Nel Lussemburgo, il Presidente della Camera dei deputati esprime apprezzamento per l’opera della comunità bah a’i

Nel Lussemburgo, il Presidente della Camera dei deputati esprime apprezzamento per l’opera della comunità baha’i

Il Presidente della Camera dei deputati del Lussemburgo ha ringraziato la comunità baha’i per le attività che ha svolto per costruire ponti fra differenti elementi della società.

«Per me l’azione svolta dai baha’i si riassume nella parola “coesione”», ha detto Mars Di Bartolomeo a un centinaio di ospiti riuniti per una celebrazione della Giornata nazionale, il genetliaco di Sua Altezza Rreale Henri, Granduca del Lussemburgo.

«Per la comunità baha’i la formula unità nella diversità è ben più che uno slogan», ha detto il signor Di Bartolomeo, «è la base del loro credo e delle loro azioni».

Il signor Di Bartolomeo ha incominciato il suo discorso con una nota citazione dalle sacre scritture baha’i: «La terra è un solo paese e l’umanità i suoi cittadini».

«Il principio dell’unità del genere umano, insegnato da Baha’u’llah, mi ha toccato il cuore dal primo momento in cui l’ho udito», ha detto.

«Da allora ho avuto l’opportunità di lavorare assieme ai baha’i in alcuni progetti sociali per molti anni … e posso testimoniare la sincerità con cui i baha’i stano cercando di applicare questi insegnamenti».

I baha’i, ha detto, «invitano tutti i loro concittadini a lavorare assieme a loro per il miglioramento della società».

Alla manifestazione, che ha avuto luogo il 26 giugno nel centro nazionale baha’i del Lussemburgo, hanno partecipato altri tre membri del Parlamento, compresa Viviane Loschetter, presidentessa del gruppo parlamentare del Partito Verde. Fra gli ospiti c’erano anche alcuni rappresentanti di gruppi religiosi e della società civile.

Il programma prevedeva anche un discorso introduttivo di Wafa Arzani, presidentessa dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei Baha’i del Lussemburgo, letture dagli scritti baha’i e una presentazione musicale.

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Commemorato il cinquantenario della Casa di culto bahá’í europea

Commemorato il cinquantenario della Casa di culto bahá’í europea

Eminenti personaggi religiosi e politici si sono riuniti a Langenhain (Germania) all’inizio di una programma di festeggiamenti per celebrare il cinquantenario della prima Casa di culto bahá’í nel continente europeo.

Nel ricevimento di apertura che si è svolto nel Centro nazionale bahá’í della Germania il 3 luglio, il Ministro di stato e capo della cancelleria dello stato di Hesse, signor Axel Wintermeyer, ha parlato a un pubblico di circa 130 persone. Nel suo discorso, egli ha elogiato gli insegnamenti bahá’í perché promuovono un «dialogo caratterizzato dal rispetto e dalla tolleranza di tutte le religioni».

«Molti violenti conflitti nel mondo sono motivati dall’intolleranza religiosa», ha detto il signor Wintermeyer, «e la pace mondiale non è possibile senza la pace religiosa».

«La Casa di culto bahá’í, al contrario, è un simbolo della coesistenza e della tolleranza religiosa. Tutti qui sono benaccetti».

Anche il capo della Tavola rotonda delle religioni in Germania, il reverendo dottor Franz Brendle, ha parlato al pubblico, esprimendo la sua gratitudine per il contributo offerto dai bahá’í al dialogo interreligioso e per i loro sforzi per la costruzione della comunità.

«Voi siete caratterizzati dal vostro atteggiamento pacifico verso gli altri», ha detto il dottor Brendle.

Il professor Ingo Hofmann, un rappresentante della comunità bahá’í in Germania, ha spiegato che «la preghiera da sola non basta alla creazione di una società giusta e prospera».

Un concetto integrante delle Case di culto bahá’í è che esse offrono un centro spirituale attorno al quale possono essere create agenzie e istituzioni di servizio sociale, umanitario ed educativo per la popolazione della zona.

«Il lavoro svolto in spirito di servizio all’umanità è la vera preghiera innalzata a Dio», ha detto il professor Hofmann.

La Casa di culto è stata inaugurata il 4 luglio 1964 dopo tre anni e mezzo di lavori. Nel 1987 è stata dichiarata monumento culturale per lo stato di Hesse ed è ora considerata un punto di riferimento nel distretto di Main-Taunus.

Illustrando il caratteristico disegno dell’edificio, Wolfgang Exner, consigliere municipale per Hofheim am Taunus, ha notato che la gente della regione è molto orgogliosa di avere «questo gioiello di architettura» fra loro.

«Amiamo portare qui gli ospiti e siamo orgogliosi di mostrare loro il nostro tempio bahá’í», ha detto.

Era presente anche Teuto Rocholl, l’architetto del Tempio. Il signor Rocholl con la moglie e la figlia hanno partecipato al ricevimento come ospiti d’onore.

Dopo il ricevimento, i presenti hanno assistito a uno speciale programma di preghiera nella Casa di culto bahá’í.

I festeggiamenti per il cinquantenario sono proseguiti domenica 6 luglio quando la comunità bahá’í tedesca ha ospitato un Sommerfest annuale nel terreno del Tempio. Erano presenti circa 3000 ospiti provenienti dalle zone limitrofe e da zone più lontane. Il programma culturale includeva un teatro interattivo ed esibizioni musicali di un coro giovanile locale di Langenhain, che si chiama The Mood. Durante il giorno nella Casa di culto si sono svolti quattro programmi devozionali.

