L’Iran non risponde alla richiesta di una maggiore libertà religiosa

L’Iran non risponde alla richiesta di una maggiore libertà religiosa

Oggi, durante un esame della situazione dei diritti umani nel paese, l’Iran non ha risposto adeguatamente alle ripetute richieste di altri governi di mostrare un maggior rispetto per la libertà religiosa e di porre fine alla discriminazione contro le minoranze religiose, inclusi i baha’i.

«Purtroppo oggi durante la sessione del Consiglio per i diritti umani abbiamo visto un tentativo di sorvolare sul tema della discriminazione religiosa, ripetutamente menzionata con preoccupazione da vari governi», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra.

«E nelle sue risposte alle domande poste da alcuni stati membri sui baha’i, il rappresentante dell’Iran ha ancora una volta completamente mistificato i fatti e ipocritamente affermato che i baha’i godono di tutti i diritti della cittadinanza.

«Se ci fosse una barlume di verità in quello che ha detto, perché allora sabato scorso nelle città di Kerman, Rafsanjan e Jiroft 79 negozi baha’i sono stati sommariamente chiusi da funzionari governativi perché i negozianti avevano sospeso le attività per osservare una recente festività baha’i? Queste chiusure violano la libertà di questi cittadini iraniani di praticare la loro religione», ha detto la signora Ala’i.

«Inoltre, perché negli ultimi 30 anni ai baha’i è stato ufficialmente impedito di frequentare l’università o di lavorare nel settore pubblico o di guadagnarsi da vivere con un’attività propria?», ha detto la signora Ala’i.

La signora Ala’i ha osservato che alcuni governi di tutte le parti del mondo hanno sollevato il tema dell’intolleranza religiosa in Iran e hanno spesso e specificamente espresso preoccupazione per il trattamento dei baha’i, nonché dei cristiani, dei sunniti e dei sufi.

La signora ha inoltre notato che alcuni governi hanno anche ripetutamente espresso la loro preoccupazione per i segni di vaste discriminazioni contro le donne, per l’imprigionamento di giornalisti e difensori dei diritti umani e per l’eccessivo uso della pena di morte, specialmente in assenza di un equo processo.

«Purtroppo, i commenti dei rappresentanti iraniani sono stati anche questa volta una prevaricazione, sia sulla libertà religiosa, sia sulla libertà di stampa o di assemblea, sia sull’equo processo», ha detto la signora Ala’i.

La signora Ala’i ha osservato che i rappresentanti iraniani hanno anche cercato di introdurre il concetto della «universalità multiculturale dei diritti umani».

«Questo concetto darebbe al governo la libertà di interpretare a suo piacimento la legge internazionale dei diritti umani, cosa che sta già facendo quanto ai baha’i, alle donne e ad altro ancora», ha detto la signora Ala’i.

La sessione odierna verteva su un esame quadriennale davanti al Consiglio per i diritti umani, un processo noto come Esame periodico universale (UPR). Oltre cento governi hanno presentato all’Iran dichiarazioni e quesiti e hanno offerto raccomandazioni.

Attualmente i baha’i in prigione in Iran sono più di cento. Ai baha’i è inoltre negato l’accesso agli studi superiori e sono inoltre ufficialmente discriminati in molte categorie dell’impiego. Il governo ha anche promosso una ben documentata campagna di odio contro i baha’i attraverso i mezzi di comunicazione e ha duramente limitato il loro diritto di praticare liberamente la loro religione.

L’Iran ha subito l’ultimo UPR nel febbraio 2010. Durante quella sessione i membri del Consiglio hanno presentato 188 raccomandazioni su come l’Iran avrebbe potuto migliorare la sua adesione alla legge internazionale per i diritti umani. L’Iran ha «accettato» o promesso di realizzare 123 di quelle raccomandazioni, 34 delle quali riguardano specificamente i baha’i e la loro situazione.

Ma l’Iran non ha fatto nulla per applicare quelle 34 raccomandazioni, un fatto che è documentato in una recente relazione della Baha’i International Community intitolato «Promesse disattese». La Fede baha’i è la più numerosa delle minoranze religiose non islamiche in Iran.

«Il modo in cui l’Iran tratta i baha’i è la prova del nove per il modo in cui il governo rispetta i diritti di tutti i suoi cittadini», ha detto la signora Ala’i. «I baha’i sono non-violenti e non sono una minaccia per il governo, perciò non c’è ragione per cui quel governo non debba semplicemente e ragionevolmente rispettare i loro diritti».

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In Iran lanciato un vasto attacco contro i negozianti baha’i

In Iran lanciato un vasto attacco contro i negozianti baha’i

31 ottobre 2014, (BWNS) — Mentre a Ginevra presso le Nazioni Unite si sta svolgendo l’Esame periodico universale dell’Iran e i suoi rappresentanti proclamano di salvaguardare e proteggere i diritti umani di tutti i loro cittadini, in una regione dell’Iran le autorità hanno sferrato contro i negozianti baha’i un ampio attacco sistematico pre-programmato. Questo attacco ha comportato ulteriori sofferenze e tribolazioni per molte famiglie che stanno già soffrendo le conseguenze delle politiche governative che si prefiggono lo strangolamento economico della comunità baha’i in Iran.

