In India aperte nuove vie al dialogo sullo sviluppo

In India aperte nuove vie al dialogo sullo sviluppo

Una novantina di accademici, attivisti dello sviluppo e studenti universitari si sono riuniti a Indore, India, il 7 aprile per studiare la direzione dei piani e delle politiche dello sviluppo in India.

Organizzato dalla Cattedra baha’i per gli studi sullo sviluppo presso l’Università Devi Ahilya di Indore, il seminario, intitolato «Come applicare i principi spirituali e i metodi scientifici alla pratica dello sviluppo», ha riunito importanti pensatori per riflettere su come impostare olisticamente lo sviluppo sociale ed economico del paese ed estenderne i benefici a tutte le sezioni della società in modo equo.

Per prepararsi al seminario, i partecipanti hanno studiato un documento prodotto dall’Istituto per gli studi della prosperità globale in base alle esperienze di un’organizzazione indiana per lo sviluppo, Seva Mandir, che ha contribuito ha ispirare la consultazione per tutta la giornata. Intitolato «Possa il sapere crescere nel nostro cuore: come applicare i principi spirituali alla pratica dello sviluppo», il documento descrive l’opera di Seva Mandir nell’applicazione dei principi spirituali e dei metodi scientifici per promuovere la trasformazione sociale.

Il seminario si è aperto con l’accensione cerimoniale di una lampada, un atto simbolico per indicare la dispersione delle tenebre dell’ignoranza e del dolore. Il vice rettore dell’Università dottor D.P. Singh, che ha pronunciato la prolusione, ha dato il la alle discussioni successive illustrando il bisogno di riorientare i piani e le politiche dello sviluppo basate su un concetto non frammentato dell’essere umano.

Nella discussione che ne è seguita il signor Shravan Garg, un importante giornalista, ha notato che l’India aveva bisogno di accostare i due sistemi di sapere della scienza e della religione per modellare una via dello sviluppo che evitasse i pericoli del materialismo e del consumismo da un lato e del fondamentalismo religioso dall’altro.

La dottoressa Ranjana Sehgal, professoressa della Indore School of Social Work, ha detto che le conseguenze del perseguimento del solo sviluppo economico senza il sostegno del forte retaggio spirituale del paese era evidente nell’intensificazione «dell’intolleranza, della corruzione, del terrorismo e del crimine soprattutto contro le donne».

Nel discutere i principi sociali che sono particolarmente importanti per la pratica dello sviluppo, gli oratori hanno identificato fra i più importanti l’unità del genere umano e l’interconnessione fra gli esseri umani e la natura.

«Per essere efficace lo sviluppo deve trasformare i cuori e per trasformare i cuori abbiamo bisogno di un’atmosfera di amore e di unità. Il lavoro dello sviluppo si basa sull’unità e deve rafforzare l’unità», ha detto la dottoressa Janak Palta McGilligan, un attivista dello sviluppo baha’i che ha recentemente ricevuto dal governo indiano, in riconoscimento del suo lavoro, il Padma Shri, una delle più alte onorificenze civili del paese.

Gli oratori hanno anche discusso il rapporto fra la ricchezza e lo sviluppo e hanno studiato alcuni principi sociali che ispirano atteggiamenti responsabili nell’ambito della salute.

Il dottor Ganesh Kawadia, capo della Scuola di economia dell’Università, ha detto che dai tempi di Adam Smith lo sviluppo è stato equiparato alla produzione di ricchezza.

«Il mercato è stato considerato il meccanismo più giusto e più efficiente per produrre ricchezza a beneficio dell’acquirente e del venditore», ha detto. Ma ha aggiunto che ciò vale solo in condizioni di perfetta competitività del mercato, un criterio teorico che in pratica non si è mai realizzato.

«Oggi vediamo», ha detto, «il fallimento del mercato. La produzione della ricchezza è perseguita senza tener conto di alcuna considerazione etica. E questo comporta sfruttamento e ingiustizia».

Commentando il cieco perseguimento della crescita economica, il signor Garg ha spiegato che ciò cha distrutto le relazioni essenziali sulle quali il senso del benessere personale si fonda.

«In India milioni di persone non derivano il loro sentimento di benessere dalla ricchezza economica, ma dalla cultura e dalla spiritualità. Il loro sentimento di benessere è radicato nel loro habitat dal quale derivano sostentamento. Quando nel nome dello sviluppo economico le persone sono spostate dalle loro terre e private delle loro sorgenti d’acqua o delle loro foreste, divengono disadattate non solo materialmente, ma anche socialmente, emotivamente e spiritualmente».

Il dottor Arash Fazli, collaboratore della cattedra baha’i, ha aggiunto che quando siamo consapevoli del legame spirituale che ci unisce l’uno all’altro e all’ambiente, non ha più senso agire per interesse personale per avere il massimo guadagno.

«Lo sviluppo appare così un’impresa collettiva nella quale cerchiamo il nostro benessere nel servire il bene di tutti. Un altruistico spirito di servizio diviene il nostro motivo ispiratore», ha detto il dottor Fazli.

Gli oratori hanno ammesso che sembra difficile riuscire a percorrere una via alternativa dello sviluppo che unisca la scienza e la religione. Ma hanno anche affermato che è urgente e vitale che crescenti numeri di cittadini discutano questo importante tema.

«I processi della globalizzazione stanno adottando questo modello di sviluppo materialistico in tutti i paesi», ha detto il signor Garg. «Dobbiamo trovare un modello di sviluppo che sia adatto al nostro ethos e nello stesso tempo basato sulla scienza. Dobbiamo aprirci al mondo e trarne il meglio senza perdere il buono che già abbiamo».

Commentando il seminario, la dottoressa Shirin Mahalati, responsabile della Cattedra baha’i, ha osservato che per gli studenti e i professori che hanno partecipato, l’evento è stata un’occasione per riflettere su come superare i limiti dei modelli di sviluppo materialistici cercando di capire il ruolo svolto dai principi spirituali e dai metodi scientifici nell’avanzamento della civiltà

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Un simposio riformula il discorso su società laica, religione e bene comune

Un simposio riformula il discorso su società laica, religione e bene comune

Importanti studiosi canadesi e protagonisti della società civile si sono incontrati a Vancouver all’Università della British Columbia dal 22 al 24 marzo per capire che cosa significa costruire una società e studiare il ruolo costruttivo della religione nella sfera pubblica laica.

