Lanciata una campagna globale per il settimo anniversario dell’arresto dei sette leader baha’i iraniani

*Lanciata una campagna globale per il settimo anniversario dell’arresto dei sette leader baha’i iraniani*

Il 14 maggio la Baha’i International Community ha lanciato una campagna per ricordare il settimo anniversario dell’ingiusto arresto e detenzione dei sette ex leader baha’i in Iran

La campagna durerà fino al 21 maggio 2015. Le comunità baha’i di tutto il mondo e altri prevedono manifestazioni per richiamare l’attenzione sulla sorte dei sette, che sono stati arrestati nel 2008. Si parlerà anche della situazione di una novantina di baha’i e di altri prigionieri di coscienza in Iran.

«Gli eventi dell’anno scorso hanno dimostrato ancor più chiaramente al popolo iraniano e alla gente di tutto il mondo che promuovono la pace e la concordia il netto contrasto fra le intenzioni pacifiche e il servizio altruistico della comunità baha’i e i deplorevoli atti disumani di coloro che, sotto l’influenza di ignoranti pregiudizi religiosi, continuano a perpetrare ingiustizie contro di voi», ha scritto la Casa Universale di Giustizia, l’ente che guida la Fede baha’i, in una lettera indirizzata ai baha’i in Iran questo mese.

La campagna si chiamerà «Sette giorni per ricordare i sette anni dei sette dirigenti baha’i». Nei prossimi giorni, ogni giorno si ricorderà uno dei sette, che sono Mahvash Sabet, Fariba Kamalabadi, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi, Saeid Rezaie, Behrouz Tavakkoli e Vahid Tizfahm.

Sono state approntate molte pagine facebook in inglese e in persiano ed è stato scelto un hashtag #7Bahais7years. Altre informazioni si trovano in www.bic.org/7Bahais7years.

I sette erano membri di un gruppo ad hoc, ora sciolto, che si occupava dei bisogni spirituali e sociali della comunità baha’i iraniana, in mancanza dell’istituzione ufficiale eletta che è stata messa al bando nel 1983.

La signora Sabet è stata arrestata il 5 marzo 2008 e gli altri sei il 14 maggio dello stesso anno. Nel 2010 i sette sono stati processati e ingiustamente condannati per accuse di spionaggio e di diffondere falsa propaganda contro il regime. Sono stati condannati a 20 anni di prigione. Nessun altro prigioniero di coscienza in Iran ha subito una condanna così dura.

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Quattro baha’i liberati e sette trattenuti in prigione

Quattro baha’i liberati e sette trattenuti in prigione

Quattro baha’i che collaboravano con l’Istituto baha’i di studi superiori (BIHE), ingiustamente messi in prigione in Iran quattro anni fa, sono stati liberati perché hanno scontato la pena. Sette restano ancora in carcere.

Il signor Ramin Zibaie, il signor Farhad Sedghi, la signora Noushin Khadem e il signor Mahmoud Badavam sono stati arrestati il 21 maggio in una retata coordinata durante la quale sono stati arrestati 17 baha’i in varie città, perché collaboravano con l’Istituto baha’i di studi superiori, un’iniziativa informale che offre corsi di livello universitario ai giovani baha’i ai quali è negato proseguire gli studi superiori nel paese.

«La Baha’i International Community è lieta che questi prigionieri siano stati liberati dopo essere stati costretti a scontare quattro anni di carcere solo per aver aiutato dei giovani a studiare», ha detto la signora Bani Dugal, la principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite. «Ma siamo ancora molto preoccupati per gli altri sette che restano in carcere per accuse relative all’Istituto baha’i di studi superiori. Siamo anche preoccupati del fatto che oltre cento baha’i continuino a languire nelle carceri iraniane».

Subito dopo la Rivoluzione islamica in Iran, gli studenti baha’i sono stati espulsi dalle università della nazione e i professori e i lettori baha’i sono stati licenziati. Dopo aver tentato per anni di ottenere che il governo ritornasse sulle proprie decisioni, per soddisfare i bisogni educativi dei giovani, la comunità baha’i si è organizzata informalmente per utilizzare il lavoro volontario di professori baha’i licenziati per dare lezione ai giovani baha’i tenuti fuori dalle università. I partecipanti non si aspettano di ottenere un titolo di studio ufficiale, non ricevono promesse di qualche beneficio come future occupazioni. Ma il governo dell’Iran ha considerato illegale anche questa iniziativa.

«È come se un governo negasse a certi cittadini di procurarsi cibi disponibili e quando questi provano con grande fatica a coltivarlo nei loro cortili per sopravvivere il governo dichiarasse illegale il loro lavoro e distruggesse il raccolto», ha detto la signora Dugal. «Continuare a compiere questi atti disumanizzanti serve solo a esporre l’irrazionale determinazione con cui le autorità bloccano il progresso socio-economico dei baha’i».

I baha’i che sono stati arrestati nel maggio 2011 sono stati processati in settembre-ottobre 2011. Il signor Badavam, il signor Zibaie, la signora Khadem e il signor Sedghi sono stati portati davanti al tribunale in due giorni diversi e sono stati informati della condanna con le manette ai polsi e le catene alla caviglie.

Né i prigionieri né i loro avvocati hanno ricevuto copie della sentenza. Ma appunti presi dai presenti durante l’udienza e le accuse successivamente mosse contro alcuni indica che i baha’i sono stati condannati per accuse come «essere membri della deviante setta bahaista che si prefiggono di agire contro la sicurezza del paese» e «collaborazione con l’Istituto baha’i di studi superiori».

«Le vaghe e infondate accuse mosse contro queste persone definiscono illegali le loro azioni», ha detto la signora Dugal. «Ma, ci si chiede, che cosa significa illegale? Studiare? Imparare? Aiutare qualcuno nella sua ricerca del sapere? Perché impedire ai giovani baha’i di studiare o di riunirsi per imparare o vietare a un professore licenziato di trasmettere le sue conoscenze a giovani che non possono proseguire gli studi superiori? E perché mettere in prigione le persone che danno lezioni private di scienze e di altre materie a questi giovani?».