L’anniversario è stato celebrato anche con una mostra d’arte che durerà l’intero mese di luglio e che mostrerà dipinti e fotografie ispirati alla Casa di culto eseguiti da dodici artisti di Langenhain e della regione adiacente.

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A Yazd, in Iran distribuiti minacciosi manifesti anti-baha’i

A Yazd, in Iran distribuiti minacciosi manifesti anti-baha’i

Un provocatorio e minaccioso volantino che definisce i baha’i «senza Dio» è stato distribuito nella città di Yazd, in Iran, la scorsa settimana, alla vigilia di un’importante festa religiosa sciita.

Il volantino anonimo è stato posto su molte pareti e sulle case e sulle automobili di alcuni baha’i, ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra.

«La distribuzione di questo manifesto è stata ovviamente calcolata per accendere le passioni religiose contro i baha’i, che sono una minoranza a Yazd e nell’Iran», ha detto la signora Ala’i. «Il messaggio fondamentale del manifesto è che è un dovere religioso attaccare i baha’i e distruggere le loro proprietà.

«La scelta delle case e dei veicoli baha’i è altrettanto significativa, in quanto portatrice di un messaggio: “Sappiamo chi siete e dove vi trovate”», ha aggiunto.

La distribuzione del volantino in questa città di media grandezza nell’Iran centrale ha avuto luogo il 12 giugno 2014, la vigilia di Shabe-barat [la «notte del parto»], che onora la nascita dell’Imam Mahdi ed è un’importante ricorrenza religiosa per i musulmani sciiti.

Il volantino afferma che secondo la legge della Sharia, il «sangue» dei baha’i «non ha alcun valore» e che «ogni musulmano deve opporsi a qualunque attività svolta da questo movimento e combatterlo anche a costo della vita».

Un’analoga versione del manifesto era stata recapitata in almeno cinque case baha’i in Yazd lo scorso gennaio. Il volantino portava la firma dell’«Hizbu’llah» (il Partito di Dio).

La signora Ala’i ha detto che il governo aveva il dovere di denunciare pubblicamente questi atti e di trovare e processare gli autori di questi odiosi messaggi e di proteggere i baha’i in quanto cittadini dell’Iran.

«Sfortunatamente, è molto tempo che il governo consente che i perpetratori di tali attacchi agiscano impunemente. Negli ultimi anni, ci sono stati centinaia di aggressioni o di minacce contro i baha’i e le loro proprietà e nessuno è stato processato per averle commesse», ha detto.

La signora Ala’i ha affermato, per esempio, che lo scorso gennaio tre baha’i sono stati aggrediti nella propria abitazione da un sconosciuto che brandiva un coltello e che un baha’i è stato colpito da un’arma da fuoco e ucciso in Bandar Abbas lo scorso agosto. Negli ultimi mesi ci sono inoltre stati diversi episodi di profanazioni di cimiteri baha’i, per esempio le guardie rivoluzionarie hanno cercato di distruggere uno storico cimitero baha’i a Shiraz.

«Sfortunatamente in molti casi il governo ha volontariamente partecipato a far circolare materiale provocatorio contro i baha’i. Alti funzionari e organi di stampa governativi regolarmente diffondono propaganda anti-baha’i e il volume di questo materiale è molto aumentato quest’anno», ha detto la signora Ala’i.

In gennaio, ha detto la signora Ala’i, la Baha’i International Community ha catalogato almeno 55 articoli anti-baha’i su siti web iraniani. Gli articoli erano 72 in febbraio, 93 in marzo, 285 in aprile e 366 in maggio.

«Il governo ha creato un’atmosfera nella quale coloro che odiano i baha’i possono agire in totale impunità», ha detto la signora Ala’i. «E dato che non c’è timore di essere processati, temiamo che le aggressioni contro i baha’i continuino».

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In tre continenti eminenti musulmani denunciano la persecuzione dei baha’i in Iran e chiedono la coesistenza r eligiosa

In tre continenti eminenti musulmani denunciano la persecuzione dei baha’i in Iran e chiedono la coesistenza religiosa

In Medio Oriente, in Africa e in Europa, eminenti musulmani hanno recentemente parlato contro la recente persecuzione dei baha’i in Iran, denunciando l’intolleranza religiosa che è la causa dell’oppressione della più grande minoranza religiosa del paese. Ispirati in parte dall’ayatollah iraniano Abdol-Hamid Masoumi Tehrani, il quale ha recentemente pubblicato un appello che chiede specificamente la «coesistenza» coi baha’i, l’ayatollah al-Faqih Seyyed Hussein Ismail al-Sadr, il decano del clero sciita a Baghdad, Iraq, il Consiglio giuridico islamico del Sud Africa e il dottor Ghaleb Bencheikh, presidente di Religions for Peace in Francia, hanno elogiato il gesto dell’ayatollah Tehrani definendolo retto e coraggioso, appoggiando il suo appello a intavolare un nuovo discorso sui valori condivisi dalle diverse religioni nello sforzo di promuovere un’armoniosa coesistenza.

In Baghdad, in una lunga intervista pubblicata online il 14 maggio 2014, l’ayatollah al-Faqih Seyyed Hussein Ismail al-Sadr, fondatore della Fondazione del dialogo umanitario, ha detto che le discussioni sui valori condivisi possono aiutare a superare il dogmatismo e il fanatismo.