Organizzato da un comitato nazionale in rappresentanza delle organizzazioni della società civile in Canada, compreso l’Ufficio degli affari pubblici della comunità baha’i canadese, il convegno, intitolato «La nostra società: come scavalcare la spaccatura laico-religiosa» ha coinvolto circa 140 partecipanti.

Fra gli oratori ci sono stati Andrew Bennett, ambasciatore canadese per la libertà religiosa, Marie Wilson, commissario canadese di verità e riconciliazione, Doug White, direttore del Centro per i Trattati preconfederali all’Università dell’Isola di Vancouver e Gerald Filson, Direttore degli affari pubblici della comunità baha’i canadese e Presidente della Conversazione interreligiosa canadese.

Il dottor Filson ha così sintetizzato le idea emerse dal convegno: «Molti hanno detto che è importante lasciare più spazio nella società all’influenza positiva dei concetti e dei principi del pensiero religioso, che la libertà di credere è una condizione necessaria nelle società laiche per salvaguardare il progresso compiuto nell’armonia sociale e la ricchezza culturale che il pluralismo offre alle società moderne».

«In ultima analisi l’amore, l’amicizia e la consapevolezza che gli altri contano per noi sono le fondamenta di una società nella quale tutti i membri della famiglia umana possano partecipare ai dialoghi che modellano la società», ha proseguito il dottor Filson.

Il convegno di quest’anno segue un analogo evento che ha avuto luogo nel maggio 2013 a Montreal, presso l’Università McGill. Geoffrey Cameron, ricercatore della comunità baha’i canadese e membro del Comitato organizzatore del convegno, ha spiegato: «Abbiamo avviato questa iniziativa circa quattro anni fa, quando un piccolo gruppo di persone si è riunito animato dal desiderio comune di spiegare con maggior chiarezza il ruolo positivo della religione nel pubblico discorso del Canada.

«Abbiamo tenuto un convegno e abbiamo continuato a lavorare fra noi e con altri», ha proseguito il signor Cameron. Egli ha spiegato che il loro discorso ha cercato di approfondire la comprensione del tema «come la società può riconciliare la religione, la laicità e il bene comune».

Le sessioni plenarie del convegno hanno trattato temi generali: il ruolo della religione nella sfera pubblica, i meriti e i limiti della laicità, il processo della riconciliazione fra i vari popoli, una definizione del bene comune nel contesto del pluralismo religioso, dimensioni e limiti della libertà religiosa e il ruolo dei giovani nella società.

Oltra alle sessioni plenarie ci sono stati alcuni seminari durante i quali i partecipanti hanno espresso idee tratte dall’esperienza.

«Dobbiamo andare al di là della dialettica religioso e laico, pubblico e privato, fede e ragione e lavorare assieme per il bene dell’intera società», ha detto la reverenda Karen Hamilton, Segretaria generale del Consiglio canadese delle Chiede, nel discorso di apertura.

Si è parlato anche della tensione nelle società laiche fra due aspetti del posto della religione nella vita pubblica: da una parte, la laicità offre all’arte di governo la capacità di conferire all’individuo fondamentali diritti alla libertà religiosa, dall’altra, quando va troppo oltre, essa può limitare il ruolo delle idee religiose nel discorso pubblico.

Il professor Paul Bramadat, uno dei massimi studiosi canadesi delle religioni, ha detto: «È importante tenere vivi nel pubblico discorso gli strumenti e i concetti delle religioni senza perderne il significato a causa di una “traduzione” laica».

Alia Hogben, direttrice del Consiglio canadese delle donne musulmane ha affermato che la società ha bisogno di criteri che definiscano il ruolo della religione nella vita pubblica: «Questa religione, contribuisce al bene pubblico? Serve il bene di tutti? Se lo fa, allora deve essere ammessa al discorso pubblico», ha detto.

John Stackhouse, un teologo del Regent College, ha sostenuto che la diversità delle religioni in Canada richiede che ogni religione riesamini i propri insegnamenti per «preparare un territorio sul quale vivere accanto a coloro che sono diversi».

Il dottor Stackhouse, ha anche illustrato l’importanza del posto della religione nella rete delle istituzioni sociali.

«Per costruire una società sana», ha detto, «si deve investire in “organizzazioni intermedie” fra l’individuo e lo stato, come gruppi religiosi e la società civile». Le religioni, egli ha spiegato, sono messe sotto pressione nel mondo laico perché sono un ostacolo al consumismo.

Uno dei momenti più importanti del convegno è stato una sessione con il dottor Andrew Bennett, ambasciatore canadese per la libertà religiosa. Bennet ha descritto il rapporto fra la difesa della libertà religiosa e la promozione della dignità umana, che sono essenziali per definire assieme una vita comune.

«È importante che le istituzioni della società si sappiano rapportare con le varie religioni», ha detto. «La competenza religiosa modella le azioni della gente nella società e grazie alle conversazioni sulla religione questa competenza migliora».

Il convegno ha anche studiato il ruolo che i giovani svolgono nella trasformazione sociale costruttiva. Parlando durante un seminario sul tema «i giovani e lo spirito del cambiamento sociale», Christine Boyle, direttrice di un’ONG per il cambiamento sociale, ha notato che «molti movimenti sociali guidati da giovani rispecchiano il

desiderio spirituale di creare un mondo migliore mediante un servizio altruistico».

Un altro oratore, Eric Farr della fondazione Inspirit, ha fatto eco a questi pensieri affermando che «molti giovani aspirano a una visione di cambiamento spirituale, cioè a una visione di una società più unita e più giusta . . . Dobbiamo avere fiducia nella capacità di tutti e nel desiderio di tutti di contribuire al benessere dell’insieme».

Il discorso finale del convegno è stato pronunciato da Doug White, in una sessione intitolata: «Riconoscere la nostra unità: la riconciliazione, la sfida dei nostri tempi». Il signor White, ex capo della prima nazione snuneymuxw ha detto che il dialogo richiede il superamento di molti dei rapporti conflittuali che oggi caratterizzano la società canadese.