«In ultima analisi che cosa è illegale, la politica di un governo che esclude i suoi cittadini dagli studi superiori a causa della loro affiliazione religiosa oppure gli sforzi di una comunità che vuole far studiare i suoi giovani? I quattro baha’i liberati e quelli che restano in carcere sono persone comuni che esercitano i propri diritti fondamentali», ha detto la signora Dugal.

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Un sacro simbolo posto al vertice del tempio del Cile

Un sacro simbolo posto al vertice del tempio del Cile

Nelle prime ore del mattino del 29 aprile 2015, 65 rappresentanti di varie istituzioni e agenzie della comunità baha’i si sono riuniti poco prima dell’alba all’interno della sovrastruttura della Casa di culto baha’i per il Sud America per celebrare una significativa e intensa pietra miliare della sua costruzione, la sistemazione di un simbolo baha’i nella parte più alta del tempio.

In quella giornata speciale, il nono giorno di Ridvan, una riproduzione calligrafica dell’invocazione «O Gloria del Gloriosissimo», che i baha’i chiamano il Più Grande Nome, è stata sistemata a circa 29 metri dal suolo, nel punto più alto della cupola del tempio. Mentre il simbolo veniva sollevato verso la sua destinazione, nell’edificio risonavano le voci di un coro che cantava versetti sacri in un’atmosfera gioiosa e riverente.

Molti decenni fa, la defunta Amatu’l-Baha Ruhiyyih Khanum, moglie del Custode della Fede baha’i e Mano della Causa di Dio, aveva preparato un piccolo scrigno d’argento decorato contenente polvere raccolta dal sacello del Mausoleo del Bab sul Monte Carmelo. Lo scrigno è stato posto all’interno della scultura lignea del Più Grande Nome, prima che fosse sollevato fino alla sua sede permanente nella parte più alta della Casa di culto, un simbolico legame fra la Casa di culto e la Terra Santa e il centro spirituale della Fede baha’i.

Anche la scultura del simbolo del Più Grande Nome ha un suo importante significato, ha spiegato il signor Samadi, direttore dei lavori per la Casa di Culto. Scolpita nel legno di un albero originario del Cile, il pellin roble, la scultura è stata «amorevolmente fatta a mano da artisti cileni», ha detto il signor Samadi.

Riflettendo sull’evento, il signor Rodriguez, membro dell’Assemblea Spirituale Nazionale dei baha’i del Cile, ha detto: «È stata una giornata incredibile, che ha messo in evidenza un processo profondamente spirituale che ci collega con il centro e con l’essenza della nostra Fede».

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In India aperte nuove vie al dialogo sullo sviluppo

In India aperte nuove vie al dialogo sullo sviluppo

Una novantina di accademici, attivisti dello sviluppo e studenti universitari si sono riuniti a Indore, India, il 7 aprile per studiare la direzione dei piani e delle politiche dello sviluppo in India.

Organizzato dalla Cattedra baha’i per gli studi sullo sviluppo presso l’Università Devi Ahilya di Indore, il seminario, intitolato «Come applicare i principi spirituali e i metodi scientifici alla pratica dello sviluppo», ha riunito importanti pensatori per riflettere su come impostare olisticamente lo sviluppo sociale ed economico del paese ed estenderne i benefici a tutte le sezioni della società in modo equo.

Per prepararsi al seminario, i partecipanti hanno studiato un documento prodotto dall’Istituto per gli studi della prosperità globale in base alle esperienze di un’organizzazione indiana per lo sviluppo, Seva Mandir, che ha contribuito ha ispirare la consultazione per tutta la giornata. Intitolato «Possa il sapere crescere nel nostro cuore: come applicare i principi spirituali alla pratica dello sviluppo», il documento descrive l’opera di Seva Mandir nell’applicazione dei principi spirituali e dei metodi scientifici per promuovere la trasformazione sociale.

Il seminario si è aperto con l’accensione cerimoniale di una lampada, un atto simbolico per indicare la dispersione delle tenebre dell’ignoranza e del dolore. Il vice rettore dell’Università dottor D.P. Singh, che ha pronunciato la prolusione, ha dato il la alle discussioni successive illustrando il bisogno di riorientare i piani e le politiche dello sviluppo basate su un concetto non frammentato dell’essere umano.

Nella discussione che ne è seguita il signor Shravan Garg, un importante giornalista, ha notato che l’India aveva bisogno di accostare i due sistemi di sapere della scienza e della religione per modellare una via dello sviluppo che evitasse i pericoli del materialismo e del consumismo da un lato e del fondamentalismo religioso dall’altro.

La dottoressa Ranjana Sehgal, professoressa della Indore School of Social Work, ha detto che le conseguenze del perseguimento del solo sviluppo economico senza il sostegno del forte retaggio spirituale del paese era evidente nell’intensificazione «dell’intolleranza, della corruzione, del terrorismo e del crimine soprattutto contro le donne».

Nel discutere i principi sociali che sono particolarmente importanti per la pratica dello sviluppo, gli oratori hanno identificato fra i più importanti l’unità del genere umano e l’interconnessione fra gli esseri umani e la natura.

«Per essere efficace lo sviluppo deve trasformare i cuori e per trasformare i cuori abbiamo bisogno di un’atmosfera di amore e di unità. Il lavoro dello sviluppo si basa sull’unità e deve rafforzare l’unità», ha detto la dottoressa Janak Palta McGilligan, un attivista dello sviluppo baha’i che ha recentemente ricevuto dal governo indiano, in riconoscimento del suo lavoro, il Padma Shri, una delle più alte onorificenze civili del paese.

Gli oratori hanno anche discusso il rapporto fra la ricchezza e lo sviluppo e hanno studiato alcuni principi sociali che ispirano atteggiamenti responsabili nell’ambito della salute.

Il dottor Ganesh Kawadia, capo della Scuola di economia dell’Università, ha detto che dai tempi di Adam Smith lo sviluppo è stato equiparato alla produzione di ricchezza.

