Preoccupazioni per i baha’i di Rafsanjan dopo una campagna d’odio contro di loro

Preoccupazioni per i baha’i di Rafsanjan dopo una campagna d’odio contro di loro

In un’atmosfera di crescenti difficoltà economiche una recente dimostrazione anti-baha’i e un acceso discorso pronunciato da un prelato hanno suscitato preoccupazioni per la sicurezza dei baha’i di Rafsanjan, una cittadina iraniana.

L’Hojatoleslam Abbas Ramezani-Pour, l’imam della preghiera del venerdì di Rafsanjan ha dichiarato in un discorso alla fine di novembre che, secondo le fatva [decreti] religiose, i baha’i sono «impuri» e che è «proibito» fare affari e commerciare con loro.

«Si deve finalmente realizzare il giusto desiderio della gente, che non ci siano baha’i in questa città», ha detto il signor Ramezani-Pour.

«E in effetti questo imam ha chiesto che i baha’i siano espulsi da Rafsanjan», ha detto la signora Bani Dugal, il principale rappresentate della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite. «Queste parole così negative pronunciate da un noto prelato della città sono estremamente preoccupanti e dimostrano quanto sia profonda la discriminazione».

«La chiusura di alcune ditte della città e la vessazione economica dei baha’i stanno già mettendo a dura prova i baha’i», ha detto la signora Dugal.

Diversi giorni prima del discorso del signor Ramezani-Pour, una dimostrazione anti-baha’i si è svolta davanti all’ufficio del governatore di Rafsanjan.

La stampa filogovernativa sostiene che le dimostrazioni sono state spontanee e volute dalla popolazione locale. Ma le foto dimostrano che è stato un evento organizzato, dato l’uso di cartelloni prestampati che erano ovviamente stati preparati in anticipo. Alcuni cartelloni dicevano: «i baha’i sono intrinsecamente impuri» e altri «nei bazar musulmani non c’è posto per infiltrazioni infedeli».

«Le espressioni di odio e la disseminazione di informazioni false contro i baha’i non sono una novità in Iran», ha detto la signora Dugal. «Ma questi incidenti sono un brutto segno perché in passato simili dichiarazioni da parte di capi religiosi e incitamenti all’odio contro un certo gruppo hanno avuto gravi conseguenze».

Per esempio il 24 agosto 2013 il signor Ataollah Rezvani, un noto baha’i di Bandar-Abbas è stato ucciso con un’arma da fuoco nella sua automobile. Si noti che qualche anno prima del suo assassinio, l’imam della preghiera del venerdì aveva incitato la popolazione locale contro i baha’i, dicendo che erano «anti-islamici». Egli aveva anche invitato i cittadini a «insorgere» contro la comunità baha’i.

Naturalmente i baha’i non sono l’unico gruppo minacciato dal pulpito. Recentemente, l’imam della preghiera del venerdì di Isfahan ha pronunciato un discorso provocatorio durante il quale ha detto che gli avvertimenti non erano più sufficienti nella lotta per assicurare che le donne usassero convenientemente l’hijab, ossia il velo per il capo. Ora si doveva ricorrere alla forza e alla violenza. Poco dopo questo discorso dell’acido è stato gettato in faccia a molte donne che non portavano quello che le autorità considerano un abito conveniente per uscire di casa in città.

«In Iran le parole dei prelati hanno una grande influenza sui pensieri di coloro che li seguono», ha detto la signora Dugal. «Dov’è il governo? È possibile negare la sua complicità?».

L’ottobre scorso, cinquanta negozi baha’i sono stati chiusi nella città di Kerman, 23 a Rafsanjan e sei a Jiroft, tutte cittadine della medesima provincia. Negli ultimi mesi l’aumento del numero delle ditte e dei negozi baha’i che sono stati chiusi dimostra un piano coordinato per esercitare una pressione maggiore sui baha’i dell’Iran

● In luglio la chiusura di una ditta baha’i ha lasciato senza lavoro 20 cittadini di Ghaemshahr.

● Nel settembre 2014, una baha’i di Yazd, alla quale era stata rifiutata la licenza commerciale nonostante le sue rimostranze presso gli uffici competenti, è stata informata da un alto dirigente di quegli uffici che aveva ricevuto dalle autorità superiori una circolare che ordinava al suo ufficio di non rilasciare permessi di lavoro ai baha’i e di farlo gradualmente probabilmente per non attrarre l’attenzione dei media internazionali. Si noti inoltre che, mentre cercava di salvare la sua ditta, la signora è stata consigliata dal sindacato locale di registrarla con il nome di un musulmano. E quando l’ha fatto, l’interessato musulmano è stato minacciato dagli impiegati dell’ufficio, i quali hanno insistito, senza successo, di fargli firmare un impegno nel quale dichiarava che né quella baha’i né nessun altro baha’i sarebbero mai entrati nel negozio.