La mattina di sabato 25 ottobre le autorità hanno sigillato 79 negozi baha’i di Kerman, Rafsanjan e Jiroft mentre erano chiusi per consentire ai proprietari baha’i di osservare una festività baha’i.

In un palese tentativo di infangare la reputazione dei proprietari baha’i, hanno applicato ai negozi degli striscioni sui quali è scritto che i proprietari hanno violato le regole che disciplinano la compravendita e il commercio.

I baha’i si sono guadagnati la stima dei loro concittadini per l’onestà e la rettitudine negli affari e anche la stima degli impiegati e dei colleghi musulmani, nonché dei fornitori e dei clienti. I membri della comunità baha’i stanno facendo tutto il possibile per ottenere giustizia attraverso le vie legali disponibili, anche se è evidente che questa azione contro di loro è sponsorizzata dallo stato. Hanno chiesto alle autorità di esibire le prove delle accuse infondate mosse contro di tutti quei negozianti baha’i, includendo le leggi e i criteri specifici che essi sono stati accusati di aver violato.

«I rappresentanti di uno stato che afferma che la sua Costituzione e le sue leggi si basano sugli insegnamenti e sui principi islamici farebbero bene a considerare gli effetti della loro doppiezza sulle giovani generazioni e sul futuro del paese», ha detto la signora Bani Dugal, rappresentante della Baha’i International Community. Chiediamo a tutti i governi di far pressione sul governo dell’Iran perché fermi questa e tutte le altre forme di discriminazione contro i baha’i dell’Iran, che sono innocenti dalle accuse mosse contro di loro e che cercano solo di contribuire al progresso della loro nazione come leali cittadini ossequienti alle leggi».

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http://news.bahai.org/story/1027

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La Fede baha’i su iWonder

La Fede baha’i su iWonder

iWonder, il sito educativo interattivo della BBC, ha parlato della Fede baha’i oggi nel suo pezzo più recente.

Intitolato «Può una religione accettare che le altre siano vere?», l’articolo multimediale illustra l’insegnamento centrale della Fede baha’i che tutte le grandi religioni del mondo sono parimenti valide. Offre inoltre un breve resoconto storico delle origini della Fede baha’i e la visione dei suoi fondatori.

L’autore, il reverendo Peter Owen Jones, ha condotto «In giro per il mondo in 80 Fedi», una serie televisiva in otto puntate andata in onda nel 2009. La trasmissione ha parlato di molte tradizioni religiose di tutto il mondo compresa la Fede baha’i. Questa parte è inclusa nel nuovo articolo di iWonder.

iWonder si occupa di una grande varietà di temi interessanti, religione ed etica, scienze e arti.

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http://news.bahai.org/story/1026

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Un filmato documenta la risposta pacifica dei baha’i iraniani all’oppressione

Un filmato documenta la risposta pacifica dei baha’i iraniani all’oppressione

Il 12 settembre il Regno Unito ha ospitato la prima proiezione del nuovo documentario che racconta la storia dei baha’i iraniani e della loro pacifica risposta a decenni di persecuzione sponsorizzata dallo stato.

Usando interviste, storie personali e documenti d’archivio, spesso fatti uscire dall’Iran con grande rischio personale, il film, intitolato «Per accendere una fiaccola», illustra la resilienza costruttiva dei giovani baha’i iraniani i quali, malgrado i sistematici tentativi compiuti dal governo iraniano per impedire loro di intraprendere gli studi superiori, hanno costruito un’organizzazione informale nota come Istituto bahá’i per gli studi superiori (BIHE), che ha permesso loro di accedere a corsi di livello universitario.

«Si spera che questo documentario, bello e semplice, attragga l’attenzione su una questione che appare nei media solo sporadicamente», ha detto l’attore e drammaturgo anglo-iraniano Omid Djalili, che ha presentato la proiezione nella Hackney Picturehouse di Londra.

Il film è stato diretto dal popolare giornalista e regista Maziar Bahari, che ha lavorato per il Newsweek iraniano dal 1998 al 2011 e ha prodotto molti altri documentarti sull’Iran. Il signor Bahari non è membro della comunità baha’i.

«La storia aveva bisogno di una buona impostazione giornalistica e così è stato», ha detto il signor Djalili, il quale ha definito il documentario «straordinario e molto commovente».

Il film documenta vividamente che la minaccia di arresti e imprigionamenti è una realtà quotidiana per i baha’i iraniani, quando accademici cui è vietato esercitare la loro professione cercano di educare giovani in case private.

La prima del film è stata seguita da una tavola rotonda presieduta dal signor Djalili. Fra i partecipanti alla tavola rotonda oltre a Maziar Bahari c’erano Payam Akhavan, legale sui diritti umani internazionali, e una studentessa, Baharan Karamzadeh.

«Per giustificare la diffusa repressione nella società iraniana, occorreva costruire un nemico e la scelta è caduta sui baha’i», ha detto il dottor Akhavan. «Il concetto dei baha’i che il governo iraniano ha costruito si basa su una paranoia e sull’odio e non ha nulla ha che vedere con la realtà della Fede baha’i e della sua comunità».

Il dottor Akhavan e il signor Bahari hanno però ammesso che negli ultimi anni un discreto numero di iraniani ha cambiato idea sulla comunità baha’i.

