torturati o tenuti in isolamento mentre si trovavano in prigione. Documenta anche altre 52 episodi in cui i baha’i sono stati fisicamente aggrediti alcuni da funzionari in divisa e altri da aggressori in borghese o da ignoti.

Il rapporto descrive inoltre 49 incendi dolosi ai danni di abitazioni e negozi baha’i e almeno 42 episodi di profanazione di cimiteri. Ci sono sati almeno 30 casi di vandalismo contro proprietà baha’i, oltre 200 casi di minacce contro i baha’i e 300 episodi di violenze contro scolari baha’i.

«Molte delle aggressioni documentate nel rapporto, come i casi di tortura o aggressione durante arresti e detenzioni, sono state perpetrate da agenti governativi», ha detto la signora Ala’i. «Altre aggressioni, come gli incendi dolosi, le profanazioni dei cimiteri e i vandalismi, sono state compiute da ignoti in piena notte.

«Ma in ogni caso, i violatori devono essere portati davanti alla giustizia, come chiedono le leggi internazionali sottoscritte dall’Iran. L’indisponibilità del governo a processare i perpetratori di questi crimini, dunque, è un altro elemento della loro campagna complessiva di persecuzione religiosa contro la minoranza baha’i», ha detto la signora Ala’i.

Per leggere online l’articolo in inglese, vedere le foto e accedere ai link si vada a: http://news.bahai.org/story/942

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Un nuovo rapporto dell’ONU chiede la liberazione dei sette dirigenti baha’i in prigione

L’investigatore indipendente per l’Iran delle Nazioni Unite ha chiesto l’immediata liberazione dei sette dirigenti baha’i in prigione invitando l’Iran a «fare onore» ai suoi impegni legali nei confronti della libertà di religione e di credenze.

L’appello è arrivato la settimana scorsa da Ahmed Shaheed, il relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran, nel suo rapporto annuale al Consiglio per i diritti umani con sede a Ginevra.

In un rapporto separato al Consiglio, anch’esso in data 28 febbraio 2013, il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha evidenziato le serie preoccupazioni sollevate dal dottor Shaheed. Il signor Ban ha sottolineato l’ampiezza e la gravità delle continue violazioni dei diritti umani in Iran, che comprendono l’ampio uso della tortura, la detenzione di avvocati e giornalisti e una costante repressione delle minoranze. Sotto questo aspetto, ha notato che «continuano a pervenire rapporti su gravi discriminazioni nella legge e nella pratica contro le minoranze etniche e religiose, specialmente contro la comunità baha’i».

«Un campagna mediatica in atto contro la comunità baha’i ha causato un aumento delle aggressioni contro i suoi membri e le loro proprietà», ha detto il signor Ban. «Questa campagna nazionale che consiste in libelli, manifesti, seminari anti baha’i e trasmissioni di discorsi contro i baha’i da reti radiofoniche sembra essere tacitamente accettata dalle autorità». Ha detto che c’è stato un notevole aumento degli arresti e delle detenzioni di baha’i, un centinaio dei quali si trovano attualmente in prigione.

Soprattutto, il signor Ban ha detto che «le violazioni dei diritti umani sono proseguite con un aumento delle misure restrittive contro giornalisti, difensori dei diritti umani e attivisti per i diritti delle donne».

Il rapporto del dottor Shaheed descrive come il governo iraniano ricorra alla tortura, alla detenzione in isolamento e all’arresto arbitrario in un continuo atteggiamento repressivo contro i giornalisti, i difensori dei diritti umani e altri.

Il dottore si è anche detto preoccupato per le leggi e le pratiche che reprimono le donne, notando che le donne subiscono una disparità di genere nell’impiego, nell’educazione e nella libertà di movimento. Ha detto che gli attivisti dei diritti delle donne «continuano a essere vessati perché fanno dichiarazioni che criticano politiche o azioni del Governo».

Quanto ai baha’i, il dottor Shaheed ha dato un «allarme» per la «sistematica persecuzione dei membri della comunità baha’i», che comprende «una grave pressione socio-economica, arresti e detenzioni». Egli ha invitato il governo iraniano a «considerare l’immediata liberazione di prigionieri di coscienza come i pastori Behnam Irani, Farshid Fathi e i dirigenti della comunità baha’i».

I sette dirigenti baha’i detenuti – Fariba Kamalabadi, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi, Saeid Rezaie, Mahvash Sabet, Behrouz Tavakkoli e Vahid Tizfahm – si trovano ingiustamente in prigione dal 2008. Nel 2010, sono stati dichiarati colpevoli per false accuse e condannati a 20 anni di prigione, una condanna che è attualmente la più grave per un prigioniero di coscienza in Iran.

Diane Ala’i, la rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra, ha accolto con soddisfazione entrambi i rapporti. Ha detto che essi «forniscono una pesante documentazione della misura in cui l’Iran continua a negare ai suoi cittadini i loro fondamentali diritti umani».

La signora Ala’i ha proseguito: «I rapporti descrivono un paese nel quale sono perseguitati non solo i baha’i, ma anche i giornalisti, le donne, i difensori dei diritti umani e numerose minoranze etniche e religiose.

«E tuttavia davanti alle Nazioni Unite e al Consiglio per i diritti umani, i diplomatici iraniani continuano a negare che le cose vadano male, affermando che l’Iran è una colonna delle democrazia e un forte sostenitore dei diritti umani».

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