● Nell’agosto 2014 tre veterani, che erano stati prigionieri di guerra e ricevevano per questo una pensione, sono stati convocati dall’ufficio competente e sono stati informati che se non avessero dichiarato di essere musulmani, non avrebbero più ricevuto la pensione. I tre si sono rifiutati di abiurare e ora non ricevono più la pensione.

● Nell’ottobre 2014, le licenze di quattro baha’i di Yazd non sono state rinnovate.

● Nel novembre 2014, in Isfahan agenti del Ministero dei servizi segreti sono entrati nelle residenze di diversi baha’i che lavoravano in casa e hanno sigillato le aree adibite al lavoro per indicare che essi non potevano più lavorare.

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Le Nazioni Unite mandano un segnale forte all’Iran per i diritti umani

Le Nazioni Unite mandano un segnale forte all’Iran per i diritti umani

Il terzo Comitato dell’ONU ha mandato oggi all’Iran un segnale forte, esortando il suo governo a rispettare i suoi obblighi nei confronti dei diritti umani internazionali.

Con 78 voti favorevoli, 35 contrari e 69 astensioni, il Terzo Comitato dell’Assemblea generale ha approvato una risoluzione che esprime «profonda preoccupazione per le continue, gravi violazioni dei diritti umani».

La risoluzione di sei pagine elenca, fra le preoccupazioni dell’Assemblea, la grande frequenza delle esecuzioni capitali, delle torture, delle restrizioni della libertà di assemblea e di espressione, il bersagliamento dei giornalisti, la generale diseguaglianza di genere e le discriminazioni religiose, anche contro i baha’i iraniani.

«L’approvazione di questa risoluzione manda all’Iran un segnale forte sul fatto che, nonostante le speranze internazionali di un miglioramento delle relazioni, la comunità internazionale non ignorerà le violazioni dei diritti umani nel paese», ha detto Bani Dugal, la principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.

«Chiarisce inoltre che la comunità internazionale non accetta le ripetute asserzioni dell’Iran che i diritti umani stanno migliorando.

«Per i baha’i iraniani non c’è stato certamente alcun miglioramento e il clima di discriminazione religiosa è peggiorato in tutto il paese», ha detto la signora Dugal.

Il Terzo Comitato ha approvato la risoluzione dopo le severe relazioni del Segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon e del relatore speciale Ahmed Shaheed, i quali hanno espresso la loro preoccupazione per le numerose e continue violazioni dei diritti umani in Iran.

La relazione del signor Ban, per esempio, nota che non ci sono stati miglioramenti della situazione dei diritti umani per le minoranze religiose ed etniche. Scrive: «Le minoranze religiose, come i baha’i e i cristiani, subiscono violazioni radicate nella legge e nella prassi».

Il dottor Shaheed, relatore speciale dell’ONU per i diritti umani in Iran, esamina una lunga serie di violazioni, mancanza di processi giusti, specialmente per le esecuzioni capitali, e «arresti, detenzioni e processi arbitrari di persone che hanno esercitato i propri diritti fondamentali».

Il dottor Shaheed dedica dieci pagine alla persecuzione dei baha’i iraniani, notando che essi subiscono molti tipi di discriminazione negli studi e nel lavoro e che oltre cento baha’i sono in prigione.

La risoluzione odierna nota «con preoccupazione» che l’Iran ha fatto ben poco per implementare le sue promesse di quattro anni fa durante la prima Revisione periodica universale del Consiglio dei diritti umani.

Illustra specificamente le «continue discriminazioni, persecuzioni e violazioni dei diritti umani» perpetrate dall’Iran contro i baha’i, chiedendo la liberazione dei sette dirigenti baha’i iraniani, la fine della «criminalizzazione degli sforzi per dare ai giovani baha’i la possibilità di proseguire gli studi superiori» e l’«emancipazione» complessiva della comunità baha’i iraniana.

Presentata dal Canada la risoluzione ha avuto altri 45 co-sponsorizzatori ed è la ventisettesima risoluzione annuale sui diritti umani in Iran presa dall’ONU dal 1985.

Come precedenti risoluzioni, essa chiede all’Iran di permettere agli osservatori dei diritti umani di visitare il paese, cosa che deve ancora accadere, malgrado nel 1968 l’Iran abbia firmato il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali.

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Scrittori internazionali chiedono la liberazione di uno dei dirigenti baha’i iraniani imprigionati

Scrittori internazionali chiedono la liberazione di uno dei dirigenti baha’i iraniani imprigionati

Durante una campagna per difendere gli scrittori perseguitati, PEN International ha chiesto la liberazione di Mahvash Sabet, una dei sette dirigenti baha’i iraniani imprigionati.