«Scagliarsi l’uno contro l’altro non porta alla riconciliazione», ha detto. «Abbiamo bisogno di un discorso attivo e completo sul cambiamento sociale necessario per realizzare la riconciliazione nella società. Si può ottenerlo con una grande sofferenza oppure cercando di conseguire una sempre maggiore comprensione fra le differenti componenti della società».

«[La riconciliazione] esige una nuova mentalità e un nuovo orientamento verso noi stessi, l’uno verso l’altro e verso tutti coloro che ci circondano. Questa è una sfida spirituale, morale ed etica . . .».

Riflettendo sul convegno, il signor Cameron ha detto: «Siamo molto soddisfatti della qualità delle conversazioni e del genuino entusiasmo espresso nei confronti delle idee trasmesse dai partecipanti».

Ha spiegato che il convegno fa parte di un costante «processo di ricerca collettiva».

«È collettiva perché sta crescendo e si sta estendendo anche ad altre persone. Ed è una ricerca perché siamo motivati e unificati dalle domande che poniamo senza avere la presunzione di possedere le risposte giuste».

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Nella Colombia rurale, i semi della trasformazione mettono radici

Nella Colombia rurale, i semi della trasformazione mettono radici

In Norte del Cauca, la terra è ricoperta di piantagioni di canna da zucchero che si estendono per miglia e miglia sotto lo sguardo vigile delle Ande.

Sparsi nella distesa dei campi di monoculture, villaggi e piccole fattorie punteggiano il terreno. Negli ultimi decenni, queste fattorie tradizionali e il verde lussureggiante della regione sono stati ampiamente sopraffatti da vasti campi coltivati a canna da zucchero.

Qui, nel villaggio di Agua Azul e nelle comunità limitrofe, la gente ha incominciato a parlare della rinascita dell’habitat naturale. Questi discorsi sono nati nell’aprile del 2012, quando è stato annunciato che la gente della regione avrebbe qui costruito una Casa di culto baha’i.

Dopo l’annuncio, mentre la comunità si accingeva a prepararsi a questo importante evento, la maggiore consapevolezza della natura e dello scopo della Casa di culto ha prodotto una maggiore attenzione all’ambiente naturale e al suo rapporto con il benessere spirituale e sociale della popolazione.

«Quando i piani per il Tempio sono stati annunciati, ci sono stati molti incontri», spiega Ximena Osorio, rappresentante della comunità colombiana. «La gente si è sentita ispirata dal concetto della Casa di culto, del fatto che essa unisca devozione e servizio e che debba essere un luogo di preghiera per tutti».

«A poco a poco si è incominciato a parlare dei tipi di alberi e di fiori che avrebbero circondato il Tempio», dice la signora Osorio. «Si voleva che il paesaggio trasmettesse la bellezza e la diversità della regione».

Nel tempo i discorsi si sono evoluti. «È emersa un’idea», prosegue la signora Osorio, «Nel terreno attorno al Tempio si sarebbe fatta crescere una foresta tipica del luogo».

L’idea ha preso piede e attorno al progetto si è formato un team.

Hernan Zapata, che la comunità chiama affettuosamente Don Hernan, ha recentemente preso l’iniziativa. Contadino tradizionale del vicino villaggio di Mingo, ha lavorato la terra per tutta la vita.

Oggi la sua è una delle ultime fattorie tradizionali che sopravvivono nella regione e molte delle specie che si trovano nella sua terra sono quasi scomparse nelle zone adiacenti. La sua terra dà un’idea della ricca diversità ecologica che fino a qualche decennio fa caratterizzava Norte del Cacua.

«La verità è che un tempo Norte del Cauca era un’immensa foresta», spiega Don Hernan. «Ma tutto questo è stato distrutto. Non esiste più».

«Con questo progetto voglio fare una cosa», spiega. «Voglio fare in modo che le nuove generazioni sappiano che cosa c’era qui una volta. Questa foresta indigena che stiamo per piantare deve essere una scuola, un luogo di apprendimento».

Il progetto ha attirato l’attenzione di molti altri nella regione. In tutti i villaggi del luogo, le persone hanno incominciato a donare semi e piante, da far crescere nella terra attorno al Tempio e in una serra che un gruppo di volontari locali ha costruito per il progetto.

Fra le offerte ci sono state alcune specie indigene, come il raro albero «burilico», una specie in via di estinzione nella regione.

Secondo Gilberto Valencia, che lavora in una fabbrica locale ed è membro del team del progetto, questa iniziativa lo ha messo in contatto con la storia della sua famiglia in Norte del Cacua.

«Ho sempre avuto un grande desiderio di sapere di più sulla terra e sull’agricoltura perché, pur non essendo un contadino, discendo da una lunga razza di contadini. Mio padre e suo padre hanno sempre avuto una fattoria che hanno coltivato per coprire le necessità della famiglia e per vendere prodotti ad altri.

Il progetto ha ispirato il signor Valencia, che è sposato e ha figli, a incominciare a studiare ingegneria ambientale.

«Quando ho incominciato a lavorare la terra attorno alla Casa di culto, ho sentito che quello che stiamo per costruire cambierà l’ambiente naturale», ha detto. «Questa è un’occasione per cambiare il destino della regione».

Ora il signor Valencia lavora al progetto con suo figlio Jason che ha dieci anni ed è il più recente e il più giovane membro del team.

Negli ultimi mesi Jason si è gettato nel progetto. Aiuta a trapiantare i semi e i germogli nel terreno del Tempio e lavora accanto al padre per coltivare e proteggere la terra circostante.

«Ho imparato a conoscere questi alberi che non sapevo nemmeno che esistessero», dice Jason, parlando della sua esperienza. «Mi piace lavorare con mio padre su questo progetto perché, insieme, stiamo facendo rivivere molte piante che stavano andando perdute».

Per Alex Hernan Alvarez, abitante di Agua Azul e membro del team, quello che sta accadendo nel villaggio è molto importante per i bambini.

Qui a Norte del Cacua, non abbiamo terre o spazi aperti a tutti come questo. Ho tre bambini e sono molto contento di pensare che lascerò loro qualcosa», dice il signor Alvarez.

«Sapere che per le future generazioni sbocceranno un foresta verdeggiante e una magnifica Casa di culto mi ispira un profondo sentimento di dedizione».