«Molte persone stanno imparando dai baha’i», ha notato il signor Bahari. Ha poi aggiunto che in passato gli iraniani «erano indifferenti alla sorte dei baha’i. Non ci curavamo di interessarcene . . . Trovo vergognoso che nessuno di noi sapesse che i baha’i venivano rapiti e uccisi».

«La gente alla fine verrà a patti con quel vergognoso passato», ha detto il signor Bahari. «Molti giovani iraniani hanno oggi amici baha’i, anche se il governo continua a vessarli e a dipingerli a fosche tinte come prima».

«Per me i baha’i sono un barometro di quanto avviene in Iran e per questo ho voluto girare questo documentario. Se il paese si apre anche di poco, forse grazie a un governo riformista, ai baha’i sono riconosciute alcune libertà. Quando la società è più repressa, i baha’i sono le prime vittime».

La signora Karamzadeh si è iscritta al BIHE per studiare chimica nel 2004. Ha poi proseguito gli studi nel Regno Unito, nell’università di Manchester e ora in quella di St Andrews, dove sta facendo un master.

«Come molti studenti baha’i anch’io sono stata discriminata in Iran e considerata differente», ha detto la signora Karamzadeh.

«Gli insegnanti chiedevano in classe chi fosse baha’i, cosa che ci faceva subito mettere da parte. Ma il BIHE mi ha permesso di studiare liberamente e anche se i corsi si svolgevano in case private, l’istituto ha funzionato relativamente bene», ha detto.

Il signor Bahari ha usato la prima per annunciare una Giornata internazionale, sul tema «l’istruzione non è un crimine», per il 22 febbraio 2015, nella speranza di far comprendere meglio il concetto del diritto all’istruzione.

«Queste manifestazioni internazionali, che si occupano di alcuni dei temi fondamentali trattati dal film, non servono solo ad attrarre l’attenzione sulle sofferenze che i baha’i hanno dovuto patire per decenni in Iran. Essi spronano un cambiamento positivo», ha detto.

«Finché i baha’i saranno trattati ingiustamente e le autorità li considereranno cittadini di seconda classe, molto resterà da fare».

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L’Iran cambia tattica per nascondere il fatto che impedisce ai baha’i di entrare nelle università

L’Iran cambia tattica per nascondere il fatto che impedisce ai baha’i di entrare nelle università

Secondo vari articoli apparsi sui media, Shadan Shirazi è sempre stata una studentessa modello, soprattutto in matematica e scienze. Perciò non è stata una sorpresa che si sia classificata bene nell’esame di ammissione all’università per matematica e fisica.

È risultata al 113° posto nella classifica di tutti gli iraniani, oltre un milione, che hanno sostenuto l’esame di ammissione all’università quest’anno.

Eppure malgrado le sue ottime votazioni e il suo desiderio di imparare, la signorina Shirazi non è stata ammessa all’università, perché è baha’i.

Che i giovani baha’i non possano entrare nelle università è un fatto ben noto. Le loro tribolazioni sono state tema di molti articoli e documentari.

Ma la storia della signorina Shirazi fa luce su una nuova tattica adottata quest’anno dal governo per impedire ai baha’i iraniani di accedere alle università iraniane. La sua storia ha suscitato l’indignazione di molti iraniani, che l’hanno ripetutamente espressa in decine di siti web di lingua persiana.

La nuova tattica comporta un evidente sforzo da parte del governo di impedire che i baha’i abbiano un qualsiasi documento da usare per dimostrare di essere stati tenuti fuori dall’università a causa delle loro convinzioni religiose. Negli ultimi anni, per esempio, quando gli studenti baha’i sono andati a chiedere i risultati dell’esame di ammissione che avevano sostenuto, gli è stato detto che la loro documentazione era «incompleta». Quel messaggio, sia che fosse stato ricavato da un computer sia che fosse stato consegnato per lettera, lasciava una traccia documentabile.

Quest’anno, invece, quando gli studenti baha’i, come la signorina Shirazi, vanno a chiedere negli uffici l’esito del loro esame, gli impiegati mostrano loro, senza però consegnarglieli, dei documenti che attestano che le università possono accettare solo musulmani e seguaci delle «minoranze ufficialmente riconosciute».

Si noti che essi sono identificati come baha’i anche se non hanno dato questa informazione nei moduli per la domanda di ammissione o in altro modo.

«La nuova tattica del governo iraniano nei confronti degli studenti baha’i è il più recente sviluppo in una serie di espedienti intesi a impedire ai baha’i di accedere agli studi superiori senza suscitare le preoccupazioni della comunità internazionale», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra.

«A quanto sembra, questa nuova procedura prevede l’identificazione dei candidati baha’i e poi una comunicazione solo verbale del fatto che non possono essere ammessi in base alle inique politiche del governo. Questo lascia gli studenti senza alcuna prova tangibile del fatto che non sono stati ammessi solo perché sono baha’i.

«Questa nuova tattica è un sotterfugio in aperta contraddizione con le dichiarazioni ufficiali dei funzionari iraniani i quali sostengono che l’Iran non usa discriminazioni su base religiosa negli studi superiori«, ha detto la signora Ala’i.