«Tutti noi, indipendentemente dalla nostra adesione a una data religione, a un dato gruppo o a una data dottrina, siamo esseri umani», ha detto l’ayatollah Sadr. «In quanto tali, condividiamo molti valori, processi mentali e disposizioni naturali, che sono gli elementi che ci consentono di incontrarci e di intavolare un discorso che ci dia una maggiore comprensione degli altri, cosa che, a sua volta, ci porta a instaurare un’armoniosa coesistenza».

Nell’intervista, l’ayatollah Sadr ha anche affrontato il tema dei baha’i. «Il Corano ci chiama tutti “figli di Adamo”,» ha detto, «e secondo l’Imam ‘Ali, la pace sia con Lui, le persone sono di due tipi: o fratelli nella religione o compagni nella creazione. Posso non essere d’accordo con i seguaci di una data religione, ma ciò non significa che io abbia il diritto di privarli dei loro naturali diritti umani o di negare loro i diritti della cittadinanza di una nazione».

L’ayatollah Sadr, che è ben noto per il suo impegno nella promozione del dialogo fra gruppi religiosi e secolari, ha auspicato un «discorso umano» sull’armonia e sulla coesistenza delle religioni. Il suo obiettivo, ha detto, è «partecipare a tutti i discorsi che contribuiscono alla formazione di un’umanità progressiva con una nuova visione che possa costruire una società sana, che, a sua volta, contribuisca a costruire nazioni di successo».

L’ottobre scorso, l’ayatollah Sadr ha risposto a una domanda che gli è stata posta da qualcuno che notava che alcuni musulmani credono di non dover avere alcun rapporto con i baha’i con una fatwa (editto religioso) su come i musulmani devono comportarsi con i baha’i.

«Dio Onnipotente ci ha ordinato di trattare con gentilezza tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle di altre religioni e altre fedi, basandoci sulla giustizia, sulla misericordia e sull’amore», ha detto. «Perciò, non ci sono obiezioni all’interazione e all’associazione nei limiti dei criteri fondamentali umani fra i musulmani e i loro fratelli di altre religioni e di altri credi».

Il 16 maggio 2014, il Consiglio giuridico islamico del Sud Africa ha emesso una dichiarazione che elogia il «nobile gesto» dell’ayatollah Tehrani che ha concesso «un giusto riconoscimento alla comunità baha’i». Il Consiglio ha inoltre espresso la speranza che il gesto dell’ayatollah Tehrani conduca al «riconoscimento ufficiale dei diritti di questa comunità religiosa i cui scopi e i cui obiettivi sono unicamente rivolti verso la pace e la tolleranza per tutti sulla terra».

E a Parigi, in un video postato online, il dottor Ghaleb Bencheikh, rispettabile teologo musulmano, molto noto in Francia come promotore delle attività interreligiose e come presentatore del programma televisivo settimanale «Islam», ha elogiato il «magnifico» gesto dell’ayatollah Tehrani.

«Spero che egli molto presto ispiri anche altri», ha detto il dottor Bencheikh. «Sarebbe meraviglioso se egli avesse ambasciatori che parlino in suo nome. Per momento non ne ha, almeno per quanto ne so io. Bene dunque, noi ci proclameremo suoi ambasciatori».

Condannando la persecuzione dei baha’i in Iran, in quanto «a disprezzo della legge» e «intollerabile scandalo», il dottor Bencheikh ha raccomandato che il discorso sulla coesistenza religiosa prosegua. A tal fine ha immediatamente organizzato una tavola rotonda, congiuntamente ospitata da Religions for Peace e dalla comunità baha’i di Francia, che avrà luogo a Parigi il 27 giugno, con il titolo: «Per promuovere la coesistenza religiosa – riflessioni condivise sul gesto dell’ayatollah Masoumi-Tehrani». Il dottor Bencheikh ha anche ventilato la possibilità in un altro incontro più allargato per il prossimo inverno.

«Non dobbiamo disperare», ha detto il dottor Bencheikh. «Le più grandi cattedrali hanno inizio da una pietra. Questa pietra è stata posta. Se volete che gli esseri umani fraternizzino, portateli assieme a erigere cattedrali. In questo caso la cattedrale non è un edificio fisico. È la cattedrale della fraternità universale. Essa ha inizio da una parola, da un gesto, un segno di amicizia sul quale dobbiamo imparare a costruire».

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Alla vigilia della Coppa del Mondo, la Casa Universale di Giustizia risponde all’invito del Presidente brasili ano

Alla vigilia della Coppa del Mondo, la Casa Universale di Giustizia risponde all’invito del Presidente brasiliano

SAN PAOLO, Brasile, 12 giungo 2014, (BWNS) — Rispondendo all’invito del presidente brasiliano, Dilma Rousseff, la Casa Universale di Giustizia ha scritto un messaggio rivolto al popolo di quel paese e agli altri in occasione della XX Coppa del Mondo, che ha avuto inizio oggi.

Il presidente Rousseff aveva scritto alla Casa Universale di Giustizia invitandola a scrivere una dichiarazione sulla promozione della pace mondiale e dell’armonia fra i popoli del mondo. Il Presidente ha anche espresso la sua certezza che il messaggio potesse contribuire alla promozione di valori umani universali. Anche altri capi religiosi sono stati invitati a mandare messaggi. La lettera del Presidente diceva che il governo desidera servirsi dell’occasione della Coppa del Mondo per sostenere la causa della pace e combattere ogni forma di discriminazione razziale.