Parlando di uno degli alberi indigeni della regione, il «saman», il signor Alvarez afferma: «Il saman è un albero tradizionale, bello e grande. Quando i miei figli andranno lì a pregare, avranno un posto dove sedersi, sotto quell’albero. Questo mi dà ogni giorno una motivazione. E mi fa felice».

La Casa di culto non è ancora sorta, ma, in molti modi, sta già svolgendo il suo compito. Ispira gli abitanti della regione e mettersi in contatto con il sacro e a puntare verso più alte vette di servizio alla comunità.

«L’idea del Tempio, ciò che esso rappresenta», dice la signora Osorio, «sta già di per sé suscitando in tutti noi, bambini, giovani e adulti, l’idea dell’importanza di una vita imperniata attorno al culto di Dio e al servizio dell’umanità».

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La risposta dell’Iran all’UPR promette male per i baha’i e per i diritti umani

La risposta dell’Iran all’UPR promette male per i baha’i e per i diritti umani

Ginevra, 19 marzo 2015, (BWNS) — Che l’Iran abbia accettato, in modo limitato e condizionato, solo due delle dieci raccomandazioni che gli altri governi le hanno presentato quanto alle persecuzioni dei baha’i suggerisce che non ci saranno cambiamenti significativi nella politica del governo, una brutta prospettiva per i diritti umani in Iran.

«La triste realtà è che l’Iran ha rifiutato di accettare molte delle raccomandazioni presentate dalla comunità internazionale che il governo smetta di discriminare i baha’i e ha offerto al Consiglio per i diritti umani solo concessioni nominali sul tema», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community a Ginevra.

La signora Ala’i ha osservato che l’Iran ha accettato solo parzialmente due raccomandazioni che menzionano i baha’i nella sua risposta alla Revisione periodica universale di ottobre e ha totalmente respinto le altre otto.

«In ottobre alcuni governi avevano offerto raccomandazioni forti e significative su come l’Iran avrebbe potuto smettere di perseguitare i baha’i, ma l’Iran ne ha accettate solo due con certi limiti e condizioni e ha respinto tutte le altre.

«Basandoci su questo fatto e sul fatto che l’Iran non ha rispettato le raccomandazioni presentate nell’UPR del 2010, dubitiamo che nel prossimo futuro ci possano essere miglioramenti per i baha’i, che sono perseguitati in Iran unicamente per le loro convinzioni religiose», ha detto la signora Ala’i.

In un comunicato che ha letto oggi al Consiglio, la signora Ala’i ha osservato che durante l’UPR di ottobre «il signor Javad Larijani, capo della delegazione che ha redatto la Carta dei diritti della cittadinanza, ha affermato che i baha’i rientrano «nel cosiddetto contratto di cittadinanza» e «godono degli stessi privilegi di cui godono tutti i cittadini iraniani» e che hanno «professori e studenti nelle università».

«Ma di recente l’ayatollah Bojnourdi, uno di coloro che hanno redatto la Carta dei diritti della cittadinanza, ha detto pubblicamente: “Non abbiamo mai detto che i baha’i hanno diritto agli studi, i baha’i non hanno nemmeno i diritti della cittadinanza».

«Questa è la triste realtà in Iran», la signora Ala’i ha detto al Consiglio.

La signora Alai ha espresso la speranza che l’Iran, il quale desidera dimostrare al mondo il proprio rispetto, ripetutamente affermato, della Revisione periodica universale, incominci dal semplice provvedimento di dare ai baha’i libero accesso agli studi superiori, cosa che sarebbe in linea con le due raccomandazione che ha parzialmente accettato.

Le raccomandazioni accettate dall’Iran e quelle respinte

Durante la sessione formale dell’UPR dell’Iran in ottobre, altri governi hanno presentato 291 raccomandazioni su come l’Iran potrebbe migliorare la situazione dei diritti umani. Nella sessione del 19 marzo l’Iran ne ha accettate 130. Ne ha accettate con riserva 59 e ne ha respinte 102. Di quelle che menzionano specificamente i baha’i due (del Cile e della Repubblica Ceca) sono state accettate con riserva. Esse sono:

138.111. Adottare provvedimenti per impedire ogni forma di discriminazione contro le donne e le ragazze e, in particolare, permettere ai membri della comunità baha’i e di altre minoranze religiose l’accesso agli studi superiori (Cile).

138.131. Rivedere la legislazione e la politica per assicurare la libertà di religione alle persone che appartengono alle minoranze religiose, come i baha’i, e la protezione degli altri diritti umani senza discriminazioni (Repubblica Ceca).

L’Iran le ha accettate con riserva, specificando che «la piena applicazione di alcune di queste raccomandazioni confligge con la nostra costituzione, con alcune leggi fondamentali e con i valori islamici» e che «la procedura necessaria per correggere le attuali leggi richiede tempo e lunghe discussioni fra le differenti parti costituenti del sistema legislativo».

Le otto raccomandazioni che menzionano i baha’i e che sono state respinte sono le seguenti:

138.125. Mettere fine agli atti di repressione contro le minoranze etniche e religiose, in particolare i baha’i, e prendere provvedimenti efficaci per mettere fine alle politiche discriminatorie contro di loro (Lussemburgo).

138.126. Eliminare le discriminazioni contro le minoranze religiose come i baha’i e offrire a queste comunità una migliore protezione legale (Sierra Leone).

138.128. Prendere provvedimenti per impedire la discriminazione nella legge e nella pratica contro le minoranze etniche e religiose, come la detenzione arbitraria e l’esclusione dagli studi superiori e dagli impieghi governativi, nonché l’interferenza del governo nell’impiego privato, contro le persone che appartengono alla comunità baha’i (Svezia).

138.129. Cessare ogni discriminazione contro i membri delle minoranze etniche e religiose, come i baha’i, i dervisci, i cristiani, gli arabi ahwaziti, i baluci e i curdi, e assicurare il rispetto della libertà di religione (Australia).

138.130. Cessare le discriminazioni nella legge e nella pratica contro tutte le minoranze etniche e religiose, come i baha’i, i sufi, i curdi e gli arabi sunniti e assicurare la piena protezione dei loro diritti (Austria).

138.132. Porre fine alla discriminazione e alla repressione contro le persone a causa dell’affiliazione etnica e religiosa, come i bahai, i curdi, gli ahwaziti e i cristiani (Francia).