Come si è detto, decine di siti web in lingua persiana hanno raccontato la storia della signorina Shirazi e del suo incontro con i funzionari del governo. Questi siti scrivono che un funzionario, il signor Morteza NorBaksh, dell’EMEO (Education Measurement and Evaluation Organization), ha detto alla signorina Shirazi e alla sua famiglia, che gli sarebbe piaciuto aiutarla, ma che aveva le mani legate dalle autorità superiori.

Secondo una fonte, il signor NorBakhsh avrebbe ripetutamente detto al padre della signorina Shirazi, il quale a sua volta nel 1986 non ha potuto iscriversi all’università: «Non abbiamo potuto fare niente per i baha’i allora e non possiamo fare niente nemmeno oggi».

Un altro sito web riferisce che il signor NorBakhsh ha detto a un’altra ragazza e alla sua famiglia: «Non posso far niente contro quanto dice il Presidente».

D’altra parte, due ex funzionari governativi che in passato hanno avuto una parte nell’impedire ad alcuni studenti baha’i di entrare nell’università hanno incontrato un gruppo di baha’i per scusarsi.

In una foto apparsa su parecchi siti web in lingua persiana si vedono Muhammad Nourizad, già giornalista del giornale semiufficiale Kayhan, e Muhammad Maleki, il primo rettore dell’Università di Teheran dopo la rivoluzione islamica, in ginocchio di fronte a un gruppo di studenti baha’i.

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Il progetto della Casa di culto colombiana

Il progetto della Casa di culto colombiana

Il progetto della Casa di culto baha’i locale nella regione colombiana del Norte del Cauca è stato presentato domenica scorsa durante un incontro che si è svolto nel terreno dove sorgerà l’edificio.

Una piccola equipe della ditta colombiana appaltatrice, CUNA, ha presentato il progetto a 500 persone provenienti dalla regione e da altri territori. Parlando a nome della ditta, Eduard Lopez, uno degli architetti che lavorano per il progetto, ha espresso la gratitudine dell’equipe per aver avuto l’opportunità di partecipare a questa iniziativa.

Parlando di come l’equipe ha sviluppato il progetto, il signor Lopez ha spiegato che i suoi membri hanno dedicato molte ore per mesi a visitare varie comunità e gruppi nel Norte del Cacua. Hanno ascoltato le loro idee e i loro pensieri sulla Casa di culto e partecipato alle loro attività per costruire la comunità, in modo da comprendere le loro aspirazioni.

«Abbiamo capito che questa costruzione è per voi emotivamente coinvolgente», ha detto. «Lo è anche per noi».

«Dicono che il progetto di questa Casa di culto è opera nostra». Ma in realtà è opera di tutti voi. Noi ci siamo limitati a esprimere le vostre idee».

Il signor Lopez ha proseguito spiegando che l’equipe ha studiato l’ambiente naturale e l’architettura delle case della regione per preparare un progetto che fosse in armonia non solo con la cultura del luogo, ma anche con l’ambiente fisico.

«Abbiamo scelto il materiale per l’edificio con molte varianti in mente», ha spiegato il signor Lopez. «Volevamo materiali locali, materiali che non danneggiassero l’ambiente naturale».

«I principali concetti sui quali si fonda il progetto sono semplicità e unità. Così noi pensiamo che Dio abbia fatto la natura», ha aggiunto.

In una lettera indirizzata ai baha’i del mondo il 1° agosto 2014, la Casa Universale di Giustizia ha spiegato la natura del compito degli architetti che avrebbero lavorato per i progetti delle Case di culto baha’i locali che si devono prossimamente costruire in sette località del mondo:

«Gli architetti devono affrontare la singolare sfida di progettare Templi «quant’è possibile perfett[i] nel mondo dell’essere» che si armonizzino con naturalezza con la cultura locale e con la vita quotidiana di coloro che vi si riuniranno per pregare e meditare. Il compito richiede creatività e competenza per combinare bellezza, grazia e dignità con modestia, funzionalità ed economia».

Norte del Cacua comprende varie cittadine intervallate da vasti campi di canna da zucchero. È una regione per lo più rurale. Il terreno della Casa di culto si trova nella piccola comunità di Agua Azul. Sullo sfondo ci sono le Ande.

In questo territorio, alle tre del pomeriggio di domenica scorsa l’equipe di architetti ha presentato il progetto del Tempio.

La presentazione è stata preceduta da una danza tradizionale colombiana e da canti eseguiti dalla comunità. C’era un’aria di eccitazione mentre la gente affluiva sotto le tende erette nel terreno del Tempio, esattamente là dove sorgerà l’edificio centrale.

«Erano mesi che aspettavamo questo momento», ha spiegato Nilma Aguilar Vilas, nata nei sobborghi di Puerto Tejada, una cittadina che dista pochi chilometri dal terreno del Tempio.

La signora Vilas è una delle molte persone di Puerto Tejada che ha abbracciato la Fede baha’i agli inizi degli anni 1980 e ha incominciato a partecipare ai programmi educativi ispirati dai suoi insegnamenti.

«Tutti i miei amici hanno poi studiato in questi programmi», ha detto. «Molte giovani donne hanno ricevuto un’educazione da quei programmi e sono state quelle che hanno reso quest’area molto diversa».