Nel tentativo di attirare l’attenzione sulla sorte di circa 900 romanzieri, poeti, e giornalisti che sono stati vessati, imprigionati, assassinati o che sono «scomparsi» l’anno scorso, l’organizzazione degli scrittori ne ha scelti cinque per una campagna di una settimana e la signora Sabet è la prima.

PEN International ha detto che la signora Sabet e agli altri sei dirigenti baha’i iraniani imprigionati «hanno subito un trattamento e privazioni spaventose durante la detenzione prima del processo» prima di essere condannati a dieci anni di carcere «dopo sei brevi sedute del tribunale caratterizzate da una totale disattenzione ai requisiti legali di un equo processo».

Il romanziere Alberto Manguel ha scritto alla signora Sabet un’appassionata lettera aperta che è stata pubblicata lunedì dal giornale The Guardian.

Le poesie dalla signora Sabet «sono una testimonianza delle ingiustizie, dei pregiudizi e dell’incapacità di comprendere che qualunque cosa la società faccia a un poeta, le sue poeta saranno sempre libere nella mente dei lettori e continueranno a portare alla luce nuove idee a stimolare la mete a dialogare», ha scritto il signor Manguel.

«Prison Poems [Poesie dal carcere]», il libro di poesie della signora Sabet, è stato pubblicato nel 2013. Insegnante ed educatrice, la signora è in prigione dal marzo 2008, accusata e alla fine condannata per false accuse di «spionaggio» e di «propaganda contro la Repubblica Islamica».

PEN International pubblicherà questa settimana lettere aperte indirizzate ad altri scrittori nel corso di una campagna che culminerà il 15 novembre, XXXIII Giornata internazionale dello scrittore in prigione. La campagna chiede ai membri di PEN, autori un centinaio di paesi, di sottoscrivere una petizione che richiede l’immediata liberazione della signora Sabet.

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L’Iran non risponde alla richiesta di una maggiore libertà religiosa

L’Iran non risponde alla richiesta di una maggiore libertà religiosa

Oggi, durante un esame della situazione dei diritti umani nel paese, l’Iran non ha risposto adeguatamente alle ripetute richieste di altri governi di mostrare un maggior rispetto per la libertà religiosa e di porre fine alla discriminazione contro le minoranze religiose, inclusi i baha’i.

«Purtroppo oggi durante la sessione del Consiglio per i diritti umani abbiamo visto un tentativo di sorvolare sul tema della discriminazione religiosa, ripetutamente menzionata con preoccupazione da vari governi», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra.

«E nelle sue risposte alle domande poste da alcuni stati membri sui baha’i, il rappresentante dell’Iran ha ancora una volta completamente mistificato i fatti e ipocritamente affermato che i baha’i godono di tutti i diritti della cittadinanza.

«Se ci fosse una barlume di verità in quello che ha detto, perché allora sabato scorso nelle città di Kerman, Rafsanjan e Jiroft 79 negozi baha’i sono stati sommariamente chiusi da funzionari governativi perché i negozianti avevano sospeso le attività per osservare una recente festività baha’i? Queste chiusure violano la libertà di questi cittadini iraniani di praticare la loro religione», ha detto la signora Ala’i.

«Inoltre, perché negli ultimi 30 anni ai baha’i è stato ufficialmente impedito di frequentare l’università o di lavorare nel settore pubblico o di guadagnarsi da vivere con un’attività propria?», ha detto la signora Ala’i.

La signora Ala’i ha osservato che alcuni governi di tutte le parti del mondo hanno sollevato il tema dell’intolleranza religiosa in Iran e hanno spesso e specificamente espresso preoccupazione per il trattamento dei baha’i, nonché dei cristiani, dei sunniti e dei sufi.

La signora ha inoltre notato che alcuni governi hanno anche ripetutamente espresso la loro preoccupazione per i segni di vaste discriminazioni contro le donne, per l’imprigionamento di giornalisti e difensori dei diritti umani e per l’eccessivo uso della pena di morte, specialmente in assenza di un equo processo.

«Purtroppo, i commenti dei rappresentanti iraniani sono stati anche questa volta una prevaricazione, sia sulla libertà religiosa, sia sulla libertà di stampa o di assemblea, sia sull’equo processo», ha detto la signora Ala’i.

La signora Ala’i ha osservato che i rappresentanti iraniani hanno anche cercato di introdurre il concetto della «universalità multiculturale dei diritti umani».

