Lanciato il nuovo sito web inglese della comunità baha’i

Lanciato il nuovo sito web inglese della comunità baha’i

Il sito web inglese della comunità baha’i è stato lanciato in una nuova versione accessibile a www.bahai.org . Questo sito che rappresenta ufficialmente la Fede baha’i in rete è stato aperto nel 1996 e questa è la sua più recente versione. Esso esamina le credenze e gli scritti della Fede baha’i e presenta le esperienze delle persone che, ispirate dagli insegnamenti di Baha’u’llah, cercano in tutto il mondo di contribuire al miglioramento della società.

Il sito riveduto comprende due sezioni «What Baha’is Believe [Che cosa credono i baha’i]» e «What Baha’is Do [Che cosa fanno i baha’i]» e offre una nuova versione della Baha’i Reference Library.

La sezione intitolata «What Baha’is Believe [Che cosa credono i baha’i]» intende organizzare una selezione delle più importanti credenze della Fede baha’i in alcune aree tematiche, come The Life of the Spirit [La vita dello spirito], God and His Creation [Dio e la Sua creazione]e Universal Peace [La pace universale]. «What Baha’is Do [Che cosa fanno i baha’i]» esamina il lavoro per il progresso sociale svolto dai baha’i, assieme a coloro che condividono le loro aspirazioni.

Il sito comprende anche una nuova versione della Baha’i Reference Library, l’autorevole fonte online degli scritti baha’i che offre una selezione di opere di Baha’u’llah, del Bab, di ‘Abdu’l-Baha, di Shoghi Effendi e della Casa Universale di Giustizia, nonché altri testi baha’i

Per leggere online l’articolo in inglese, vedere le foto e accedere ai link si va a: http://news.bahai.org/story/1037

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Infondatamente incriminato un baha’i yemenita dopo 14 mesi di carcere duro

Infondatamente incriminato un baha’i yemenita dopo 14 mesi di carcere duro

Contro ogni senso di giustizia le autorità yemenite hanno accusato Hamed Kamal bin Haydara, cittadino yemenita, di essere una spia di Israele e di convertire i musulmani alla Fede baha’i.

Queste accuse vengono all’inizio del suo secondo anno di carcere, In tutto questo tempo il signor bin Haydara è stato trattenuto senza alcuna accusa e ha subito vari tipi di torture e gravi violenze psicologiche.

Elham, la moglie del signor bin Haydara, ha detto all’agenzia Reuter che suo marito è stato crudelmente torturato in carcere per farlo confessare, cosa che lui non ha fatto. Di conseguenza il signor bin Haydara soffre ora di disturbi di salute cronici.

«Le accuse contro il signor bin Haydara sono infondate e insensate e arrivano dopo oltre un anno di maltrattamenti, compreso l’isolamento. In questo periodo le autorità hanno ripetutamente ammesso in privato che il signor bin Haydara è stato messo in prigione per motivi religiosi», ha detto Bani Dugal, la principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.

«Il signor bin Haydara è un rispettato e sincero padre di famiglia che non ha violato nessuna legge. I baha’i non fanno proselitismo per principio e tutti i nativi yemeniti che hanno accettato la Fede baha’i lo hanno fatto per convinzione», ha aggiunto la signora Dugal

«L’accusa di essere una spia di Israele è una grottesca distorsione della realtà», ha detto la signora Dugal.«Le circostanze storiche che hanno portato all’insediamento in Terra Santa del centro amministrativo e spirituale della Fede baha’i risalgono ad anni in cui lo stato di Israele non esisteva.

«L’obbedienza e la lealtà al governo sono fra i principi centrali della Fede baha’i e l’idea che un baha’i faccia la spia è totalmente assurda», ha detto la signora Dugal.

«Nello Yemen ci sono baha’i da decenni e i baha’i sono noti nella regione araba, anzi in tutto il mondo, per la natura pacifica e per l’atteggiamento di altruistico sevizio alla società».

La signora Dugal ha aggiunto: «La Baha’i International Community condanna questa azione illegale contro il signor bin Haydara e ne chiede l’immediata liberazione. Le accuse sono false e non esiste alcuna prova contro di lui».

Oltre a queste accuse le autorità dicono che il signor bin Haydara non è un cittadino yemenita e ha cambiato nome per entrare nel paese.

Il signor bin Haydara è nato nelle isole yemenite di Socotra e ha vissuto nel paese come cittadino. Suo padre, un medico, si è trasferito nello Yemen dall’Iran negli anni Quaranta e ha avuto la cittadinanza yemenita del sultano di Qishn e Socotra in riconoscimento dei suoi eccellenti servizi ai poveri. La cittadinanza è naturalmente passata al figlio. Il sultano ha dato un cognome yemenita al padre del signor bin Haydara per onorarlo e in riconoscimento del suo rispetto per il paese di adozione.