Anche Monica Campos è nata nel Norte del Cacua, nella piccola cittadina di Santander de Quilichao. Riflettendo sul contesto storico che aveva portato la Casa di culto alla sua gente, ha spiegato che «la Casa di culto è la materializzazione di quarant’anni di sviluppo nel Norte del Cacua. In questi decenni mentre la Fede baha’i si sviluppava in questa regione anche la regione si è sviluppata assieme ad essa».

«Comprendere questo contesto storico», ha proseguito, «ci aiuta a capire che questa Casa di culto appartiene a tutta la popolazione della regione».

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Una nuova relazione sulle mancate promesse iraniane riguardo i diritti umani

Una nuova relazione sulle mancate promesse iraniane riguardo i diritti umani

L’Iran ha completamente disatteso una serie di promesse che ha fatto quattro anni fa sul trattamento dei baha’i iraniani, dice la Baha’i International Community in una nuova relazione.

Intitolata «Promesse disattese» e lanciata oggi nel quartier generale delle Nazioni Unite a Ginevra, la relazione esamina 34 specifiche promesse fatte dall’Iran nel febbraio 2010 al Consiglio dell’ONU per i diritti umani, promesse che potevano rimediare alle violazioni dei diritti dei membri della comunità baha’i in Iran.

«L’Iran ha del tutto disatteso gli impegni presi, quattro anni fa davanti al Consiglio per i diritti umani, di migliorare la situazione dei diritti umani quanto al suo trattamento dei baha’i», ha detto Diane Alai, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra, parlando della relazione.

«Il Consiglio si basa sull’idea che i membri siano onesti e sinceri nel loro impegno verso i diritti umani e la storia delle “promesse disattese” dell’Iran è una triste testimonianza del divario fra la retorica del paese e la realtà», ha detto la signora Alai.

L’Iran ha fatto le sue promesse durante una procedura nota come Riesame periodico universale (UPR). Ogni stato membro subisce l’UPR ogni quattro anni. Questa procedura esamina la situazione dei diritti umani nei vari stati trattando tutti gli stati nello stesso modo. L’Iran ha avuto il suo primo UPR nel febbraio 2010 e lo riavrà nell’ottobre 2014.

Nel 2010, l’Iran ha accettato 123 raccomandazioni fatte da altri paesi su alcuni provvedimenti specifici che avrebbe potuto adottare per migliorare la sua situazione dei diritti umani.

Quattro di quelle raccomandazioni riguardavano specificamente il trattamento della comunità baha’i in Iran.

Specificamente tre raccomandazioni accettate dall’Iran chiedevano un processo «equo e trasparente» per i sette dirigenti baha’i iraniani, che in effetti erano sotto processo nel 2010 durante l’UPR.

«Purtroppo, come tutti sanno, quel processo è stato caratterizzato da numerose violazioni di un equo processo, per esempio si è svolto a porte chiuse e ci sono stati molti errori giudiziari», ha detto la signora Alai. I loro legali hanno detto che l’atto di accusa contro i sette sembrava «una dichiarazione politica, piuttosto che un documento legale» ed è stato «scritto senza presentare alcuna prova delle accuse mosse».

Un’altra raccomandazione chiedeva all’Iran di «sottoporre a giudizio» coloro che fomentavano l’odio contro i baha’i.

«Ma nella prima metà del 2014 il numero degli attacchi sui media è nettamente cresciuto, da 55 casi in gennaio ad almeno 565 in giugno», ha detto la signora Alai, leggendo le statistiche della relazione. «E il governo non ha fatto nulla, perché gli attacchi sono pubblicati per istigazione del governo stesso

«Ai baha’i è negato l’accesso a tutti i mass media attraverso quali potrebbero confutare le mistificazioni e le false accuse mosse contro di loro e la loro fede, che si prefiggono di aizzare l’intera popolazione contro i baha’i e di giustificare la loro persecuzione», ha detto la signora Alai.

Altre 26 raccomandazioni riguardano alcuni diritti umani, come la protezione dalla tortura o la libertà da discriminazioni economiche ed educative, cose che negli ultimi anni sono state negate ai baha’i iraniani.

«La nostra relazione dimostra, raccomandazione per raccomandazione, che l’Iran non ha mantenuto nessuno dei suoi impegni», ha detto la signora Alai.

In questo momento oltre cento baha’i sono in prigione, ha detto, unicamente per le loro convinzioni religiose.

Ieri durante la presentazione della relazione, che ha avuto luogo nella sala XXIV del Palazzo delle nazioni, era presente anche Mahnaz Parakand, uno dei legali che ha contribuito alla difesa dei sette dirigenti durante il processo nel 2010.

La signora Parakand ha detto che era chiaro che l’esito del processo era già stato deciso.

«La magistratura è divenuta uno strumento per limitare la libertà delle persone», ha detto la signora Parakand. «I giudici del tribunale rivoluzionario sono diventati macchine che si limitano a firmare le sentenze decise dal Ministero dei servizi segreti.

«Tutto nello svolgimento del processo ha dimostrato che si trattava del processo della comunità baha’i in Iran e non dei sette dirigenti», ha detto la signora Parakand.