«Questo concetto darebbe al governo la libertà di interpretare a suo piacimento la legge internazionale dei diritti umani, cosa che sta già facendo quanto ai baha’i, alle donne e ad altro ancora», ha detto la signora Ala’i.

La sessione odierna verteva su un esame quadriennale davanti al Consiglio per i diritti umani, un processo noto come Esame periodico universale (UPR). Oltre cento governi hanno presentato all’Iran dichiarazioni e quesiti e hanno offerto raccomandazioni.

Attualmente i baha’i in prigione in Iran sono più di cento. Ai baha’i è inoltre negato l’accesso agli studi superiori e sono inoltre ufficialmente discriminati in molte categorie dell’impiego. Il governo ha anche promosso una ben documentata campagna di odio contro i baha’i attraverso i mezzi di comunicazione e ha duramente limitato il loro diritto di praticare liberamente la loro religione.

L’Iran ha subito l’ultimo UPR nel febbraio 2010. Durante quella sessione i membri del Consiglio hanno presentato 188 raccomandazioni su come l’Iran avrebbe potuto migliorare la sua adesione alla legge internazionale per i diritti umani. L’Iran ha «accettato» o promesso di realizzare 123 di quelle raccomandazioni, 34 delle quali riguardano specificamente i baha’i e la loro situazione.

Ma l’Iran non ha fatto nulla per applicare quelle 34 raccomandazioni, un fatto che è documentato in una recente relazione della Baha’i International Community intitolato «Promesse disattese». La Fede baha’i è la più numerosa delle minoranze religiose non islamiche in Iran.

«Il modo in cui l’Iran tratta i baha’i è la prova del nove per il modo in cui il governo rispetta i diritti di tutti i suoi cittadini», ha detto la signora Ala’i. «I baha’i sono non-violenti e non sono una minaccia per il governo, perciò non c’è ragione per cui quel governo non debba semplicemente e ragionevolmente rispettare i loro diritti».

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In Iran lanciato un vasto attacco contro i negozianti baha’i

In Iran lanciato un vasto attacco contro i negozianti baha’i

31 ottobre 2014, (BWNS) — Mentre a Ginevra presso le Nazioni Unite si sta svolgendo l’Esame periodico universale dell’Iran e i suoi rappresentanti proclamano di salvaguardare e proteggere i diritti umani di tutti i loro cittadini, in una regione dell’Iran le autorità hanno sferrato contro i negozianti baha’i un ampio attacco sistematico pre-programmato. Questo attacco ha comportato ulteriori sofferenze e tribolazioni per molte famiglie che stanno già soffrendo le conseguenze delle politiche governative che si prefiggono lo strangolamento economico della comunità baha’i in Iran.

La mattina di sabato 25 ottobre le autorità hanno sigillato 79 negozi baha’i di Kerman, Rafsanjan e Jiroft mentre erano chiusi per consentire ai proprietari baha’i di osservare una festività baha’i.

In un palese tentativo di infangare la reputazione dei proprietari baha’i, hanno applicato ai negozi degli striscioni sui quali è scritto che i proprietari hanno violato le regole che disciplinano la compravendita e il commercio.

I baha’i si sono guadagnati la stima dei loro concittadini per l’onestà e la rettitudine negli affari e anche la stima degli impiegati e dei colleghi musulmani, nonché dei fornitori e dei clienti. I membri della comunità baha’i stanno facendo tutto il possibile per ottenere giustizia attraverso le vie legali disponibili, anche se è evidente che questa azione contro di loro è sponsorizzata dallo stato. Hanno chiesto alle autorità di esibire le prove delle accuse infondate mosse contro di tutti quei negozianti baha’i, includendo le leggi e i criteri specifici che essi sono stati accusati di aver violato.

«I rappresentanti di uno stato che afferma che la sua Costituzione e le sue leggi si basano sugli insegnamenti e sui principi islamici farebbero bene a considerare gli effetti della loro doppiezza sulle giovani generazioni e sul futuro del paese», ha detto la signora Bani Dugal, rappresentante della Baha’i International Community. Chiediamo a tutti i governi di far pressione sul governo dell’Iran perché fermi questa e tutte le altre forme di discriminazione contro i baha’i dell’Iran, che sono innocenti dalle accuse mosse contro di loro e che cercano solo di contribuire al progresso della loro nazione come leali cittadini ossequienti alle leggi».

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La Fede baha’i su iWonder

La Fede baha’i su iWonder

iWonder, il sito educativo interattivo della BBC, ha parlato della Fede baha’i oggi nel suo pezzo più recente.

Intitolato «Può una religione accettare che le altre siano vere?», l’articolo multimediale illustra l’insegnamento centrale della Fede baha’i che tutte le grandi religioni del mondo sono parimenti valide. Offre inoltre un breve resoconto storico delle origini della Fede baha’i e la visione dei suoi fondatori.