138.133. Porre fine alla discriminazione nella legge e nella pratica contro le minoranze etniche e religiose, come la comunità baha’i (Lituania).

138.134. Prendere provvedimenti per impedire la discriminazione e l’incitamento all’odio contro i baha’i o altre minoranze religiose, anche se non sono ufficialmente riconosciute (Messico).

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Alti funzionari dell’ONU affermano che in Iran si continua a violare i diritti umani

Alti funzionari dell’ONU affermano che in Iran si continua a violare i diritti umani

Secondo due alti funzionari dell’ONU, in Iran si continua a perseguitare i membri dei gruppi minoritari, come i baha’i, malgrado il governo abbia promesso di non farlo.

In alcuni rapporti al Consiglio dei diritti umani, il relatore speciale per i diritti umani, Ahmed Shahid, e il segretario generale Ban Ki-moon hanno espresso la loro preoccupazione perché in Iran è sempre alto il numero delle esecuzioni capitali e dei giornalisti e degli attivisti dei diritti umani messi in prigione e si continua a negare il diritto alla libertà di espressione e a discriminare le donne.

I rapporti sono stati redatti in previsione della sessione dedicata alla risposta dell’Iran alla Revisione periodica universale del 2014 (UPR). Nell’ottobre 2014, quando il Consiglio ha esaminato la situazione dei diritti umani in Iran, i governi del mondo hanno presentato all’Iran 291 raccomandazioni che suggerivano alcuni provvedimenti da prendere per migliorare la situazione dei diritti umani nel paese. In una sessione prevista per il 19 marzo il governo iraniano dovrà dire quali di questi suggerimenti ha deciso di accettare.

In un rapporto del 12 marzo il dottor Shahid ha espresso la sua preoccupazione perché le violazioni dei diritti umani in Iran proseguono immutate sebbene durante la sessione dell’UPR 2010 il governo abbia promesso di prendere provvedimenti per eliminarle o attenuarle.

«Il relatore speciale riconosce che il Governo ha preso alcuni provvedimenti per rispettare gli impegni presi nel 2010, ma si rammarica che nel 2014 la maggior parte di quegli impegni non sia stata rispettata e che il governo non abbia affrontato le cause delle violazioni messe in luce durante l’UPR e nei suoi rapporti semestrali del 2012, 2013 e 2014», ha detto il dottor Shahid.

Inoltre, ha aggiunto, il fatto che nell’ottobre 2014 altri governi abbiano presentato all’Iran 291 raccomandazioni «rispecchia questo fatto», che i diritti umani non sono migliorati.

Il dottor Shahid ha detto, per esempio, che le violazioni dei diritti della comunità baha’i in Iran proseguono immutate.

«Sebbene alti funzionari governativi abbiano affermato che i baha’i godono dei diritti della cittadinanza, essi continuano a essere discriminati e messi in prigione a causa della loro religione», ha detto il dottor Shahid.

«È giunta notizia che fra settembre e dicembre 2014 le forze di polizia delle città di Isfahan, Teheran, Shiraz, Hamadan, Karaj e Semnan hanno arrestato almeno 24 baha’i, portando il numero totale dei baha’i attualmente in carcere a 100».

Nel suo rapporto del 3 marzo anche il signor Ban ha espresso le sue preoccupazioni per le persecuzioni contro i baha’i.

«I membri dei membri minoritari etnici e religiosi continuano a essere perseguitati, arrestati e detenuti. Si continua a negare loro opportunità economiche, a espellerli dalle scuole e dalle università, a privarli del diritto di lavorare. Si continua a chiudere i loro esercizi commerciali e a distruggere i loro siti religiosi, come cimiteri e centri di preghiera», ha detto il signor Ban.

I due alti funzionari hanno espresso la loro preoccupazione anche per la detenzione e la vessazione di giornalisti, difensori dei diritti umani e attivisti dei diritti delle donne.

«La repressione degli operatori dei media, le restrizioni della libertà di opinione e di espressione, come la chiusura di giornali e riviste e il controllo, la censura e il blocco di siti web che divulgano notizie e analisi politiche, suscitano grande preoccupazione», ha detto il signor Ban.

Diane Ala’i, la rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra, ha elogiato entrambi i rapporti e ha esortato i governi a votare per il proseguimento del controllo internazionale della situazione dei diritti umani in Iran quando questo mese il Consiglio dovrà prendere in esame la decisione di rinnovare il mandato al relatore speciale.

«Come Ahmed Shahid e il Segretario generale hanno chiaramente indicato, l’Iran continua a violare i diritti umani della sua gente a tutti i livelli della società: donne, giornalisti, legali, membri di minoranze religiose o etniche o perfino semplici cittadini», ha detto la signora Ala’i.

«L’Iran ha promesso da lungo tempo di rispettare i diritti umani dei suoi cittadini ma è evidente che le sue promesse sono vuote e che la sola protezione per gli iraniani proviene dalla sorveglianza e dall’attenzione della comunità internazionale», ha detto.

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Un convegno esplora il collegamento fra l’arte di governo e la religione

Un convegno esplora il collegamento fra l’arte di governo e la religione

Oltre 50 persone hanno partecipato al «Convegno sull’arte di governo e la religione» che si è recentemente svolto nel famoso Palau Robert di Barcellona.

Il convegno è stato cosponsorizzato dalla comunità baha’i spagnola in collaborazione con altre sette organizzazioni e istituzioni, compresa l’Università di Barcellona, l’Associazione per il dialogo interreligioso dell’UNESCO e la Direzione generale degli affari religiosi del Governo catalano.

Gli organizzatori hanno voluto promuovere un dialogo su forme di organizzazione sociale nuove, giuste e pacifiche avvalendosi delle idee della scienza e della religione, ha spiegato Sergio Garcia, uno dei rappresentanti della comunità baha’i.

«Il convegno si proponeva di aprire uno spazio di riflessione sul contributo della religione al progresso sociale in generale e alle strutture, ai processi e agli strumenti del buon governo in particolare», ha detto il dottor Garcia. «Una sfida da affrontare era come generare uno spazio collettivo invece di uno spazio nel quale varie persone venissero a pronunciare i loro discorsi per poi andarsene».