«Il mercato è stato considerato il meccanismo più giusto e più efficiente per produrre ricchezza a beneficio dell’acquirente e del venditore», ha detto. Ma ha aggiunto che ciò vale solo in condizioni di perfetta competitività del mercato, un criterio teorico che in pratica non si è mai realizzato.

«Oggi vediamo», ha detto, «il fallimento del mercato. La produzione della ricchezza è perseguita senza tener conto di alcuna considerazione etica. E questo comporta sfruttamento e ingiustizia».

Commentando il cieco perseguimento della crescita economica, il signor Garg ha spiegato che ciò cha distrutto le relazioni essenziali sulle quali il senso del benessere personale si fonda.

«In India milioni di persone non derivano il loro sentimento di benessere dalla ricchezza economica, ma dalla cultura e dalla spiritualità. Il loro sentimento di benessere è radicato nel loro habitat dal quale derivano sostentamento. Quando nel nome dello sviluppo economico le persone sono spostate dalle loro terre e private delle loro sorgenti d’acqua o delle loro foreste, divengono disadattate non solo materialmente, ma anche socialmente, emotivamente e spiritualmente».

Il dottor Arash Fazli, collaboratore della cattedra baha’i, ha aggiunto che quando siamo consapevoli del legame spirituale che ci unisce l’uno all’altro e all’ambiente, non ha più senso agire per interesse personale per avere il massimo guadagno.

«Lo sviluppo appare così un’impresa collettiva nella quale cerchiamo il nostro benessere nel servire il bene di tutti. Un altruistico spirito di servizio diviene il nostro motivo ispiratore», ha detto il dottor Fazli.

Gli oratori hanno ammesso che sembra difficile riuscire a percorrere una via alternativa dello sviluppo che unisca la scienza e la religione. Ma hanno anche affermato che è urgente e vitale che crescenti numeri di cittadini discutano questo importante tema.

«I processi della globalizzazione stanno adottando questo modello di sviluppo materialistico in tutti i paesi», ha detto il signor Garg. «Dobbiamo trovare un modello di sviluppo che sia adatto al nostro ethos e nello stesso tempo basato sulla scienza. Dobbiamo aprirci al mondo e trarne il meglio senza perdere il buono che già abbiamo».

Commentando il seminario, la dottoressa Shirin Mahalati, responsabile della Cattedra baha’i, ha osservato che per gli studenti e i professori che hanno partecipato, l’evento è stata un’occasione per riflettere su come superare i limiti dei modelli di sviluppo materialistici cercando di capire il ruolo svolto dai principi spirituali e dai metodi scientifici nell’avanzamento della civiltà

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Un simposio riformula il discorso su società laica, religione e bene comune

Un simposio riformula il discorso su società laica, religione e bene comune

Importanti studiosi canadesi e protagonisti della società civile si sono incontrati a Vancouver all’Università della British Columbia dal 22 al 24 marzo per capire che cosa significa costruire una società e studiare il ruolo costruttivo della religione nella sfera pubblica laica.

Organizzato da un comitato nazionale in rappresentanza delle organizzazioni della società civile in Canada, compreso l’Ufficio degli affari pubblici della comunità baha’i canadese, il convegno, intitolato «La nostra società: come scavalcare la spaccatura laico-religiosa» ha coinvolto circa 140 partecipanti.

Fra gli oratori ci sono stati Andrew Bennett, ambasciatore canadese per la libertà religiosa, Marie Wilson, commissario canadese di verità e riconciliazione, Doug White, direttore del Centro per i Trattati preconfederali all’Università dell’Isola di Vancouver e Gerald Filson, Direttore degli affari pubblici della comunità baha’i canadese e Presidente della Conversazione interreligiosa canadese.

Il dottor Filson ha così sintetizzato le idea emerse dal convegno: «Molti hanno detto che è importante lasciare più spazio nella società all’influenza positiva dei concetti e dei principi del pensiero religioso, che la libertà di credere è una condizione necessaria nelle società laiche per salvaguardare il progresso compiuto nell’armonia sociale e la ricchezza culturale che il pluralismo offre alle società moderne».

«In ultima analisi l’amore, l’amicizia e la consapevolezza che gli altri contano per noi sono le fondamenta di una società nella quale tutti i membri della famiglia umana possano partecipare ai dialoghi che modellano la società», ha proseguito il dottor Filson.

Il convegno di quest’anno segue un analogo evento che ha avuto luogo nel maggio 2013 a Montreal, presso l’Università McGill. Geoffrey Cameron, ricercatore della comunità baha’i canadese e membro del Comitato organizzatore del convegno, ha spiegato: «Abbiamo avviato questa iniziativa circa quattro anni fa, quando un piccolo gruppo di persone si è riunito animato dal desiderio comune di spiegare con maggior chiarezza il ruolo positivo della religione nel pubblico discorso del Canada.

«Abbiamo tenuto un convegno e abbiamo continuato a lavorare fra noi e con altri», ha proseguito il signor Cameron. Egli ha spiegato che il loro discorso ha cercato di approfondire la comprensione del tema «come la società può riconciliare la religione, la laicità e il bene comune».

Le sessioni plenarie del convegno hanno trattato temi generali: il ruolo della religione nella sfera pubblica, i meriti e i limiti della laicità, il processo della riconciliazione fra i vari popoli, una definizione del bene comune nel contesto del pluralismo religioso, dimensioni e limiti della libertà religiosa e il ruolo dei giovani nella società.

Oltra alle sessioni plenarie ci sono stati alcuni seminari durante i quali i partecipanti hanno espresso idee tratte dall’esperienza.

«Dobbiamo andare al di là della dialettica religioso e laico, pubblico e privato, fede e ragione e lavorare assieme per il bene dell’intera società», ha detto la reverenda Karen Hamilton, Segretaria generale del Consiglio canadese delle Chiede, nel discorso di apertura.