L’autore, il reverendo Peter Owen Jones, ha condotto «In giro per il mondo in 80 Fedi», una serie televisiva in otto puntate andata in onda nel 2009. La trasmissione ha parlato di molte tradizioni religiose di tutto il mondo compresa la Fede baha’i. Questa parte è inclusa nel nuovo articolo di iWonder.

iWonder si occupa di una grande varietà di temi interessanti, religione ed etica, scienze e arti.

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http://news.bahai.org/story/1026

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Un filmato documenta la risposta pacifica dei baha’i iraniani all’oppressione

Un filmato documenta la risposta pacifica dei baha’i iraniani all’oppressione

Il 12 settembre il Regno Unito ha ospitato la prima proiezione del nuovo documentario che racconta la storia dei baha’i iraniani e della loro pacifica risposta a decenni di persecuzione sponsorizzata dallo stato.

Usando interviste, storie personali e documenti d’archivio, spesso fatti uscire dall’Iran con grande rischio personale, il film, intitolato «Per accendere una fiaccola», illustra la resilienza costruttiva dei giovani baha’i iraniani i quali, malgrado i sistematici tentativi compiuti dal governo iraniano per impedire loro di intraprendere gli studi superiori, hanno costruito un’organizzazione informale nota come Istituto bahá’i per gli studi superiori (BIHE), che ha permesso loro di accedere a corsi di livello universitario.

«Si spera che questo documentario, bello e semplice, attragga l’attenzione su una questione che appare nei media solo sporadicamente», ha detto l’attore e drammaturgo anglo-iraniano Omid Djalili, che ha presentato la proiezione nella Hackney Picturehouse di Londra.

Il film è stato diretto dal popolare giornalista e regista Maziar Bahari, che ha lavorato per il Newsweek iraniano dal 1998 al 2011 e ha prodotto molti altri documentarti sull’Iran. Il signor Bahari non è membro della comunità baha’i.

«La storia aveva bisogno di una buona impostazione giornalistica e così è stato», ha detto il signor Djalili, il quale ha definito il documentario «straordinario e molto commovente».

Il film documenta vividamente che la minaccia di arresti e imprigionamenti è una realtà quotidiana per i baha’i iraniani, quando accademici cui è vietato esercitare la loro professione cercano di educare giovani in case private.

La prima del film è stata seguita da una tavola rotonda presieduta dal signor Djalili. Fra i partecipanti alla tavola rotonda oltre a Maziar Bahari c’erano Payam Akhavan, legale sui diritti umani internazionali, e una studentessa, Baharan Karamzadeh.

«Per giustificare la diffusa repressione nella società iraniana, occorreva costruire un nemico e la scelta è caduta sui baha’i», ha detto il dottor Akhavan. «Il concetto dei baha’i che il governo iraniano ha costruito si basa su una paranoia e sull’odio e non ha nulla ha che vedere con la realtà della Fede baha’i e della sua comunità».

Il dottor Akhavan e il signor Bahari hanno però ammesso che negli ultimi anni un discreto numero di iraniani ha cambiato idea sulla comunità baha’i.

«Molte persone stanno imparando dai baha’i», ha notato il signor Bahari. Ha poi aggiunto che in passato gli iraniani «erano indifferenti alla sorte dei baha’i. Non ci curavamo di interessarcene . . . Trovo vergognoso che nessuno di noi sapesse che i baha’i venivano rapiti e uccisi».

«La gente alla fine verrà a patti con quel vergognoso passato», ha detto il signor Bahari. «Molti giovani iraniani hanno oggi amici baha’i, anche se il governo continua a vessarli e a dipingerli a fosche tinte come prima».

«Per me i baha’i sono un barometro di quanto avviene in Iran e per questo ho voluto girare questo documentario. Se il paese si apre anche di poco, forse grazie a un governo riformista, ai baha’i sono riconosciute alcune libertà. Quando la società è più repressa, i baha’i sono le prime vittime».

La signora Karamzadeh si è iscritta al BIHE per studiare chimica nel 2004. Ha poi proseguito gli studi nel Regno Unito, nell’università di Manchester e ora in quella di St Andrews, dove sta facendo un master.

«Come molti studenti baha’i anch’io sono stata discriminata in Iran e considerata differente», ha detto la signora Karamzadeh.

«Gli insegnanti chiedevano in classe chi fosse baha’i, cosa che ci faceva subito mettere da parte. Ma il BIHE mi ha permesso di studiare liberamente e anche se i corsi si svolgevano in case private, l’istituto ha funzionato relativamente bene», ha detto.