Il primo giorno della manifestazione si è parlato della dimensione teorica dell’argomento «arte di governo e religione» e di alcuni temi pertinenti. Il secondo giorno ci sono state varie presentazioni del contributo pratico della religione al progresso sociale.

Il primo dei cinque interventi ha cercato di definire il concetto di arte di governo e il suo rapporto con la religione. «Il concetto di arte di governo», ha notato Nuria Vahdat, la prima oratrice, «riguarda il modo in cui i governi formali, le ONG, le organizzazioni comunitarie e il settore privato gestiscono gli affari e le risorse pubblici».

Lo storico Amin Egea ha poi parlato di come la religione ha ispirato nobili standard morali che hanno reso possibili forme progressiste di organizzazione sociale nelle varie ere. «L’efficacia delle istituzioni che governano la società», ha detto l’oratore, «dipende dalle qualità delle persone che vi partecipano».

Successivamente, Mar Griera, direttore dell’Istituto di sociologia della religione dell’Università autonoma di Barcellona ha contestato l’idea molto diffusa che le società pluralistiche e moderne tendono a emarginare la religione. L’oratrice ha spiegato che la religione può fiorire nelle società moderne e ha citato alcuni dati pratici a sostegno della sua affermazione.

I commenti della dottoressa Griera sono stati confermati da Silvia Albareda Tiana, professoressa di educazione presso l’Università internazionale di Barcellona. «Le dimensioni umanistiche offerte dalla religione possono favorire uno sviluppo umano più olistico», ha detto la dottoressa Tiana, «e l’esistenza di fondamenta religiose aiuta a migliorare le condizioni per avere società più giuste, eque e sostenibili».

Il secondo giorno, due presentazioni hanno chiarito il ruolo della religione nel progresso sociale. La prima ha spiegato che il dialogo interreligioso in Spagna ha promosso la libertà e la diversità religiosa e la seconda ha esaminato il contributo offerto dalla religione al mondo globalizzato.

Nell’ultima sessione Jose Rodriguez, professore di sociologia presso l’Università di Barcellona ha parlato di alcuni studi che suggeriscono che la religione contribuisce in modo significativo alla felicità promuovendo la coesione sociale e azioni altruistiche.

Riflettendo sullo sforzo compiuto dalle organizzazioni che hanno lavorato assieme per promuovere il dialogo sull’arte dei governo, il dottor Garcia ha spiegato che il convegno «può essere visto come uno sforzo per aprire un nuovo forum nel quale differenti attori che rappresentano tutti i settori della società possono contribuire collettivamente all’evoluzione de pensiero sociale in aree di interesse per il miglioramento della società».

Il congresso è stato il secondo di una serie che avranno luogo nei prossimi anni per esplorare differenti aspetti dell’arte di governo, come il governo globale, l’economia politica, i media e l’ordine del giorno e la sicurezza collettiva.

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Los Angeles osserva la Giornata «Education is Not a Crime»

Los Angeles osserva la Giornata «Education is Not a Crime»

Venerdì 27 febbraio, oltre 1100 persone si sono incontrate nell’Albergo Ace nel centro di Los Angeles per onorare i baha’i ai quali è stato negato il diritto di proseguire gli studi superiori in Iran.

«L’educazione non è un crimine – Live 2015» è stata una grande manifestazione della campagna «L’educazione non è un crimine» lanciata nel novembre 2014 da Maziar Bahari, giornalista e produttore irano-canadese che è stato messo in prigione in Iran nel 2009. La campagna si è ispirata al film «To Light a Candle», un documentario prodotto dal signor Bahari.

«To Light a Candle» illustra la resilienza costruttiva dei giovani baha’i che hanno manifestato il loro desiderio di proseguire gli studi organizzando una sistemazione informale, l’Istituto Baha’i di Studi Superiori (BIHE), che permetteva loro di accedere agli studi di livello universitario.

Il film è stato proiettato durante lo scorso week-end in oltre trecento località sparse per il mondo, nel Regno Unito, in Brasile, in India, in Olanda. Molti lettori universitari che lavorano gratuitamente per gli studenti del BIHE sono stati intervistati e hanno parlato dei giovani dell’Iran ai quali è stato vietato di proseguire gli studi. Articoli e relazioni sono stati pubblicati da molti siti web, come Daily Beast, Globe and Mail, Star Tribune, Australian Broadcasting Corporation (ABC), Irish Times, The Telegram, Pittsburg Post-Gazette, Amnesty International e World Religion News.

Durante la manifestazione di Los Angeles, è stato annunciato che quattro membri della delegazione del Congresso della California – Karen Bass, Janice Hahn, Alan Lowenthal e Edward Royce (presidente del Comitato affari esteri della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti) – avevano ricevuto diverse lettere appositamente scritte per sostenere la manifestazione che evidenziavano l’importanza dell’educazione universale.

La sera della manifestazione ci sono state esibizioni musicali, letture di racconti e interviste dal vivo, condotte dal signor Bahari, di baha’i che hanno parlato delle persecuzioni subite in Iran.

Durante una conversazione sul palcoscenico con il presentatore della serata, l’attore Rainn Wilson, il signor Bahari ha commentato che quando ha saputo della storia dei bahai, egli è stato sorpreso «dal modo in cui essi avevano resistito facendo ricorso agli studi e alla non violenza«. Ha aggiunto che «molti nel mondo devono imparare dai baha’i…».

L’attrice Eva LaRue ha recitato una storia drammatica scritta da Alistaire Taylor e basata sulle riflessioni di Keyvan Rahimian, un baha’i condannato a quattro anni di prigione per aver lavorato per il BIHE, sui giorni in cui aspettava che lo convocassero per la detenzione.

Inoltre, Quattro Sound, un complesso strumentale nominato per la Grammy Award, ha eseguito un pezzo ritmico.

È seguita un’intervista condotta dal signor Bahari, con Farideh Samimi, moglie di uno degli otto membri della seconda Assemblea Spirituale Nazionale iraniana (il direttivo dei baha’i) che sono stati arrestati, sottoposti a un processo sommario e messi a morte nel dicembre 1981.

L’attore Justin Baldoni ha recitato un pezzo incentrato sulla storia di una giovane di nome Behfar che vuole fare l’esame di ammissione all’università, ma non è ammessa perché è baha’i. Allora dichiara: «il governo non potrà mai impedirci di studiare, perché l’istruzione è uno dei dodici pilastri della nostra religione».