Si allegano il testo inglese (allegato2) e la traduzione italiana (allegato1) del messaggio

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Prende piede nel mondo arabo un nuovo discorso sulla coesistenza religiosa

Prende piede nel mondo arabo un nuovo discorso sulla coesistenza religiosa

Nel mondo arabo incomincia a prende forma una nuova discussione su come sia possibile vivere in pace accanto ai seguaci di tutte le religioni.

Questo discorso è stato in parte ispirato dal sensazionale appello alla coesistenza religiosa con i baha’i lanciato da un ayatollah iraniano, ma poi ha assunto una vita propria trasformandosi in una vivace discussione sulla situazione della libertà religiosa nei paesi arabi.

«L’uomo è stato creato “libero” e dal punto di vista islamico la “libertà” non è un mero diritto. È un dovere di cui rispondere davanti alla legge», ha scritto ‘Abdu’l-Hamid Al-Ansari, esperto di legge islamica nel Qatar, sul quotidiano kuwaitiano Aljarida il 26 maggio.

«L’Islam garantisce la “libertà religiosa” a coloro che ne differiscono per credo e per culto [come dice il Corano]: “A ognuno di voi abbiamo assegnato una regola e una via”.

«Pertanto», ha scritto il dottor Al-Ansari, ex decano di studi e legge islamici presso l’università del Qatar, «che cosa resta del significato della “libertà”, se impediamo ai seguaci delle altre religioni di praticare la propria religione?».

Il professor Suheil Bushrui, un’autorità in temi di religione e dialogo interreligioso nel mondo arabo, ha detto che in quella regione «le forze del fanatismo sono immense, ma nello stesso tempo ci sono apertura di mente e un grande desiderio di creare un nuovo modo di pensare.

«Secondo questo nuovo pensiero la religione non insegna la violenza e si discute sempre più spesso sul fatto che il Corano garantisce la libertà di culto e di religione», ha detto il professor Bushrui, che dirige il George and Lisa Zakhem Kahlil Gibran Research and Studies Project presso l’università del Maryland.

Questa discussione è presente in un crescente numero di nuovi articoli e commenti sul tema della coesistenza religiosa che sono stati pubblicati nelle ultime settimane in tutto il mondo arabo.

Alcuni commentatori arabi hanno detto di essere stati ispirati dal gesto dell’ayatollah Abdol-Hamid Masoumi-Tehrani, un presule iraniano che ha recentemente prodotto un’opera calligrafica di sacri versetti baha’i offrendola in dono ai baha’i del mondo, assieme a una dichiarazione sulla necessità di coesistere con i baha’i, duramente perseguitati in Iran.

Nelle Isole Bahrain, l’illustre giornalista Es’haq Al-Sheikh ha pubblicato sul quotidiano Alayam un commento nel quale afferma che il dono dell’ayatollah Tehrani ha offerto alcune idee sulla necessità di agire con coraggio per promuovere il principio della coesistenza religiosa nell’intera regione.

«L’appello di questo presule iraniano è un genuino invito allo spirito di pacifica e stabile coesistenza religiosa, solidamente radicato nella tolleranza fra tutte le religioni», ha scritto il signor Al-Sheikh il 21 aprile, in un articolo intitolato: “Accogliamo fra noi la Fede baha’i”.

«È un appello benedetto che deve farsi strada verso il Golfo, la penisola araba e tutti i paesi arabi: si riconosca ai baha’i il diritto di praticare la propria religione e rafforzino quei paesi il proprio concetto di cittadinanza applicando la giustizia e la parità fra tutti i credi e le religioni nelle nostre società arabe», ha scritto il signor Al-Sheikh.

Clovis Maksoud, ex ambasciatore della Lega degli Stati Arabi presso le Nazioni Unite e rinomato autore, studioso ed educatore, ha detto: «Non c’è dubbio che in questo momento fra le religioni vi è una tendenza contro il dogmatismo e l’intransigenza». Il dottor Maksoud ha aggiunto: «Si sta scoprendo ciò che accomuna le religioni invece che ciò che le differenzia.

«Ciò che l’ayatollah ha fatto e il dono che ha offerto ai baha’i lo attestano in modo molto sottile. Questo non vale solo per ciò che è accaduto ai baha’i. Vale anche per ciò che sta accadendo in molte situazioni fra gli sciiti e i sunniti e fra i cristiani e i musulmani», ha detto il dottor Maksoud in un’intervista.

Il dottor Maksoud ha detto anche che ora si deve andare al di là dell’idea di una mera tolleranza o coesistenza. «Voglio partecipare a un processo di comune scoperta per vedere ciò che unisce e ciò che è diverso. Voglio godere la diversità come un esercizio di inclusione e di pratica spirituale».

Mahmoud Chreih, noto in Libano come autore, editore e studioso, ha detto che il nuovo messaggio della coesistenza è chiaramente sostenuto nel Corano e in altri testi islamici.

«Il Corano è chiaro – i versetti sulla tolleranza sono chiari – perciò non ci sono problemi con il testo dell’Islam», ha detto il signor Chreih. «Il problema è nell’applicazione».

Di conseguenza, ha detto, i messaggi dell’ayatollah Tehrani e di altri hanno avuto vasta eco in tutta la regione.

In Iraq, uno dei più anziani prelati sciiti, l’ayatollah Seyed Hosein Sadr, ha recentemente rilasciato una lunga intervista nella quale delinea una visione analoga della coesistenza religiosa e della libertà di credo.