Il signor Bahari ha usato la prima per annunciare una Giornata internazionale, sul tema «l’istruzione non è un crimine», per il 22 febbraio 2015, nella speranza di far comprendere meglio il concetto del diritto all’istruzione.

«Queste manifestazioni internazionali, che si occupano di alcuni dei temi fondamentali trattati dal film, non servono solo ad attrarre l’attenzione sulle sofferenze che i baha’i hanno dovuto patire per decenni in Iran. Essi spronano un cambiamento positivo», ha detto.

«Finché i baha’i saranno trattati ingiustamente e le autorità li considereranno cittadini di seconda classe, molto resterà da fare».

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L’Iran cambia tattica per nascondere il fatto che impedisce ai baha’i di entrare nelle università

L’Iran cambia tattica per nascondere il fatto che impedisce ai baha’i di entrare nelle università

Secondo vari articoli apparsi sui media, Shadan Shirazi è sempre stata una studentessa modello, soprattutto in matematica e scienze. Perciò non è stata una sorpresa che si sia classificata bene nell’esame di ammissione all’università per matematica e fisica.

È risultata al 113° posto nella classifica di tutti gli iraniani, oltre un milione, che hanno sostenuto l’esame di ammissione all’università quest’anno.

Eppure malgrado le sue ottime votazioni e il suo desiderio di imparare, la signorina Shirazi non è stata ammessa all’università, perché è baha’i.

Che i giovani baha’i non possano entrare nelle università è un fatto ben noto. Le loro tribolazioni sono state tema di molti articoli e documentari.

Ma la storia della signorina Shirazi fa luce su una nuova tattica adottata quest’anno dal governo per impedire ai baha’i iraniani di accedere alle università iraniane. La sua storia ha suscitato l’indignazione di molti iraniani, che l’hanno ripetutamente espressa in decine di siti web di lingua persiana.

La nuova tattica comporta un evidente sforzo da parte del governo di impedire che i baha’i abbiano un qualsiasi documento da usare per dimostrare di essere stati tenuti fuori dall’università a causa delle loro convinzioni religiose. Negli ultimi anni, per esempio, quando gli studenti baha’i sono andati a chiedere i risultati dell’esame di ammissione che avevano sostenuto, gli è stato detto che la loro documentazione era «incompleta». Quel messaggio, sia che fosse stato ricavato da un computer sia che fosse stato consegnato per lettera, lasciava una traccia documentabile.

Quest’anno, invece, quando gli studenti baha’i, come la signorina Shirazi, vanno a chiedere negli uffici l’esito del loro esame, gli impiegati mostrano loro, senza però consegnarglieli, dei documenti che attestano che le università possono accettare solo musulmani e seguaci delle «minoranze ufficialmente riconosciute».

Si noti che essi sono identificati come baha’i anche se non hanno dato questa informazione nei moduli per la domanda di ammissione o in altro modo.

«La nuova tattica del governo iraniano nei confronti degli studenti baha’i è il più recente sviluppo in una serie di espedienti intesi a impedire ai baha’i di accedere agli studi superiori senza suscitare le preoccupazioni della comunità internazionale», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra.

«A quanto sembra, questa nuova procedura prevede l’identificazione dei candidati baha’i e poi una comunicazione solo verbale del fatto che non possono essere ammessi in base alle inique politiche del governo. Questo lascia gli studenti senza alcuna prova tangibile del fatto che non sono stati ammessi solo perché sono baha’i.

«Questa nuova tattica è un sotterfugio in aperta contraddizione con le dichiarazioni ufficiali dei funzionari iraniani i quali sostengono che l’Iran non usa discriminazioni su base religiosa negli studi superiori«, ha detto la signora Ala’i.

Come si è detto, decine di siti web in lingua persiana hanno raccontato la storia della signorina Shirazi e del suo incontro con i funzionari del governo. Questi siti scrivono che un funzionario, il signor Morteza NorBaksh, dell’EMEO (Education Measurement and Evaluation Organization), ha detto alla signorina Shirazi e alla sua famiglia, che gli sarebbe piaciuto aiutarla, ma che aveva le mani legate dalle autorità superiori.

Secondo una fonte, il signor NorBakhsh avrebbe ripetutamente detto al padre della signorina Shirazi, il quale a sua volta nel 1986 non ha potuto iscriversi all’università: «Non abbiamo potuto fare niente per i baha’i allora e non possiamo fare niente nemmeno oggi».

Un altro sito web riferisce che il signor NorBakhsh ha detto a un’altra ragazza e alla sua famiglia: «Non posso far niente contro quanto dice il Presidente».

D’altra parte, due ex funzionari governativi che in passato hanno avuto una parte nell’impedire ad alcuni studenti baha’i di entrare nell’università hanno incontrato un gruppo di baha’i per scusarsi.