Si è parlato anche della tensione nelle società laiche fra due aspetti del posto della religione nella vita pubblica: da una parte, la laicità offre all’arte di governo la capacità di conferire all’individuo fondamentali diritti alla libertà religiosa, dall’altra, quando va troppo oltre, essa può limitare il ruolo delle idee religiose nel discorso pubblico.

Il professor Paul Bramadat, uno dei massimi studiosi canadesi delle religioni, ha detto: «È importante tenere vivi nel pubblico discorso gli strumenti e i concetti delle religioni senza perderne il significato a causa di una “traduzione” laica».

Alia Hogben, direttrice del Consiglio canadese delle donne musulmane ha affermato che la società ha bisogno di criteri che definiscano il ruolo della religione nella vita pubblica: «Questa religione, contribuisce al bene pubblico? Serve il bene di tutti? Se lo fa, allora deve essere ammessa al discorso pubblico», ha detto.

John Stackhouse, un teologo del Regent College, ha sostenuto che la diversità delle religioni in Canada richiede che ogni religione riesamini i propri insegnamenti per «preparare un territorio sul quale vivere accanto a coloro che sono diversi».

Il dottor Stackhouse, ha anche illustrato l’importanza del posto della religione nella rete delle istituzioni sociali.

«Per costruire una società sana», ha detto, «si deve investire in “organizzazioni intermedie” fra l’individuo e lo stato, come gruppi religiosi e la società civile». Le religioni, egli ha spiegato, sono messe sotto pressione nel mondo laico perché sono un ostacolo al consumismo.

Uno dei momenti più importanti del convegno è stato una sessione con il dottor Andrew Bennett, ambasciatore canadese per la libertà religiosa. Bennet ha descritto il rapporto fra la difesa della libertà religiosa e la promozione della dignità umana, che sono essenziali per definire assieme una vita comune.

«È importante che le istituzioni della società si sappiano rapportare con le varie religioni», ha detto. «La competenza religiosa modella le azioni della gente nella società e grazie alle conversazioni sulla religione questa competenza migliora».

Il convegno ha anche studiato il ruolo che i giovani svolgono nella trasformazione sociale costruttiva. Parlando durante un seminario sul tema «i giovani e lo spirito del cambiamento sociale», Christine Boyle, direttrice di un’ONG per il cambiamento sociale, ha notato che «molti movimenti sociali guidati da giovani rispecchiano il

desiderio spirituale di creare un mondo migliore mediante un servizio altruistico».

Un altro oratore, Eric Farr della fondazione Inspirit, ha fatto eco a questi pensieri affermando che «molti giovani aspirano a una visione di cambiamento spirituale, cioè a una visione di una società più unita e più giusta . . . Dobbiamo avere fiducia nella capacità di tutti e nel desiderio di tutti di contribuire al benessere dell’insieme».

Il discorso finale del convegno è stato pronunciato da Doug White, in una sessione intitolata: «Riconoscere la nostra unità: la riconciliazione, la sfida dei nostri tempi». Il signor White, ex capo della prima nazione snuneymuxw ha detto che il dialogo richiede il superamento di molti dei rapporti conflittuali che oggi caratterizzano la società canadese.

«Scagliarsi l’uno contro l’altro non porta alla riconciliazione», ha detto. «Abbiamo bisogno di un discorso attivo e completo sul cambiamento sociale necessario per realizzare la riconciliazione nella società. Si può ottenerlo con una grande sofferenza oppure cercando di conseguire una sempre maggiore comprensione fra le differenti componenti della società».

«[La riconciliazione] esige una nuova mentalità e un nuovo orientamento verso noi stessi, l’uno verso l’altro e verso tutti coloro che ci circondano. Questa è una sfida spirituale, morale ed etica . . .».

Riflettendo sul convegno, il signor Cameron ha detto: «Siamo molto soddisfatti della qualità delle conversazioni e del genuino entusiasmo espresso nei confronti delle idee trasmesse dai partecipanti».

Ha spiegato che il convegno fa parte di un costante «processo di ricerca collettiva».

«È collettiva perché sta crescendo e si sta estendendo anche ad altre persone. Ed è una ricerca perché siamo motivati e unificati dalle domande che poniamo senza avere la presunzione di possedere le risposte giuste».

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Nella Colombia rurale, i semi della trasformazione mettono radici

Nella Colombia rurale, i semi della trasformazione mettono radici

In Norte del Cauca, la terra è ricoperta di piantagioni di canna da zucchero che si estendono per miglia e miglia sotto lo sguardo vigile delle Ande.

Sparsi nella distesa dei campi di monoculture, villaggi e piccole fattorie punteggiano il terreno. Negli ultimi decenni, queste fattorie tradizionali e il verde lussureggiante della regione sono stati ampiamente sopraffatti da vasti campi coltivati a canna da zucchero.

Qui, nel villaggio di Agua Azul e nelle comunità limitrofe, la gente ha incominciato a parlare della rinascita dell’habitat naturale. Questi discorsi sono nati nell’aprile del 2012, quando è stato annunciato che la gente della regione avrebbe qui costruito una Casa di culto baha’i.

Dopo l’annuncio, mentre la comunità si accingeva a prepararsi a questo importante evento, la maggiore consapevolezza della natura e dello scopo della Casa di culto ha prodotto una maggiore attenzione all’ambiente naturale e al suo rapporto con il benessere spirituale e sociale della popolazione.

«Quando i piani per il Tempio sono stati annunciati, ci sono stati molti incontri», spiega Ximena Osorio, rappresentante della comunità colombiana. «La gente si è sentita ispirata dal concetto della Casa di culto, del fatto che essa unisca devozione e servizio e che debba essere un luogo di preghiera per tutti».

«A poco a poco si è incominciato a parlare dei tipi di alberi e di fiori che avrebbero circondato il Tempio», dice la signora Osorio. «Si voleva che il paesaggio trasmettesse la bellezza e la diversità della regione».

Nel tempo i discorsi si sono evoluti. «È emersa un’idea», prosegue la signora Osorio, «Nel terreno attorno al Tempio si sarebbe fatta crescere una foresta tipica del luogo».