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In Malesia, musica e preghiere esprimono la speranza di una maggiore armonia

In Malesia, musica e preghiere esprimono la speranza di una maggiore armonia

Centinaia di malesi hanno partecipato assieme a dignitari del governo, di comunità religiose e di altre organizzazioni a un incontro musicale di preghiera che si proponeva di migliorare l’armonia razziale e religiosa nel paese.

Domenica 31 agosto, settecento persone hanno partecipato al Merdeka Unity Devotional organizzato dalla comunità baha’i malese in seguito alla richiesta del governo di indire molti incontri di preghiera in occasione del giorno dell’indipendenza.

«È evidente che negli ultimi decenni le forze sprigionate dalla nostra mescolanza etnica sono cresciute», ha osservato il membro del parlamento Tan Sri Joseph Kurup, ministro nel Dipartimento del Primo Ministro, che è stato l’ospite d’onore dell’incontro.

«Le nostre comunità sembrano essersi divise . . . la diversità è diminuita nelle nostre scuole e le nostre comunità sono maggiormente radicalizzate, Non è un problema che possiamo ignorare nella speranza che scompaia», ha detto.

Il signor Kurup ha espresso la sua «più profonda gratitudine» alla comunità baha’i «per il suo duro lavoro per promuovere e preservare l’unità per le future generazioni».

Ma «non possiamo accontentarci di avere incontri di preghiera come questo una volta l’anno», ha aggiunto. «Raccomandiamo alle persone delle varie provenienze e fedi nei nostri quartieri di riunirsi in preghiera nelle case, ogni qual volta sia possibile».

La signora Sarojini Pasupathy, membro della Federazione delle organizzazioni malesi e cingalesi, ha espresso il suo apprezzamento della comunità baha’i dicendo: «Per la prima volta dopo una prolungata sensazione di divisione, ho sentito l’unità dei malesi».

«È stato così bello e commovente. Se avremo un maggior numero di funzioni come la vostra, vinceremo definitivamente questa tendenza negativa e rifaremo della Malesia un paese armonioso».

Un coro di 95 persone ha cantato arrangiamenti musicali di sacre scritture. C’è stato anche un pregnante momento di silenzio in ricordo delle 300 persone, passeggeri ed equipaggio, che il 17 luglio u.s. hanno perso la vita nel volo MH17 delle linee aeree malesi.

L’incontro segnava il culmine del primo festival musicale baha’i della Malesia che aveva avuto inizio due giorni prima nel centro baha’i di Subang Jaya, che si trova a circa 20 chilometri a occidente della capitale Kuala Lumpur.

Di età compresa fra 9 e 62 anni, i partecipanti al Festival sono venuti da tutta la Malesia e da Singapore per discutere le loro esperienze sulla costruzione di comunità nelle rispettive località. Durante i seminari essi hanno esibito i loro talenti musicali, hanno imparato a lavorare con un maggior spirito di collaborazione e hanno trovato modi per impiegare i loro talenti per sviluppare ulteriormente le rispettive comunità.

Il partecipante più anziano, noto come zio Chin e venuto dallo stato di Sabah, si è unito ai canti in coro, ha composto musica con un gruppo e ha suonato il tamburo assieme agli altri per dare il ritmo.

«Se pensate di essere troppo vecchi, non posso aiutarvi», ha detto scherzosamente ai suoi compagni musicisti- «Ma se volete sentirvi più giovani e più felici, unitevi a noi».

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La coesistenza religiosa alla luce di recenti eventi

La coesistenza religiosa alla luce di recenti eventi

Quando nell’aprile 2014 un membro del clero islamico iraniano offrì ai baha’i del mondo una riproduzione calligrafia delle parole di Baha’u’llah, compì un gesto senza precedenti che contrastava nettamente con una storia di 170 anni di ininterrotta persecuzione religiosa.

Il dono dell’ayatollah Hamid Masoumi Tehrani alla comunità baha’i è di per sé un evento notevole, ma ciò che merita l’elogio e l’attenzione di tutti è l’intenzione con cui è stato offerto. Il fatto che egli abbia mostrato analoghe aperture verso i cristiani indica che nella sua terra c’è un profondo desiderio di favorire la coesistenza. L’Ayatollah non è solo, moltitudini di persone in Iran e in tutto il mondo vogliono la pace e l’armonia. Molti di loro riconoscono di non sapere come fare a conseguirle.

Un’illustrazione delle circostanze storiche precedenti l’evento del dono di questo presule offre un punto di riferimento nella recente ondata di commenti e risposte sulla coesistenza pacifica da parte di vari capi religiosi in tutto il mondo.

Il contesto storico

Sin dalla fondazione della Fede baha’i nel 1844, i suoi seguaci sono stati sottoposti, sotto i vari governi che si sono succeduti, a un’interminabile ondata di persecuzioni. Oltre 20 mila seguaci sono stati uccisi per le loro convinzioni religiose e migliaia di migliaia sono stati ingiustamente messi in carcere. Esecuzioni capitali, assassinii, torture e aggressioni violente sono state le più aperte forme di persecuzione.