In una foto apparsa su parecchi siti web in lingua persiana si vedono Muhammad Nourizad, già giornalista del giornale semiufficiale Kayhan, e Muhammad Maleki, il primo rettore dell’Università di Teheran dopo la rivoluzione islamica, in ginocchio di fronte a un gruppo di studenti baha’i.

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Il progetto della Casa di culto colombiana

Il progetto della Casa di culto colombiana

Il progetto della Casa di culto baha’i locale nella regione colombiana del Norte del Cauca è stato presentato domenica scorsa durante un incontro che si è svolto nel terreno dove sorgerà l’edificio.

Una piccola equipe della ditta colombiana appaltatrice, CUNA, ha presentato il progetto a 500 persone provenienti dalla regione e da altri territori. Parlando a nome della ditta, Eduard Lopez, uno degli architetti che lavorano per il progetto, ha espresso la gratitudine dell’equipe per aver avuto l’opportunità di partecipare a questa iniziativa.

Parlando di come l’equipe ha sviluppato il progetto, il signor Lopez ha spiegato che i suoi membri hanno dedicato molte ore per mesi a visitare varie comunità e gruppi nel Norte del Cacua. Hanno ascoltato le loro idee e i loro pensieri sulla Casa di culto e partecipato alle loro attività per costruire la comunità, in modo da comprendere le loro aspirazioni.

«Abbiamo capito che questa costruzione è per voi emotivamente coinvolgente», ha detto. «Lo è anche per noi».

«Dicono che il progetto di questa Casa di culto è opera nostra». Ma in realtà è opera di tutti voi. Noi ci siamo limitati a esprimere le vostre idee».

Il signor Lopez ha proseguito spiegando che l’equipe ha studiato l’ambiente naturale e l’architettura delle case della regione per preparare un progetto che fosse in armonia non solo con la cultura del luogo, ma anche con l’ambiente fisico.

«Abbiamo scelto il materiale per l’edificio con molte varianti in mente», ha spiegato il signor Lopez. «Volevamo materiali locali, materiali che non danneggiassero l’ambiente naturale».

«I principali concetti sui quali si fonda il progetto sono semplicità e unità. Così noi pensiamo che Dio abbia fatto la natura», ha aggiunto.

In una lettera indirizzata ai baha’i del mondo il 1° agosto 2014, la Casa Universale di Giustizia ha spiegato la natura del compito degli architetti che avrebbero lavorato per i progetti delle Case di culto baha’i locali che si devono prossimamente costruire in sette località del mondo:

«Gli architetti devono affrontare la singolare sfida di progettare Templi «quant’è possibile perfett[i] nel mondo dell’essere» che si armonizzino con naturalezza con la cultura locale e con la vita quotidiana di coloro che vi si riuniranno per pregare e meditare. Il compito richiede creatività e competenza per combinare bellezza, grazia e dignità con modestia, funzionalità ed economia».

Norte del Cacua comprende varie cittadine intervallate da vasti campi di canna da zucchero. È una regione per lo più rurale. Il terreno della Casa di culto si trova nella piccola comunità di Agua Azul. Sullo sfondo ci sono le Ande.

In questo territorio, alle tre del pomeriggio di domenica scorsa l’equipe di architetti ha presentato il progetto del Tempio.

La presentazione è stata preceduta da una danza tradizionale colombiana e da canti eseguiti dalla comunità. C’era un’aria di eccitazione mentre la gente affluiva sotto le tende erette nel terreno del Tempio, esattamente là dove sorgerà l’edificio centrale.

«Erano mesi che aspettavamo questo momento», ha spiegato Nilma Aguilar Vilas, nata nei sobborghi di Puerto Tejada, una cittadina che dista pochi chilometri dal terreno del Tempio.

La signora Vilas è una delle molte persone di Puerto Tejada che ha abbracciato la Fede baha’i agli inizi degli anni 1980 e ha incominciato a partecipare ai programmi educativi ispirati dai suoi insegnamenti.

«Tutti i miei amici hanno poi studiato in questi programmi», ha detto. «Molte giovani donne hanno ricevuto un’educazione da quei programmi e sono state quelle che hanno reso quest’area molto diversa».

Anche Monica Campos è nata nel Norte del Cacua, nella piccola cittadina di Santander de Quilichao. Riflettendo sul contesto storico che aveva portato la Casa di culto alla sua gente, ha spiegato che «la Casa di culto è la materializzazione di quarant’anni di sviluppo nel Norte del Cacua. In questi decenni mentre la Fede baha’i si sviluppava in questa regione anche la regione si è sviluppata assieme ad essa».