L’idea ha preso piede e attorno al progetto si è formato un team.

Hernan Zapata, che la comunità chiama affettuosamente Don Hernan, ha recentemente preso l’iniziativa. Contadino tradizionale del vicino villaggio di Mingo, ha lavorato la terra per tutta la vita.

Oggi la sua è una delle ultime fattorie tradizionali che sopravvivono nella regione e molte delle specie che si trovano nella sua terra sono quasi scomparse nelle zone adiacenti. La sua terra dà un’idea della ricca diversità ecologica che fino a qualche decennio fa caratterizzava Norte del Cacua.

«La verità è che un tempo Norte del Cauca era un’immensa foresta», spiega Don Hernan. «Ma tutto questo è stato distrutto. Non esiste più».

«Con questo progetto voglio fare una cosa», spiega. «Voglio fare in modo che le nuove generazioni sappiano che cosa c’era qui una volta. Questa foresta indigena che stiamo per piantare deve essere una scuola, un luogo di apprendimento».

Il progetto ha attirato l’attenzione di molti altri nella regione. In tutti i villaggi del luogo, le persone hanno incominciato a donare semi e piante, da far crescere nella terra attorno al Tempio e in una serra che un gruppo di volontari locali ha costruito per il progetto.

Fra le offerte ci sono state alcune specie indigene, come il raro albero «burilico», una specie in via di estinzione nella regione.

Secondo Gilberto Valencia, che lavora in una fabbrica locale ed è membro del team del progetto, questa iniziativa lo ha messo in contatto con la storia della sua famiglia in Norte del Cacua.

«Ho sempre avuto un grande desiderio di sapere di più sulla terra e sull’agricoltura perché, pur non essendo un contadino, discendo da una lunga razza di contadini. Mio padre e suo padre hanno sempre avuto una fattoria che hanno coltivato per coprire le necessità della famiglia e per vendere prodotti ad altri.

Il progetto ha ispirato il signor Valencia, che è sposato e ha figli, a incominciare a studiare ingegneria ambientale.

«Quando ho incominciato a lavorare la terra attorno alla Casa di culto, ho sentito che quello che stiamo per costruire cambierà l’ambiente naturale», ha detto. «Questa è un’occasione per cambiare il destino della regione».

Ora il signor Valencia lavora al progetto con suo figlio Jason che ha dieci anni ed è il più recente e il più giovane membro del team.

Negli ultimi mesi Jason si è gettato nel progetto. Aiuta a trapiantare i semi e i germogli nel terreno del Tempio e lavora accanto al padre per coltivare e proteggere la terra circostante.

«Ho imparato a conoscere questi alberi che non sapevo nemmeno che esistessero», dice Jason, parlando della sua esperienza. «Mi piace lavorare con mio padre su questo progetto perché, insieme, stiamo facendo rivivere molte piante che stavano andando perdute».

Per Alex Hernan Alvarez, abitante di Agua Azul e membro del team, quello che sta accadendo nel villaggio è molto importante per i bambini.

Qui a Norte del Cacua, non abbiamo terre o spazi aperti a tutti come questo. Ho tre bambini e sono molto contento di pensare che lascerò loro qualcosa», dice il signor Alvarez.

«Sapere che per le future generazioni sbocceranno un foresta verdeggiante e una magnifica Casa di culto mi ispira un profondo sentimento di dedizione».

Parlando di uno degli alberi indigeni della regione, il «saman», il signor Alvarez afferma: «Il saman è un albero tradizionale, bello e grande. Quando i miei figli andranno lì a pregare, avranno un posto dove sedersi, sotto quell’albero. Questo mi dà ogni giorno una motivazione. E mi fa felice».

La Casa di culto non è ancora sorta, ma, in molti modi, sta già svolgendo il suo compito. Ispira gli abitanti della regione e mettersi in contatto con il sacro e a puntare verso più alte vette di servizio alla comunità.

«L’idea del Tempio, ciò che esso rappresenta», dice la signora Osorio, «sta già di per sé suscitando in tutti noi, bambini, giovani e adulti, l’idea dell’importanza di una vita imperniata attorno al culto di Dio e al servizio dell’umanità».

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La risposta dell’Iran all’UPR promette male per i baha’i e per i diritti umani

La risposta dell’Iran all’UPR promette male per i baha’i e per i diritti umani

Ginevra, 19 marzo 2015, (BWNS) — Che l’Iran abbia accettato, in modo limitato e condizionato, solo due delle dieci raccomandazioni che gli altri governi le hanno presentato quanto alle persecuzioni dei baha’i suggerisce che non ci saranno cambiamenti significativi nella politica del governo, una brutta prospettiva per i diritti umani in Iran.

«La triste realtà è che l’Iran ha rifiutato di accettare molte delle raccomandazioni presentate dalla comunità internazionale che il governo smetta di discriminare i baha’i e ha offerto al Consiglio per i diritti umani solo concessioni nominali sul tema», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community a Ginevra.

La signora Ala’i ha osservato che l’Iran ha accettato solo parzialmente due raccomandazioni che menzionano i baha’i nella sua risposta alla Revisione periodica universale di ottobre e ha totalmente respinto le altre otto.

«In ottobre alcuni governi avevano offerto raccomandazioni forti e significative su come l’Iran avrebbe potuto smettere di perseguitare i baha’i, ma l’Iran ne ha accettate solo due con certi limiti e condizioni e ha respinto tutte le altre.

«Basandoci su questo fatto e sul fatto che l’Iran non ha rispettato le raccomandazioni presentate nell’UPR del 2010, dubitiamo che nel prossimo futuro ci possano essere miglioramenti per i baha’i, che sono perseguitati in Iran unicamente per le loro convinzioni religiose», ha detto la signora Ala’i.

In un comunicato che ha letto oggi al Consiglio, la signora Ala’i ha osservato che durante l’UPR di ottobre «il signor Javad Larijani, capo della delegazione che ha redatto la Carta dei diritti della cittadinanza, ha affermato che i baha’i rientrano «nel cosiddetto contratto di cittadinanza» e «godono degli stessi privilegi di cui godono tutti i cittadini iraniani» e che hanno «professori e studenti nelle università».