La persecuzione dei baha’i in Iran ha però assunto anche altre forme: confische di proprietà, di centri amministrativi e di Luoghi sacri, profanazioni di alcuni dei più sacri luoghi e dei cimiteri della comunità, atti di vandalismo contro le case e incendi dolosi, vessazione dei bambini baha’i nelle scuole, disseminazione di mistificazioni degli insegnamenti e della storia baha’i in testi di studio usati nelle scuole, esclusione dei giovani dagli studi superiori, arbitrari ritiri di licenze commerciali, chiusura di negozi e l’elenco continua.

I baha’i sono tuttora regolarmente definiti eretici e associati ad atti immorali e pratiche occulte nei sermoni religiosi e nei media sponsorizzati dallo stato. Essi sono anche regolarmente accusati di essere spie di vari governi. E i capi religiosi hanno ripetutamente incitato la popolazione a compiere impunemente atti di violenza contro la comunità.

Dal 1979 oltre duecento baha’i iraniani sono stati uccisi e centinaia sono stati torturati e imprigionati.

E da quando è scoppiata la rivoluzione nessuno dei perpetratori di questi atti criminali è stato portato davanti alla giustizia.

La persecuzione contro i baha’i in Iran non mostra segni di miglioramento perché è una politica del governo del paese. D’altronde i capi religiosi iraniani sono colpevoli di fomentare l’odio e il pregiudizio della popolazione contro la comunità baha’i. Un memorandum del governo iraniano che è trapelato nel 1993 e che prescrive che il progresso dei baha’i nella società iraniana sia «bloccato» porta la firma del supremo capo religioso del paese, Ali Khamenei. E più recentemente il signor Khamenei ha emesso una fatwa che prescrive al popolo iraniano di evitare qualunque interazione con i baha’i.

È sullo sfondo di questo cieco pregiudizio religioso alimentato dai capi religiosi che l’ayatollah Tehrani ha compiuto per primo fra i presuli del suo rango nell’Iran postrivoluzionario il gesto di evidenziare una credenza baha’i di importanza fondamentale tratta dal più sacro testo della Fede e il diritto della comunità di praticare la propria religione nella sua terra d’origine.

I mesi successivi hanno rivelato che il suo gesto risponde a una profonda aspirazione di molte persone di buona volontà in tutto il mondo, compresi i capi di molte religioni e denominazioni, nonché di accademici, giornalisti e difensori dei diritti umani, tanto in Iran quanto nel resto del mondo.

Un mese dopo il dono dell’Ayatollah, alcuni esponenti dei diritti umani in Iran hanno espresso, per la prima volta collettivamente, il loro pubblico sostegno dei baha’i e dei loro ex dirigenti ora imprigionati, in occasione del sesto anniversario della loro detenzione. L’ayatollah Tehrani era presente all’incontro e ha affermato: «le opinioni devono cambiare . . . e io penso che questo sia il momento adatto».

Anche al di fuori dell’Iran, l’iniziativa dell’ayatollah Tehrani ha ispirato le reazioni positive di alcuni alti dignitari del mondo musulmano, stimolando ulteriormente la conversazione sulla coesistenza religiosa che si stava facendo strada nei loro paesi.

Questi risultati hanno colpito la comunità baha’i non perché qualcosa sia per loro cambiato in Iran, dato che le ultime notizie indicano che negli ultimi mesi le persecuzioni contro i baha’i si sono intensificate, ma perché essi toccano una delle più ardenti aspirazioni dei baha’i sin dai primi giorni dell’esistenza della loro religione.

Oltre un secolo fa, quando ‘Abdu’l-Baha, figlio di Baha’u’llah e capo della Fede baha’i dopo il Suo trapasso, Si fermò per un anno in Egitto prima dei Suoi storici viaggi in Occidente, il tema dell’unità religiosa emerse spesso nelle sue interazioni con eminenti personaggi e con i media.

Proseguendo nei Suoi viaggi in Europa e nel Nord America, Egli ripeté in molti discorsi pubblici che, come l’umanità è una, così lo sono anche le religioni e che se le religioni sono molte nell’aspetto esteriore, la loro realtà è una sola, proprio come «i giorni sono molti, ma il sole è uno solo».

Più recentemente, nella sua lettera ai capi religiosi del mondo nel 2002, la Casa Universale di Giustizia ha scritto che il pregiudizio religioso è una forza pericolosa che sta crescendo nel mondo.

«Con il passar dei giorni aumenta il pericolo che i crescenti fuochi del pregiudizio religioso inneschino un incendio mondiale di cui è impossibile prevedere le conseguenze», ha scritto la Casa di Giustizia. «La crisi esige dai capi religiosi una rottura con il passato tanto decisiva quanto quelle che hanno permesso alla società di affrontare gli altrettanto velenosi pregiudizi di razza, di genere e di nazionalità».

Che cosa ci aspetta

La storia ha dimostrato che anche gli atti più piccoli possono avere conseguenze di vasta portata. Anche se l’incidente più spesso citato a questo proposito, l’assassinio dell’arciduca Ferdinando come evento scatenante della prima Guerra mondiale, è negativo, è altrettanto vero che un singolo esempio di altruismo può stimolare un aumento della consapevolezza che alla fine fa progredire un’intera comunità, una società, una nazione, il mondo.