«Non credo in una dicotomia del messaggio di Dio, come non sottoscrivo una dicotomia o un conflitto fra Dio e l’umanità», ha detto l’ayatollah Sadr il 14 maggio in un’intervista pubblicata da Din Online. «Io credo che questo concetto derivi da un’erronea interpretazione di fanatici e radicali religiosi…

«La religione non deve essere usata per sopprimere l’umanità, o per costringere chiunque, o per esercitare pressioni e coercizioni. La religione è intesa per guidare l’umanità verso una vita più nobile e per infondere sentimenti di gioia e di buona fortuna, per dare significato e valore alla vita», ha detto l’ayatollah Sadr.

L’ayatollah Sadr è stato inoltre interpellato su una sua dichiarazione, nella quale ha esortato i musulmani ad avere relazioni cordiali con i baha’i. «Posso anche non essere d’accordo con i seguaci di una data religione, ma questo non significa che io possa privarli dei loro naturali diritti umani», ha detto. «La religione ci ingiunge di trattare gli altri con equità e con giustizia, anche i nemici. Come Dio ha detto: “L’animosità collettiva non deve farvi smettere di essere giusti! Dovete osservare l’equità e la giustizia, e questo è più vicino alla vera fede”».

Ahlam Akram, eminente attivista per la pace arabo, ha scritto il 24 aprile su Elaph: «È una sorpresa, ed è anche motivo di speranza, il fatto che alcuni sacerdoti musulmani abbiano adottato un nuovo concetto degli insegnamenti e dei principi dell’Islam, un concetto che assume una posizione positiva basata sullo spirito della religione e sulla convinzione che il santo Corano incoraggi la coesistenza fra le religioni e che anzi la accetti di buon grado».

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Proteste in tutto il mondo per il protrarsi della detenzione dei dirigenti baha’i in Iran

Proteste in tutto il mondo per il protrarsi della detenzione dei dirigenti baha’i in Iran

Funzionari governativi, organi di stampa e attivisti dei diritti umani di tutto il mondo hanno nuovamente protestato per il protrarsi della detenzione dei sette dirigenti baha’i in Iran.

Le proteste coincidono con il sesto anniversario del loro iniquo arresto. Sei dei sette sono stati arrestati il 14 maggio 2008 e tutti loro stanno ora scontando 20 anni di carcere, la più dura condanna inflitta ad attuali prigionieri di coscienza in Iran.

La più sensazionale commemorazione del loro arresto si è svolta a Teheran il 12 maggio quando una dozzina di persone, attivisti dei diritti umani, giornalisti e un capo religioso si sono incontrati con i baha’i in una casa privata.

Ripresi assieme in una foto che ha avuto ampia diffusione online, del gruppo facevano parte i legali per i diritti umani Nasrin Sotoudeh e Nargess Mohammadi; Masumeh Dehghan, attivista e moglie di Abdolfatah Soltani, un legale dei diritti umani attualmente detenuto, Muhammad Maleki, il primo capo dell’Università di Teheran dopo la rivoluzione islamica, Jila Baniyaghoob, Issa Saharkhiz e Muhammad Nourizad, eminenti giornalisti che sono stati in prigione e l’ayatollah Abdol-Hamid Masoumi-Tehrani, un presule musulmano che ha recentemente invocato la coesistenza religiosa con i baha’i.

Fuori dall’Iran, l’anniversario è stato ricordato in varie manifestazioni che hanno avuto luogo in vari paesi, fra i quali il Brasile, il Sud Africa, il Regno Unito e gli Stati Uniti.

Queste manifestazioni coincidono con la pubblicazione di un nuovo documentario sulla persecuzione dei baha’i iraniani, «To Light a Candle», prodotto dall’eminente produttore e giornalista Maziar Bahari.

Inoltre importanti editoriali e commenti sono apparsi in importanti organi di stampa, come The Wall Street Journal, The Guardian, il National Post e The Huffington Post. Commenti sono apparsi anche su organi di stampa iraniani. Tutti hanno chiesto la liberazione dei sette.

«L’anniversario della vittoria presidenziale di Hasan Rouhani in Iran si avvicina, ma la situazione dei diritti umani nella Repubblica islamica, soprattutto per quanto riguarda il trattamento delle minoranze religiose, rimane pessima», hanno scritto Robert George e Katrina Lantos Swett su The Wall Street Journal il 19 maggio 2014. «Lo è soprattutto per i baha’i, la maggiore minoranza religiosa non musulmana in Iran».

Scrivendo per il Teheran Bureau di The Guardian il 19 maggio, Ramin Ahmadi ha detto che la sorte dei sette, e di tutti i baha’i iraniani, è «la sorte di tutti gli iraniani che non si adeguano in un modo o nell’altro».

«La loro libertà religiosa, i loro diritti umani sono un requisito essenziale della nostra libertà, dei nostri diritti umani», ha scritto il signor Ahmadi, co-fondatore del centro di documentazione dei diritti umani dell’Iran.

Il dottor George e il dottor Swett, che lavorano entrambi per la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale, hanno scritto: «Come nel caso dei pastori cristiani arrestati, Saeed Abedini e Farshid Fathi, il regime di Teheran non dà segno di voler liberare i cosiddetti sette baha’i – i dirigenti baha’i in prigione per false accuse, come spionaggio e «diffondere corruzione sulla terra» – o smettere di perseguitare la sua popolazione baha’i, che conta oltre 300 mila persone».