«Ma di recente l’ayatollah Bojnourdi, uno di coloro che hanno redatto la Carta dei diritti della cittadinanza, ha detto pubblicamente: “Non abbiamo mai detto che i baha’i hanno diritto agli studi, i baha’i non hanno nemmeno i diritti della cittadinanza».

«Questa è la triste realtà in Iran», la signora Ala’i ha detto al Consiglio.

La signora Alai ha espresso la speranza che l’Iran, il quale desidera dimostrare al mondo il proprio rispetto, ripetutamente affermato, della Revisione periodica universale, incominci dal semplice provvedimento di dare ai baha’i libero accesso agli studi superiori, cosa che sarebbe in linea con le due raccomandazione che ha parzialmente accettato.

Le raccomandazioni accettate dall’Iran e quelle respinte

Durante la sessione formale dell’UPR dell’Iran in ottobre, altri governi hanno presentato 291 raccomandazioni su come l’Iran potrebbe migliorare la situazione dei diritti umani. Nella sessione del 19 marzo l’Iran ne ha accettate 130. Ne ha accettate con riserva 59 e ne ha respinte 102. Di quelle che menzionano specificamente i baha’i due (del Cile e della Repubblica Ceca) sono state accettate con riserva. Esse sono:

138.111. Adottare provvedimenti per impedire ogni forma di discriminazione contro le donne e le ragazze e, in particolare, permettere ai membri della comunità baha’i e di altre minoranze religiose l’accesso agli studi superiori (Cile).

138.131. Rivedere la legislazione e la politica per assicurare la libertà di religione alle persone che appartengono alle minoranze religiose, come i baha’i, e la protezione degli altri diritti umani senza discriminazioni (Repubblica Ceca).

L’Iran le ha accettate con riserva, specificando che «la piena applicazione di alcune di queste raccomandazioni confligge con la nostra costituzione, con alcune leggi fondamentali e con i valori islamici» e che «la procedura necessaria per correggere le attuali leggi richiede tempo e lunghe discussioni fra le differenti parti costituenti del sistema legislativo».

Le otto raccomandazioni che menzionano i baha’i e che sono state respinte sono le seguenti:

138.125. Mettere fine agli atti di repressione contro le minoranze etniche e religiose, in particolare i baha’i, e prendere provvedimenti efficaci per mettere fine alle politiche discriminatorie contro di loro (Lussemburgo).

138.126. Eliminare le discriminazioni contro le minoranze religiose come i baha’i e offrire a queste comunità una migliore protezione legale (Sierra Leone).

138.128. Prendere provvedimenti per impedire la discriminazione nella legge e nella pratica contro le minoranze etniche e religiose, come la detenzione arbitraria e l’esclusione dagli studi superiori e dagli impieghi governativi, nonché l’interferenza del governo nell’impiego privato, contro le persone che appartengono alla comunità baha’i (Svezia).

138.129. Cessare ogni discriminazione contro i membri delle minoranze etniche e religiose, come i baha’i, i dervisci, i cristiani, gli arabi ahwaziti, i baluci e i curdi, e assicurare il rispetto della libertà di religione (Australia).

138.130. Cessare le discriminazioni nella legge e nella pratica contro tutte le minoranze etniche e religiose, come i baha’i, i sufi, i curdi e gli arabi sunniti e assicurare la piena protezione dei loro diritti (Austria).

138.132. Porre fine alla discriminazione e alla repressione contro le persone a causa dell’affiliazione etnica e religiosa, come i bahai, i curdi, gli ahwaziti e i cristiani (Francia).

138.133. Porre fine alla discriminazione nella legge e nella pratica contro le minoranze etniche e religiose, come la comunità baha’i (Lituania).

138.134. Prendere provvedimenti per impedire la discriminazione e l’incitamento all’odio contro i baha’i o altre minoranze religiose, anche se non sono ufficialmente riconosciute (Messico).

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Alti funzionari dell’ONU affermano che in Iran si continua a violare i diritti umani

Alti funzionari dell’ONU affermano che in Iran si continua a violare i diritti umani

Secondo due alti funzionari dell’ONU, in Iran si continua a perseguitare i membri dei gruppi minoritari, come i baha’i, malgrado il governo abbia promesso di non farlo.

In alcuni rapporti al Consiglio dei diritti umani, il relatore speciale per i diritti umani, Ahmed Shahid, e il segretario generale Ban Ki-moon hanno espresso la loro preoccupazione perché in Iran è sempre alto il numero delle esecuzioni capitali e dei giornalisti e degli attivisti dei diritti umani messi in prigione e si continua a negare il diritto alla libertà di espressione e a discriminare le donne.

I rapporti sono stati redatti in previsione della sessione dedicata alla risposta dell’Iran alla Revisione periodica universale del 2014 (UPR). Nell’ottobre 2014, quando il Consiglio ha esaminato la situazione dei diritti umani in Iran, i governi del mondo hanno presentato all’Iran 291 raccomandazioni che suggerivano alcuni provvedimenti da prendere per migliorare la situazione dei diritti umani nel paese. In una sessione prevista per il 19 marzo il governo iraniano dovrà dire quali di questi suggerimenti ha deciso di accettare.

In un rapporto del 12 marzo il dottor Shahid ha espresso la sua preoccupazione perché le violazioni dei diritti umani in Iran proseguono immutate sebbene durante la sessione dell’UPR 2010 il governo abbia promesso di prendere provvedimenti per eliminarle o attenuarle.

«Il relatore speciale riconosce che il Governo ha preso alcuni provvedimenti per rispettare gli impegni presi nel 2010, ma si rammarica che nel 2014 la maggior parte di quegli impegni non sia stata rispettata e che il governo non abbia affrontato le cause delle violazioni messe in luce durante l’UPR e nei suoi rapporti semestrali del 2012, 2013 e 2014», ha detto il dottor Shahid.