Coloro che cercano di trovare varie soluzioni per il trambusto di cui è preda il Medio Oriente in questo momento ammettono che il pregiudizio e il fanatismo settari sono alla base degli insolubili problemi che affliggono i popoli di quella regione. Il gesto compiuto dall’ayatollah Tehrani, uno dei molti compiuti da molte persone e da molti gruppi motivati dal desiderio di pace, mette in luce un processo parallelo che sta svolgendosi in contrasto con gli orrori che l’estremismo religioso sta infliggendo al mondo, un processo che offre la speranza di un cambiamento costruttivo e la possibilità che in questo gesto si possa raccogliere un seme che, se sarà curato, potrà diventare un albero che a sua volta si trasformerà in una foresta.

Per legge online l’articolo in inglese, vedere le foto e accedere ai link si vada a

http://news.bahai.org/story/1017

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Tre insigni esperti ONU dei diritti umani chiedono di fermare la distruzione del cimitero di Shiraz

Tre insigni esperti ONU dei diritti umani chiedono di fermare la distruzione del cimitero di Shiraz

Tre insigni esperti ONU dei diritti umani hanno chiesto all’Iran di fermare i lavori in corso per la distruzione di un cimitero baha’i storico a Shiraz, dicendo che l’atto è una «inaccettabile» violazione della libertà di religione.

In un comunicato stampa congiunto, Heiner Bielefeldt, relatore speciale per la libertà di religione o di credo, Ahmed Shaheed, relatore speciale sulla situazione dei diritti umani in Iran, e Rita Izsak, esperta indipendente dell’ONU sui temi delle minoranze, hanno detto di essere «costernati» per la notizia che in agosto i lavori di demolizioni sono ripresi.

«I cimiteri, come i luoghi di culto, sono una parte essenziale del modo in cui le persone esercitano ed esprimono il loro diritto alla libertà di religione o di credo. Il loro significato va al di là della presenza fisica», ha detto il dottor Bielefeldt.

«Gli attacchi contro i cimiteri sono inaccettabili e costituiscono una deliberata violazione della libertà di religione o di credo», ha aggiunto. «Il governo dell’Iran deve prendere urgentemente provvedimenti».

Il dottor Shaheed ha detto: «I baha’i hanno riti e pratiche religiose per il trattamento delle salme nei loro cimiteri e il governo ha l’obbligo non solo di rispettarli ma anche di proteggerli dalla distruzione».

La signora Izsak ha raccomandato al governo iraniano di prendere misure concrete per proteggere le minoranze religiose.

«I baha’i sono stati sottoposti a persecuzioni e atti di violenza», ha detto la signora Izsak. «Le autorità devono proteggerli da altre discriminazioni e stigmatizzazioni».

«Si devono prendere provvedimenti per proteggere e preservare il retaggio culturale delle minoranze religiose, compresi i terreni cimiteriali e altri siti di importanza religiosa», ha aggiunto.

Nel cimitero riposano circa 950 baha’i, molti dei quali personaggi storici o eminenti della comunità baha’i in Iran. Vi sono sepolte, per esempio, dieci donne baha’i la cui crudele impiccagione nel 1983 è divenuta simbolo dell’esiziale persecuzione del governo contro i baha’i.

La demolizione del cimitero ha avuto inizio in aprile, per mano delle guardie rivoluzionarie dell’Iran, apparentemente per far posto alla costruzione di un nuovo centro sportivo e culturale.

Dopo lo scavo di una grande buca poco profonda, i lavori di demolizione si sono fermati per diversi mesi davanti alla pressione internazionale e all’espressione di indignazione da parte di iraniani di tutti gli strati sociali.

Ma in agosto è arrivata dall’Iran la notizia che le guardie rivoluzionarie avevano ripreso i lavori di costruzione: sono stati rimossi i resti umani da 30-50 tombe e sono state costruite le fondamenta in cemento armato del complesso, che sembra dover includere una biblioteca, una moschea, un ristorante, un teatro, servizi per l’infanzia e una palestra.

I membri della comunità baha’i di Shiraz si sono appellati alle autorità locali chiedendo di fermare definitivamente i lavori, offrendo una soluzione di compromesso: costruire il complesso sportivo nel luogo ma lontano dalle aree nelle quali i baha’i sono sepolti e trasformare il cimitero in area verde.

Le autorità locali hanno risposto ai baha’i che non hanno potere sulle guardie rivoluzionare, le quali hanno acquistato il terreno tre anni fa.

Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra, ha elogiato la dichiarazione dei tre funzionari dell’ONU.

«Siamo grati per la ferma posizione sulla situazione a Shiraz assunta da questi tre esperti indipendenti sui diritti umani», ha detto la signora Ala’i.

«La dichiarazione del dottor Bielefeld, del dottor Shaheed e della signora Izsak dice chiaramente all’Iran che questi atti sono completamente inaccettabili e che il governo ha la responsabilità di rispettare e mettere in pratica il suo impegno nei confronti della legge per i diritti umani, senza tener conto di chi siano i perpetratori.

«L’attuale governo ha fatto molte promesse sul miglioramento della situazione dei diritti umani in Iran, ma non ha fatto niente. Alle parole devono ora seguire le azioni», ha detto la signora Ala’i.

Per leggere l’articolo in inglese online, vedere le foto e accedere ai link si vada a:

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