Irwin Cotler, scrivendo sul National Post canadese, ha usato il sesto anniversario dell’arresto dei sette per richiamare l’attenzione sul tema complessivo delle violazioni dei diritti umani in Iran.

Egli ha scritto che la condanna a 20 anni è «praticamente una condanna a morte per alcuni di loro, data l’età avanzata», aggiungendo che «il regime iraniano ha fatto dell’appartenenza alla religione baha’i e dell’attività per essa un crimine». Il signor Cotler è stato Ministro della giustizia e Procuratore generale del Canada.

Preoccupazione è stata espressa anche da alcuni funzionari governativi.

Nel Regno Unito, il Foreign Office ha pubblicato un comunicato stampa chiedendo che i sette siano liberati.

«Sei anni fa, sette dirigenti della fede baha’i in Iran sono stati condannati a vent’anni di prigione per aver praticato la propria religione», ha detto Hugh Robertson, ministro per il Medio Oriente. «Chiedo alle autorità iraniane di liberarli con procedura di urgenza. Sono inoltre molto preoccupato per la recente notizia della profanazione di un cimitero baha’i a Shiraz, nel quale sono sepolti circa 950 baha’i».

In Canada il 14 maggio, Andrew Bennett, ambasciatore per la libertà religiosa, ha pubblicato una dichiarazione ricordando il sesto anniversario dell’arresto dei sette ed esprimendo tristezza perché «in Iran la situazione delle minoranze religiose resta difficile, senza alcuna prospettiva oltre alle vane promesse del presidente Rouhani».

«In Iran i baha’i, i cristiani, i dervisci e i musulmani sunniti continuano a subire vessazioni, arresti arbitrari, detenzioni e maltrattamenti da parte delle autorità iraniane perché praticano la loro fede e frequentano le loro comunità religiose», ha detto il dottor Bennett.

Altri hanno ricordato il sesto anniversario dei sette in altri modi.

Negli Stati Uniti, il nuovo documentario «To Light a Candle», prodotto e diretto dall’ex corrispondente a Teheran del Newsweek Maziar Bahari, è stato proiettato in maggio in diverse città del Nord America, come Los Angeles, New York, Toronto e Chicago.

Scrivendo su The Huffington Post, il giornalista Omid Memarian ha detto che il film segna «una svolta nella descrizione delle condizioni dei baha’i in Iran.

«Esso rivela decenni di repressioni, persecuzioni e intimidazioni contro una pacifica comunità di iraniani le cui vite sono state duramente colpite dall’intolleranza religiosa della classe dirigente iraniana», ha scritto il signor Memarian.

Sempre negli Stati Uniti, quattro membri del Congresso hanno scritto una lettera al presidente Barack Obama sul deterioramento della situazione dei diritti umani in Iran. La lettera, che dedica un paragrafo alla situazione dei sette prigionieri baha’i, sta ora circolando fra i membri del Congresso e acquisendo altre firme.

Inoltre, tredici organizzazioni religiose degli Stati Uniti, come l’American Jewish Committee, l’American Islamic Congress, la Anti-Defamation League, la Baptist World Alliance e l’Hindu American Foundation, hanno inviato una lettera al segretario di stato statunitense John Kerry, dicendo che il trattamento dei sette è «un segno del deterioramento della situazione dei diritti umani in Iran».

«Siamo molto preoccupati per la libertà religiosa e per i diritti umani in Iran», dice la lettera. «La invitiamo a chiedere la liberazione dei [sette] e di tutti i prigionieri di coscienza in Iran e di parlare in difesa dei fondamentali diritti di tutti i cittadini dell’Iran».

In Brasile, alcuni rappresentanti della comunità baha’i, il Consiglio nazionale delle chiese cristiane, la Federazione spiritualista brasiliana e la United Religions Initiative si sono incontrate per pregare davanti all’edificio del Parlamento brasiliano.

Ad essi si è unita la senatrice Ana Rita, presidentessa della Commissione per i diritti umani del senato brasiliano, la quale ha chiesto l’immediata liberazione dei sette e la cessazione delle persecuzioni contro i baha’i iraniani.

Lo stesso giorno, il senatore Eduardo Suplicy ha preso la parola durante la sessione plenaria del Senato brasiliano per parlare in difesa dei sette.

In Sud Africa il 15 maggio, SAFM, un’importante stazione radio del paese, ha trasmesso un programma di 30 minuti interamente dedicato alla sistematica persecuzione dei baha’i in Iran.

I sette dirigenti baha’i formavano il gruppo, ora sciolto, noto come «Yaran» o «Amici in Iran», che operava per provvedere ai bisogni spirituali e sociali dei 300 mila membri della comunità baha’i del paese, con la piena consapevolezza del governo.

Il 14 maggio 2008, durante una serie di incursioni di primo mattino a Teheran, sei di loro sono stati arrestati: Fariba Kamalabadi, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi, Saeid Rezaie, Behrouz Tavakkoli e Vahid Tizfahm. Il settimo membro del gruppo, Mahvash Sabet, era stata arrestata due mesi prima il 5 marzo 2008.

In seguito, i sette dirigenti sono stati sottoposti a un processo viziato. Durante il primo anno della loro detenzione, i sette non sono stati informati delle accuse mosse contro di loro e non hanno praticamente avuto alcun accesso ai legali. Il processo, durato alcuni mesi nel 2010 con solo sei giorni davanti al tribunale, è stato illegalmente chiuso al pubblico, si è basato su prove inesistenti e il pubblico ministero e i giudici hanno mostrato di avere molti pregiudizi.