Inoltre, ha aggiunto, il fatto che nell’ottobre 2014 altri governi abbiano presentato all’Iran 291 raccomandazioni «rispecchia questo fatto», che i diritti umani non sono migliorati.

Il dottor Shahid ha detto, per esempio, che le violazioni dei diritti della comunità baha’i in Iran proseguono immutate.

«Sebbene alti funzionari governativi abbiano affermato che i baha’i godono dei diritti della cittadinanza, essi continuano a essere discriminati e messi in prigione a causa della loro religione», ha detto il dottor Shahid.

«È giunta notizia che fra settembre e dicembre 2014 le forze di polizia delle città di Isfahan, Teheran, Shiraz, Hamadan, Karaj e Semnan hanno arrestato almeno 24 baha’i, portando il numero totale dei baha’i attualmente in carcere a 100».

Nel suo rapporto del 3 marzo anche il signor Ban ha espresso le sue preoccupazioni per le persecuzioni contro i baha’i.

«I membri dei membri minoritari etnici e religiosi continuano a essere perseguitati, arrestati e detenuti. Si continua a negare loro opportunità economiche, a espellerli dalle scuole e dalle università, a privarli del diritto di lavorare. Si continua a chiudere i loro esercizi commerciali e a distruggere i loro siti religiosi, come cimiteri e centri di preghiera», ha detto il signor Ban.

I due alti funzionari hanno espresso la loro preoccupazione anche per la detenzione e la vessazione di giornalisti, difensori dei diritti umani e attivisti dei diritti delle donne.

«La repressione degli operatori dei media, le restrizioni della libertà di opinione e di espressione, come la chiusura di giornali e riviste e il controllo, la censura e il blocco di siti web che divulgano notizie e analisi politiche, suscitano grande preoccupazione», ha detto il signor Ban.

Diane Ala’i, la rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra, ha elogiato entrambi i rapporti e ha esortato i governi a votare per il proseguimento del controllo internazionale della situazione dei diritti umani in Iran quando questo mese il Consiglio dovrà prendere in esame la decisione di rinnovare il mandato al relatore speciale.

«Come Ahmed Shahid e il Segretario generale hanno chiaramente indicato, l’Iran continua a violare i diritti umani della sua gente a tutti i livelli della società: donne, giornalisti, legali, membri di minoranze religiose o etniche o perfino semplici cittadini», ha detto la signora Ala’i.

«L’Iran ha promesso da lungo tempo di rispettare i diritti umani dei suoi cittadini ma è evidente che le sue promesse sono vuote e che la sola protezione per gli iraniani proviene dalla sorveglianza e dall’attenzione della comunità internazionale», ha detto.

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Un convegno esplora il collegamento fra l’arte di governo e la religione

Un convegno esplora il collegamento fra l’arte di governo e la religione

Oltre 50 persone hanno partecipato al «Convegno sull’arte di governo e la religione» che si è recentemente svolto nel famoso Palau Robert di Barcellona.

Il convegno è stato cosponsorizzato dalla comunità baha’i spagnola in collaborazione con altre sette organizzazioni e istituzioni, compresa l’Università di Barcellona, l’Associazione per il dialogo interreligioso dell’UNESCO e la Direzione generale degli affari religiosi del Governo catalano.

Gli organizzatori hanno voluto promuovere un dialogo su forme di organizzazione sociale nuove, giuste e pacifiche avvalendosi delle idee della scienza e della religione, ha spiegato Sergio Garcia, uno dei rappresentanti della comunità baha’i.

«Il convegno si proponeva di aprire uno spazio di riflessione sul contributo della religione al progresso sociale in generale e alle strutture, ai processi e agli strumenti del buon governo in particolare», ha detto il dottor Garcia. «Una sfida da affrontare era come generare uno spazio collettivo invece di uno spazio nel quale varie persone venissero a pronunciare i loro discorsi per poi andarsene».

Il primo giorno della manifestazione si è parlato della dimensione teorica dell’argomento «arte di governo e religione» e di alcuni temi pertinenti. Il secondo giorno ci sono state varie presentazioni del contributo pratico della religione al progresso sociale.

Il primo dei cinque interventi ha cercato di definire il concetto di arte di governo e il suo rapporto con la religione. «Il concetto di arte di governo», ha notato Nuria Vahdat, la prima oratrice, «riguarda il modo in cui i governi formali, le ONG, le organizzazioni comunitarie e il settore privato gestiscono gli affari e le risorse pubblici».

Lo storico Amin Egea ha poi parlato di come la religione ha ispirato nobili standard morali che hanno reso possibili forme progressiste di organizzazione sociale nelle varie ere. «L’efficacia delle istituzioni che governano la società», ha detto l’oratore, «dipende dalle qualità delle persone che vi partecipano».

Successivamente, Mar Griera, direttore dell’Istituto di sociologia della religione dell’Università autonoma di Barcellona ha contestato l’idea molto diffusa che le società pluralistiche e moderne tendono a emarginare la religione. L’oratrice ha spiegato che la religione può fiorire nelle società moderne e ha citato alcuni dati pratici a sostegno della sua affermazione.

I commenti della dottoressa Griera sono stati confermati da Silvia Albareda Tiana, professoressa di educazione presso l’Università internazionale di Barcellona. «Le dimensioni umanistiche offerte dalla religione possono favorire uno sviluppo umano più olistico», ha detto la dottoressa Tiana, «e l’esistenza di fondamenta religiose aiuta a migliorare le condizioni per avere società più giuste, eque e sostenibili».

Il secondo giorno, due presentazioni hanno chiarito il ruolo della religione nel progresso sociale. La prima ha spiegato che il dialogo interreligioso in Spagna ha promosso la libertà e la diversità religiosa e la seconda ha esaminato il contributo offerto dalla religione al mondo globalizzato.

Nell’ultima sessione Jose Rodriguez, professore di sociologia presso l’Università di Barcellona ha parlato di alcuni studi che suggeriscono che la religione contribuisce in modo significativo alla felicità promuovendo la coesione sociale e azioni altruistiche.