Il signor Bahari ha intervistato anche Marjan Davoudi che agli inizi degli anni ’90 è stata espulsa dall’università. Narjan ha raccontato che il rettore dell’università le ha detto: «Non sei un essere umano. Sei meno di un animale. Esci subito dal mio ufficio». Pur essendo affranta, in quel momento si è detta che non avrebbe mai smesso di imparare. Ha poi avuto la possibilità di studiare per corrispondenza con l’università dell’Indiana, grazie a materiale fotocopiato, a parte un unico libro di testo. Le sono occorsi dodici anni per laurearsi.

Poi l’attore Anthony Azizi ha letto un commovente racconto che parlava di Sonia, un’immaginaria studentessa baha’i, alla quale era stato insegnato fin da bambina che i baha’i non mentono sulla propria identità. Sonia è messa alla prova quando le dicono che potrà ricevere il premio che ha vinto come migliore studentessa della sua scuola solo se nega di essere baha’i. Si rifiuta di farlo, perde la possibilità di frequentare l’università e infine si iscrive al BIHE.

Sono poi stati proiettati tre brevi spezzoni di «To Light a Candle». Il signor Bahari ha commentato che il governo iraniano continuerà a lanciare contro i baha’i le accuse più disparate, ma quelle accuse non fanno altro che stimolare la curiosità dei musulmani sulla Fede baha’i.

Il programma è durato due ore e si è concluso con un vivace finale musicale eseguito da Ozomatli, Quattro Sound, Ellis Hall e K.C. Porter, una degna conclusione della serata che, malgrado i molti momenti di malinconia, è stata molto ispirante. È stata una degna celebrazione della resilienza della comunità baha’i iraniana davanti alle avversità.

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Trovata una sede permanente per un’importane raccolta di letteratura baha’i

Trovata una sede permanente per un’importane raccolta di letteratura baha’i

Una grande biblioteca di libri baha’i e di letteratura affine è stata aperta ai ricercatori, esattamente 35 anni dopo la morte del suo fondatore.

Quando morì a Londra il 12 febbraio 1980, l’illustre studioso, storico e scrittore Hasan M. Balyuzi (1908-1980) lasciò una straordinaria raccolta di circa diecimila libri e una vasta quantità di manoscritti, lettere autentiche, carte geografiche, documenti, periodici e testi inediti, alcuni dei quali risalgono al XIX secolo.

Il signor Balyuzi desiderava che la sua raccolta fosse messa «a disposizione di tutti coloro che ricercano il sapere» e in un codicillo del suo testamento ha chiesto di fondare una «biblioteca Afnan». Il signor Balyuzi era membro dell’illustre famiglia Afnan ed era pronipote di un cognato del Bab (1819-1850), uno dei due Profeti Fondatori della Fede baha’i.

«I libri sono stati per tutta la vita l’amore di mio padre», ha detto Robert Balyuzi, uno dei cinque figli dello studioso, quattro dei quali erano presenti all’inaugurazione della sede permanente della biblioteca.

«Egli amava l’aspetto dei libri, la sensazione di tenerli in mamo, il loro odore e i libri sono stati sempre i suoi compagni . . .Non pensava che i libri che possedeva fossero suoi, ma li considerava temporaneamente sotto la sua custodia», ha detto il signor Balyuzi.

La Fondazione della biblioteca Afnan è nata nel 1985 per gestire e arricchire la raccolta e per trovare un edificio adatto ad accoglierla. Lo scorso aprile si è presentata l’occasione di acquistare un locale dignitoso, una cappella recentemente restaurata nella cittadina di Sandy, nei pressi di Cambridge.

«Subito dopo la sua morte abbiamo incominciato a raccogliere fondi e a pensare a trovare un sede ideale», ha detto Moojan Momen, il fiduciario della Biblioteca Afnan.

«Abbiamo provato con tre diversi edifici nel passato ma nessuno di essi si è dimostrato adatto. Ora abbiamo questo che ha tutte le comodità», ha detto il dottor Momen, che è stato assistente per le ricerche del defunto signor Balyuzi. «Perciò siamo molto felici di questa sistemazione che pensiamo sarà la sede permanente della biblioteca».

L’edificio è stato ufficialmente inaugurato il 12 febbraio u.s. dallo sceriffo di Bedfordshire, Colin Osborne.

«Questo edificio che è una parte importante del patrimonio di Sandy si trova in un’ottima posizione nella zona della Piazza del mercato», ha detto il signor Osborne. «Sono molto lieto che gli amministratori della Biblioteca Afnan abbiamo scelto Sandy e questo edificio in particolare».

«Auguro alla biblioteca un grande successo e spero che i suoi visitatori trovino un luogo pacifico e tranquillo e possano fare le ricerche che desiderano», ha concluso il signor Osborne.

Il signor Balyuzi non ha raccolto solo letteratura baha’i, ma anche testi che riguardano altre religioni, la storia, il Medio Oriente e molti altri temi. Dal 1980 la biblioteca ha ricevuto donazioni di libri e documenti dai membri della comunità baha’i e ha continuato ad acquisire nuove pubblicazioni per tenere la raccolta aggiornata.

Ci si aspetta che i ricercatori si servano ora della biblioteca come era desiderio del signor Balyuzi.

«Chiunque ne abbia bisogno può venire per appuntamento e aver accesso al suo materiale», ha detto il dottor Momen. «In questo momento, la biblioteca è unica nel mondo perché non c’è alcun altro posto dove si possa andare e accedere a un materiale baha’i così vasto, diverso e profondo».

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la campagna si intensifica

«L’istruzione non è un crimine»: la campagna si intensifica

«L’istruzione non è un crimine», una campagna mondiale che intende far conoscere la risposta costruttiva della comunità baha’i al rifiuto del governo iraniano di consentire ai giovani baha’i di accedere agli studi superiori, sta intensificandosi mentre si avvicina la sua giornata di mobilitazione globale il 27 febbraio 2015.

Il sito web della campagna illustra ciò che le autorità in Iran stanno facendo per perseguitare i baha’i del paese e offre un contesto storico della persecuzione.

Nell’invitare tutto il mondo a partecipare alla campagna, la homepage del sito afferma: «In Iran studiare è un crimine. Ma noi possiamo cambiare le cose».