«L’atto di accusa emesso contro i nostri clienti… sembrava una dichiarazione politica», ha detto uno dei loro legali, Mahnaz Parakand. «Era un documento di 50 pagine… pieno di accuse e di offese contro la comunità baha’i dell’Iran, soprattutto i nostri clienti. È stato scritto senza produrre alcuna prova delle accuse».

Oggi i sette si trovano in condizioni molto difficili in due delle più importanti prigioni dell’Iran. I cinque uomini sono detenuti nella prigione Gohardasht di Karaj e le due donne si trovano nella prigione Evin di Teheran. Essi si trovano in ambienti appositamente riservati ai prigionieri di coscienza, sottoposti a restrizioni e sorveglianza speciali.

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Proseguono gli elogi dell’appello alla coesistenza religiosa lanciato dall’ayatollah Tehrani

Proseguono gli elogi dell’appello alla coesistenza religiosa lanciato dall’ayatollah Tehrani

La sensazionale iniziativa di un presule iraniano, il quale il mese scorso ha invocato la coesistenza con i baha’i, continua a suscitare in tutto il modo commenti sulla tolleranza religiosa e sulla libertà di credenze.

Eminenti capi religiosi e altri pensatori in Brasile, in Canada, in Spagna e in Sud Africa hanno recentemente commentato il gesto dell’ayatollah Abdol-Hamid Masoumi-Tehrani, il quale il 7 aprile 2014 ha donato ai baha’i del mondo una riproduzione calligrafica miniata di alcuni versetti delle scritture baha’i.

In Brasile, il noto teologo della liberazione Leonardo Boff ha espresso ammirazione per il gesto dell’ayatollah Tehrani, dicendo che egli «sta servendo la causa della pace fra le religioni, la base della pace fra i popoli».

«È impossibile non ricordare, a questo proposito, la straordinaria esperienza di sette secoli di coesistenza pacifica e profondo dialogo fra i seguaci di Allah che vivevano nella Spagna di Averroè e Avicenna, accanto ad altri grandi poeti, insieme con cristiani come il sacerdote francescano Raimundo Lullo», ha scritto il dottor Boff, che oggi è professore emerito di etica, filosofia della religione ed ecologia presso l’Università statale di Rio de Janeiro.

In Brasile, anche il deputato federale Chico Alencar si è recentemente pronunciato davanti al congresso elogiando il gesto dell’ayatollah Tehrani, che egli ha definito «un atto simbolico che ci ricorda l’importanza della dignità umana e della coesistenza pacifica».

«Egli afferma inoltre che, indipendentemente dalla loro religione, le persone devono vivere nella collaborazione ed evitare l’odio, l’inimicizia e il pregiudizio religioso», ha detto l’onorevole Alencar, spiegando che egli stava menzionando il gesto dell’ayatollah Tehrani per ricordare ai suoi colleghi che le leggi devono «promuovere pratiche educative, sociali e politiche in linea con ideali di pace e di coesistenza pacifica fra tutti i brasiliani…».

In Canada, James Christie, direttore dell’Itituto Ridd per la religion e la politica globale presso l’Università del Winnipeg, ha scritto una lettera nella quale elogia il gesto dell’ayatollah Tehrani.

«Le sue parole e il suo dono promettono una marea crescente di riconciliazione, di pace e di speranza fra le religioni che tutti i popoli di buona volontà devono commentare e prendere a modello», ha detto il reverendo professor Christie.

In Sud Africa, Gary Eisenberg, presidente dell’Organismo di rappresentanza ebraico sud africano di Città del Capo, ha scritto una lettera all’Ayatollah Tehrani, elogiandolo per il suo gesto nei confronti dei baha’i, che egli definisce «un simbolo del rispetto per l’innata dignità degli esseri umani, del cameratismo e della coesistenza pacifica indipendentemente da qualsiasi affiliazione, denominazione o credenza religiosa».

«Noi preghiamo che il messaggio di tolleranza e di comprensione che si trova nel Corano e ripetuto nel suo messaggio alla comunità baha’i si diffonda fra gli altri capi nel suo paese, così che tutte le persone in Iran diventino libere di vivere da pari nella vostra bella terra», ha scritto il signor Eisenberg.

E in Spagna, Eva Borreguero, professoressa all’Università complutense di Madrid, e Antonio Sanchez Bayon, professore di legge all’Università Camilo Jose Cela, hanno espresso il loro sostegno all’ayatollah Tehrani e al suo messaggio.

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In Bangladesh eminenti giuristi lodano un coraggioso gesto simbolico per la coesistenza

In Bangladesh eminenti giuristi lodano un coraggioso gesto simbolico per la coesistenza

Quattro eminenti giuristi del Bangladesh hanno elogiato il gesto di un illustre presule iraniano che ha invocato la coesistenza di tutte le religioni, baha’i compresi.

L’avvocato Md. Abdus Salam Mondal, vice procuratore generale del Bangladesh, ha scritto che il gesto dell’ayatollah Abdol-Hamid Masoumi-Tehrani «è un’autentica espressione dello spirito e del messaggio dell’Islam che crede nella pari coesistenza dei seguaci di tutte le religioni». Egli ha anche detto che «i baha’i, come i seguaci di tutte le religioni, hanno il diritto di professare la loro fede senza restrizioni».