«Comprendere questo contesto storico», ha proseguito, «ci aiuta a capire che questa Casa di culto appartiene a tutta la popolazione della regione».

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Una nuova relazione sulle mancate promesse iraniane riguardo i diritti umani

Una nuova relazione sulle mancate promesse iraniane riguardo i diritti umani

L’Iran ha completamente disatteso una serie di promesse che ha fatto quattro anni fa sul trattamento dei baha’i iraniani, dice la Baha’i International Community in una nuova relazione.

Intitolata «Promesse disattese» e lanciata oggi nel quartier generale delle Nazioni Unite a Ginevra, la relazione esamina 34 specifiche promesse fatte dall’Iran nel febbraio 2010 al Consiglio dell’ONU per i diritti umani, promesse che potevano rimediare alle violazioni dei diritti dei membri della comunità baha’i in Iran.

«L’Iran ha del tutto disatteso gli impegni presi, quattro anni fa davanti al Consiglio per i diritti umani, di migliorare la situazione dei diritti umani quanto al suo trattamento dei baha’i», ha detto Diane Alai, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra, parlando della relazione.

«Il Consiglio si basa sull’idea che i membri siano onesti e sinceri nel loro impegno verso i diritti umani e la storia delle “promesse disattese” dell’Iran è una triste testimonianza del divario fra la retorica del paese e la realtà», ha detto la signora Alai.

L’Iran ha fatto le sue promesse durante una procedura nota come Riesame periodico universale (UPR). Ogni stato membro subisce l’UPR ogni quattro anni. Questa procedura esamina la situazione dei diritti umani nei vari stati trattando tutti gli stati nello stesso modo. L’Iran ha avuto il suo primo UPR nel febbraio 2010 e lo riavrà nell’ottobre 2014.

Nel 2010, l’Iran ha accettato 123 raccomandazioni fatte da altri paesi su alcuni provvedimenti specifici che avrebbe potuto adottare per migliorare la sua situazione dei diritti umani.

Quattro di quelle raccomandazioni riguardavano specificamente il trattamento della comunità baha’i in Iran.

Specificamente tre raccomandazioni accettate dall’Iran chiedevano un processo «equo e trasparente» per i sette dirigenti baha’i iraniani, che in effetti erano sotto processo nel 2010 durante l’UPR.

«Purtroppo, come tutti sanno, quel processo è stato caratterizzato da numerose violazioni di un equo processo, per esempio si è svolto a porte chiuse e ci sono stati molti errori giudiziari», ha detto la signora Alai. I loro legali hanno detto che l’atto di accusa contro i sette sembrava «una dichiarazione politica, piuttosto che un documento legale» ed è stato «scritto senza presentare alcuna prova delle accuse mosse».

Un’altra raccomandazione chiedeva all’Iran di «sottoporre a giudizio» coloro che fomentavano l’odio contro i baha’i.

«Ma nella prima metà del 2014 il numero degli attacchi sui media è nettamente cresciuto, da 55 casi in gennaio ad almeno 565 in giugno», ha detto la signora Alai, leggendo le statistiche della relazione. «E il governo non ha fatto nulla, perché gli attacchi sono pubblicati per istigazione del governo stesso

«Ai baha’i è negato l’accesso a tutti i mass media attraverso quali potrebbero confutare le mistificazioni e le false accuse mosse contro di loro e la loro fede, che si prefiggono di aizzare l’intera popolazione contro i baha’i e di giustificare la loro persecuzione», ha detto la signora Alai.

Altre 26 raccomandazioni riguardano alcuni diritti umani, come la protezione dalla tortura o la libertà da discriminazioni economiche ed educative, cose che negli ultimi anni sono state negate ai baha’i iraniani.

«La nostra relazione dimostra, raccomandazione per raccomandazione, che l’Iran non ha mantenuto nessuno dei suoi impegni», ha detto la signora Alai.

In questo momento oltre cento baha’i sono in prigione, ha detto, unicamente per le loro convinzioni religiose.

Ieri durante la presentazione della relazione, che ha avuto luogo nella sala XXIV del Palazzo delle nazioni, era presente anche Mahnaz Parakand, uno dei legali che ha contribuito alla difesa dei sette dirigenti durante il processo nel 2010.

La signora Parakand ha detto che era chiaro che l’esito del processo era già stato deciso.

«La magistratura è divenuta uno strumento per limitare la libertà delle persone», ha detto la signora Parakand. «I giudici del tribunale rivoluzionario sono diventati macchine che si limitano a firmare le sentenze decise dal Ministero dei servizi segreti.

«Tutto nello svolgimento del processo ha dimostrato che si trattava del processo della comunità baha’i in Iran e non dei sette dirigenti», ha detto la signora Parakand.

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