Lanciata nel novembre 2014, la campagna, organizzata da Maziar Bahari, giornalista e cineasta irano-canadese che è stato anche lui in prigione in Iran nel 2009, è stata ispirata dal film «To Light a Candle», un documentario prodotto dal signor Bahari.

Il film utilizza interviste, storie personali e materiale d’archivio, spesso fatto uscire dall’Iran con grandi rischi personali, per mostrare la creatività dei baha’i nel rispondere alle ingiustizie, di fronte a una costante oppressione. In particolare esso illustra la resilienza costruttive dei giovani baha’i che hanno espresso il loro desiderio di continuare a studiare sviluppando una sistemazione informale che permettesse loro di accedere agli studi di livello universitario.

La campagna proseguirà con un grande evento intitolato «L’istruzione non è un crimine live 2015», che si svolgerà a Los Angeles il 27 febbraio, durante il quale si proietterà il film «To Light a Candle». Lo stesso giorno il film sarà proiettato su centinaia di schermi in tutto il mondo.

Un importante elemento della campagna è il sostegno che essa ha ricevuto in tutto il mondo. Un gran numero di iraniani ha significativamente deciso di difendere i diritti dei baha’i contro decenni di sforzi da parte delle autorità e dei capi religiosi del paese in Iran di mistificare la comunità baha’i.

«Molte persone imparano dai baha’i», ha detto il signor Bahari in occasione della prima del film a Londra lo scorso settembre. Egli ha aggiunto che in passato gli iraniani «erano indifferenti alla sorte dei baha’i. Non ce ne curavamo affatto».

«Oggi molto giovani iraniani hanno amici baha’i anche se il governo continua a vessarli e a presentarli in termini negativi», ha detto il signor Bahari.

La campagna «L’istruzione non è un crimine» è stata appoggiata da molte eminenti personalità. Fra queste vi sono premi Nobel come l’arcivescovo Desmond Tutu, Shirin Ebadi, Tawakkol Karman, Jody Williams e Mairead Maguire. Inoltre la campagna è stata appoggiata da artisti e intellettuali come Nazanin Boniadi, Abbas Milani, Mohsen Makhmalbaf, Azar Nafisi, Omid Djalili, Eva LaRue e Mohammad Maleki, ex presidente dell’Università di Teheran.

Una sezione del sito dice alle persone come possono partecipare all’iniziativa. Inoltre, molte persone di tutto il mondo hanno mandato messaggi di sostegno al diritto allo studio dei baha’i in Iran e postato numerosi video sul sito web e sulla pagina Facebook della campagna.

«L’istruzione è un diritto umano fondamentale», dice una persona nel video postato sul sito web. «È come il diritto ai mezzi di sussistenza, alla sicurezza o al lavoro, il diritto a una casa. È un diritto umano fondamentale, non è un crimine. È un crimine esserne privati».

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L’arcivescovo Tutu condanna il rifiuto di permettere ai baha’i in Iran di studiare

L’arcivescovo Tutu condanna il rifiuto di permettere ai baha’i in Iran di studiare

CITTÀ DEL CAPO, 1° febbraio 2015, (BWNS) — In una dichiarazione pubblicata il 30 gennaio l’arcivescovo Desmond Tutu, l’attivista sudafricano per i diritti sociali e premio Nobel per la pace, ha aggiunto la sua voce al coro di condanna del rifiuto di permettere ai baha’i in Iran di accedere agli studi superiori da parte del governo dell’Iran.

Pubblicato sul sito web della fondazione Desmond e Leah Tutu la dichiarazione dice: «Il governo iraniano dice che per i baha’i l’istruzione è un crimine. Ma io vi dico che noi possiamo cambiare questo stato di cose, possiamo parlare a loro nome. Possiamo dire al governo iraniano e al mondo che escludere dagli studi superiori i baha’i o qualsiasi altro gruppo danneggia l’Iran e il popolo iraniano. La nostra dura esperienza dell’apartheid dimostra che ogni tipo di discriminazione danneggia tutti. Il governo iraniano nega al suo stesso popolo i servizi di migliaia di ingegneri, medici e artisti baha’i, che potrebbero aiutare l’Iran, gli iraniani e il mondo.

La dichiarazione fa parte della campagna L’istruzione non è un crimine, che ha avuto inizio nel novembre 2014, dopo l’uscita del film To Light a Candle, un documentario del signor Maziar Bahari, acclamato giornalista e produttore cinematografico, già corrispondente di Newsweek a Teheran.

La campagna L’istruzione non è un crimine ha avuto il sostegno di numerosi eminenti personalità di tutto il mondo. Fra questi vi sono i premi Nobel, signora Mairead Maguire, dottoressa Shirin Ebadi, signora Tawakkol Karman e signora Jody Williams. Hanno dato il loro sostegno anche il signor Mohsen Makhmalbaf, cineasta iraniano, il dottor Mohammad Maleki, già presidente dell’Università di Teheran, e la signora Azar Nafisi, scrittrice e professoressa iraniana.

Il film illustra la resilienza costruttiva dei giovani baha’i in Iran i quali, davanti ai sistematici tentativi del regime iraniano di negare loro l’accesso agli studi superiori, hanno creato un’organizzazione informale grazie alla quale essi possono accedere a studi di livello universitario. La campagna ha ottenuto in tutto il mondo voci di supporto per i baha’i in Iran e prevede una giornata globale di azione il 27 febbraio.

«Il diritto all’istruzione è un diritto umano che non deve essere negato a nessun essere umano», dice la dichiarazione del dottor Maleki, pubblicata sul sito web di L’istruzione non è un crimine. «Non è accettabile che questo diritto sia negato a qualcuno per motivi di credo, religione, sesso o altri criteri».

I baha’i in Iran hanno subito sistematiche e continue persecuzioni nella loro terra sin dalla rivoluzione islamica del 1979. In linea con la sua intenzione di sradicare la Fede baha’i, il governo del paese ha negato loro anche i più elementari diritti. Oltre al diritto di accedere alle università, i baha’i hanno il divieto di lavorare nel settore pubblico e sono ripetutamente ostacolati nelle loro attività per guadagnarsi da vivere. Nel corso degli anni molti baha’i sono stati illegalmente messi in prigione solo a causa delle loro credenze.

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