Tre membri fondatori dell’Associazione degli avvocati delle minoranze del Bangladesh – Barrister Nikhilesh Dutta, Advocate Cyril Sikdar e l’avvocato S. N. Goswami – hanno fatto dichiarazioni analoghe.

Barrister Nikhilesh Dutta, ex vice procuratore generale e attivista sociale, il quale esercita la professione legale presso la Suprema Corte del Bangladesh dal 1978, ha elogiato l’ayatollah Tehrani, «che ha dato un segnale positivo ai seguaci della religione baha’i con il nobile artistico dono che ha offerto loro». Egli ha inoltre espresso la speranza che il popolo e il governo dell’Iran seguano il suo esempio. Il signor Dutta è stato il primo cittadino del paese a essere nominato avvocato in Bangladesh, nel 1972. Nel 2007, in riconoscimento dei suoi servizi, Sua Maestà la Regina Elisabetta II lo ha nominato cavaliere.

L’avvocato Cyril Sikdar, ex ambasciatore del Bangladesh nel Nepal, che lavora come avvocato presso la Corte Suprema dal 1976, ha detto che la dichiarazione dell’ayatollah Tehrani è «una coraggiosa espressione dei veri sentimenti dei sinceri musulmani del mondo». Il signor Sikdar ha anche detto che l’appello dell’ayatollah Tehrani alla tolleranza religiosa è «in pieno accordo con le convinzioni e le speranze dei musulmani del Bangladesh i quali credono fermamente che le persone di tutte le religioni devono poter coesistere e lavorare per il progresso del proprio paese».

L’avvocato S. N. Goswami, il quale, oltre a essere cofondatore della dell’Associazione degli avvocati delle minoranze del Bangladesh, ha fondato il mensile «Bangladesh Law Times», del quale è ora editore, ha affermato che il dono dell’ayatollah Tehrani ai baha’i del mondo – e in particolare a quelli dell’Iran – «è un gesto encomiabile perfettamente in linea con gli insegnamenti del santo Corano».

Questi quattro alti funzionari si sono uniti al crescente numero di persone di molti paesi del mondo, compreso l’Iran, le quali stanno parlando a sostegno della coraggiosa posizione dell’ayatollah Tehrani per la tolleranza religiosa. Queste richieste di por fine all’implacabile persecuzione dei baha’i in Iran da parte del loro governo ha consolato e rassicurato i baha’i di tutto il paese, i quali sono profondamente grati per le espressioni di solidarietà che stanno ricevendo da concittadini e altri sostenitori.

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A Londra, il Segretario di stato britannico loda gli ideali baha’i

A Londra, il Segretario di stato britannico loda gli ideali baha’i

Durante un ricevimento che si è svolto nel Palazzo del Parlamento a Londra, il Segretario di stato britannico per le comunità e il governo locale ha espresso la propria ammirazione per la Fede baha’i e i suoi ideali.

Il principio baha’I dell’unità del genere umano è un principio che «ci sforziamo di promuovere nel Regno Unito», ha detto l’onorevole Eric Pickles durante un incontro al quale hanno presenziato oltre 100 ospiti.

«Condividiamo tutti la nostra fondamentale umanità ed è questa unità che ispira la Fede baha’i».

Il signor Pickles ha parlato nel Palazzo del Parlamento il 30 aprile per la celebrazione della festività annuale baha’i di Ridvan. Erano presenti funzionari del governo, parlamentari, rappresentanti di alcune comunità religiose e di organizzazioni della società civile e diplomatici esteri.

«Il Vostro messaggio di unità riecheggia nei secoli», ha detto il signor Pickles.

Il Segretario di stato ha elogiato anche le attività che i baha’i offrono nei quartieri e nelle località, per costruire legami comunitari e incoraggiare il rinnovamento spirituale.

«Il Vostro talento per la promozione dell’unità è ispirante», ha detto.

Nel dare il benvenuto agli ospiti, l’onorevole Louise Ellman, che è il presidente dell’organizzazione pluripartitica Amici parlamentari della Fede baha’i – ha detto di voler presentare la comunità baha’i e i suoi contributi alla società britannica e nello stesso tempo far conoscere la situazione dei baha’i perseguitati in Iran.

La festa di Ridvan ricorda la prima dichiarazione pubblica di Baha’u’llah, il Profeta fondatore della Fede baha’i – in un giardino di Baghdad, nell’aprile 1863. In quell’occasione Egli ha informato il Suoi amici e i membri della Sua famiglia della Sua missione di unire la razza umana e instaurare la pace universale.

«La Fede baha’i è associata a un giardino», ha detto Sahba Besharati, parlando a nome della comunità baha’i, «il Giardino di Ridvan e la parola Ridvan significa paradiso – a buon diritto, perché la visione di Baha’u’llah implica la trasformazione di questo mondo travagliato in un giardino paradisiaco, nel quale la diversità sia celebrata e i differenti colori e le varie fogge dei fiori del giardino servano a migliorarne la bellezza e l’armonia complessive».

Nel 2012, il signor Pickles ha inaugurato nel centro baha’ di Londra l’iniziativa «un anno di servizio» e l’anno scorso ha ospitato un gruppo di baha’i per celebrare il centenario della visita al Regno Unito di ‘Abdu’l-Baha, figlio maggiore di Baha’u’llah da Lui nominato Suo successore a capo della Fede baha’i.

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