Riflettendo sullo sforzo compiuto dalle organizzazioni che hanno lavorato assieme per promuovere il dialogo sull’arte dei governo, il dottor Garcia ha spiegato che il convegno «può essere visto come uno sforzo per aprire un nuovo forum nel quale differenti attori che rappresentano tutti i settori della società possono contribuire collettivamente all’evoluzione de pensiero sociale in aree di interesse per il miglioramento della società».

Il congresso è stato il secondo di una serie che avranno luogo nei prossimi anni per esplorare differenti aspetti dell’arte di governo, come il governo globale, l’economia politica, i media e l’ordine del giorno e la sicurezza collettiva.

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Los Angeles osserva la Giornata «Education is Not a Crime»

Los Angeles osserva la Giornata «Education is Not a Crime»

Venerdì 27 febbraio, oltre 1100 persone si sono incontrate nell’Albergo Ace nel centro di Los Angeles per onorare i baha’i ai quali è stato negato il diritto di proseguire gli studi superiori in Iran.

«L’educazione non è un crimine – Live 2015» è stata una grande manifestazione della campagna «L’educazione non è un crimine» lanciata nel novembre 2014 da Maziar Bahari, giornalista e produttore irano-canadese che è stato messo in prigione in Iran nel 2009. La campagna si è ispirata al film «To Light a Candle», un documentario prodotto dal signor Bahari.

«To Light a Candle» illustra la resilienza costruttiva dei giovani baha’i che hanno manifestato il loro desiderio di proseguire gli studi organizzando una sistemazione informale, l’Istituto Baha’i di Studi Superiori (BIHE), che permetteva loro di accedere agli studi di livello universitario.

Il film è stato proiettato durante lo scorso week-end in oltre trecento località sparse per il mondo, nel Regno Unito, in Brasile, in India, in Olanda. Molti lettori universitari che lavorano gratuitamente per gli studenti del BIHE sono stati intervistati e hanno parlato dei giovani dell’Iran ai quali è stato vietato di proseguire gli studi. Articoli e relazioni sono stati pubblicati da molti siti web, come Daily Beast, Globe and Mail, Star Tribune, Australian Broadcasting Corporation (ABC), Irish Times, The Telegram, Pittsburg Post-Gazette, Amnesty International e World Religion News.

Durante la manifestazione di Los Angeles, è stato annunciato che quattro membri della delegazione del Congresso della California – Karen Bass, Janice Hahn, Alan Lowenthal e Edward Royce (presidente del Comitato affari esteri della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti) – avevano ricevuto diverse lettere appositamente scritte per sostenere la manifestazione che evidenziavano l’importanza dell’educazione universale.

La sera della manifestazione ci sono state esibizioni musicali, letture di racconti e interviste dal vivo, condotte dal signor Bahari, di baha’i che hanno parlato delle persecuzioni subite in Iran.

Durante una conversazione sul palcoscenico con il presentatore della serata, l’attore Rainn Wilson, il signor Bahari ha commentato che quando ha saputo della storia dei bahai, egli è stato sorpreso «dal modo in cui essi avevano resistito facendo ricorso agli studi e alla non violenza«. Ha aggiunto che «molti nel mondo devono imparare dai baha’i…».

L’attrice Eva LaRue ha recitato una storia drammatica scritta da Alistaire Taylor e basata sulle riflessioni di Keyvan Rahimian, un baha’i condannato a quattro anni di prigione per aver lavorato per il BIHE, sui giorni in cui aspettava che lo convocassero per la detenzione.

Inoltre, Quattro Sound, un complesso strumentale nominato per la Grammy Award, ha eseguito un pezzo ritmico.

È seguita un’intervista condotta dal signor Bahari, con Farideh Samimi, moglie di uno degli otto membri della seconda Assemblea Spirituale Nazionale iraniana (il direttivo dei baha’i) che sono stati arrestati, sottoposti a un processo sommario e messi a morte nel dicembre 1981.

L’attore Justin Baldoni ha recitato un pezzo incentrato sulla storia di una giovane di nome Behfar che vuole fare l’esame di ammissione all’università, ma non è ammessa perché è baha’i. Allora dichiara: «il governo non potrà mai impedirci di studiare, perché l’istruzione è uno dei dodici pilastri della nostra religione».

Il signor Bahari ha intervistato anche Marjan Davoudi che agli inizi degli anni ’90 è stata espulsa dall’università. Narjan ha raccontato che il rettore dell’università le ha detto: «Non sei un essere umano. Sei meno di un animale. Esci subito dal mio ufficio». Pur essendo affranta, in quel momento si è detta che non avrebbe mai smesso di imparare. Ha poi avuto la possibilità di studiare per corrispondenza con l’università dell’Indiana, grazie a materiale fotocopiato, a parte un unico libro di testo. Le sono occorsi dodici anni per laurearsi.

Poi l’attore Anthony Azizi ha letto un commovente racconto che parlava di Sonia, un’immaginaria studentessa baha’i, alla quale era stato insegnato fin da bambina che i baha’i non mentono sulla propria identità. Sonia è messa alla prova quando le dicono che potrà ricevere il premio che ha vinto come migliore studentessa della sua scuola solo se nega di essere baha’i. Si rifiuta di farlo, perde la possibilità di frequentare l’università e infine si iscrive al BIHE.

Sono poi stati proiettati tre brevi spezzoni di «To Light a Candle». Il signor Bahari ha commentato che il governo iraniano continuerà a lanciare contro i baha’i le accuse più disparate, ma quelle accuse non fanno altro che stimolare la curiosità dei musulmani sulla Fede baha’i.

Il programma è durato due ore e si è concluso con un vivace finale musicale eseguito da Ozomatli, Quattro Sound, Ellis Hall e K.C. Porter, una degna conclusione della serata che, malgrado i molti momenti di malinconia, è stata molto ispirante. È stata una degna celebrazione della resilienza della comunità baha’i iraniana davanti alle avversità.

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