«Il signor bin Haydara è un marito devoto, padre di tre bambine e un leale cittadino dello Yemen», ha proseguito la signora Dugal. «Ma forse l’elemento più ironico e significativo di questa incriminazione è che le autorità hanno condannato il signor bin Haydara per non essere riuscito a ottenere la fiducia dei suoi concittadini malgrado “abbia dimostrato un alto livello morale”».

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http://news.bahai.org/story/1036

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Una tavola rotonda discute le migrazioni, i media e le errate percezioni

Una tavola rotonda discute le migrazioni, i media e le errate percezioni

In quale misura i media influenzano il nostro senso di identità? Come modellano la nostra percezione di coloro che sono diversi da noi? Come rafforzano la diversità? Queste domande hanno animato una recente tavola rotonda su come i media tedeschi descrivono la migrazione interna in Germania.

Intitolata «L’esclusione in Germania: i media stanno svolgendo il loro compito?», la manifestazione ha avuto luogo il 7 dicembre 2014 nel Centro nazionale baha’i alla periferia di Francoforte in occasione della Giornata dei diritti umani. È stata organizzata dalla comunità baha’i e della Fondazione per le settimane internazionali contro il razzismo, un’ONG tedesca. Fra i partecipanti erano presenti membri del Parlamento europeo, rappresentanti religiosi e un folto pubblico.

Canan Topcu, giornalista di origini turche e membro della Neue deutsche Medienmacher ha moderato la tavola rotonda, formata dalla signora Ursula Russmann, redattrice presso il quotidiano Frankfurter Rundschau, il dottor Markus End, sociologo e Membro del direttivo dell’Associazione per la ricerca sull’ antiziganismo e la signora Mahyar Nicobin, rappresentante della comunità baha’i.

I partecipanti alla tavola rotonda hanno discusso le sfide che i giornalisti devono affrontare quando scrivono sul complesso tema della migrazione. Oltre alle normali pressioni del tempo e dei limiti della lunghezza degli articoli, i giornalisti hanno a che fare anche con la richiesta di storie sensazionali e di ridurre temi complessi in racconti semplicistici.

Parlando di uno studio sulla descrizione dei rom sui media tedeschi che ha recentemente pubblicato, il dottor End ha spiegato che «nei media certe parole sono parole chiave per descrive gruppi di persone».

«Per esempio», ha detto, «la parola tedesca “Armutszuwanderung” (che significa povertà, migrazione) è diventata un sinonimo degli extracomunitari dall’Europa sudorientale, in particolare dei Rom».

Ha anche spiegato che il linguaggio e le immagini dei media consolidano gli stereotipi e i pregiudizi della società, accentuando la «diversità» che caratterizza gli atteggiamenti popolari verso alcune minoranze etniche.

Quanto alle immagini utilizzate per gli articoli, i partecipanti alla tavola rotonda hanno ricordato che spesso i giornalisti si servono di foto d’archivio fornite da organizzazioni giornalistiche. Le foto disponibili sono spesso fuori contesto, rafforzano gli stereotipi e trattano le popolazioni come oggetti.

Degli oltre 230 milioni di migranti internazionali documentati dall’ONU nel 2013, un milione e 200.000 sono entrati in Germania, che in questo campo è seconda solo agli Stati Uniti.

La signora Saba Detweiler, una delle organizzatrici della manifestazione, ha spiegato che la Germania, come molti altri paesi, ha visto i temi della migrazione venire alla ribalta dell’attenzione del pubblico.

Parlando delle motivazioni della manifestazione, ha spiegato che il tema sta molto a cuore ai baha’i, che lavorano con crescenti numeri di gruppi che la pensano come loro per vincere gli effetti distruttivi del pregiudizio e favorire l’armonia fra i diversi elementi della società.

«Questa manifestazione è stata una fra le molte che gruppi e persone riflessivi stanno organizzando in tutta la Germania», ha detto, «e si spera che ce ne siano ancora molte altre».

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un aspetto della campagna per rendere invisibili i baha’i

Due mesi nell’obitorio: un aspetto della campagna per rendere invisibili i baha’i

Nella grande città meridionale di Ahvaz la salma di un baha’i è stata trattenuta per quasi due mesi nell’obitorio, perché i funzionari locali si sono rifiutati di rilasciare il permesso per la sua sepoltura.

Shamel Bina è trapassato il 28 ottobre ma è rimasto insepolto, malgrado i numerosi appelli della famiglia e di altri, che invano si sono rivolti a molti funzionari, dal governatore generale all’imam della preghiera del venerdì.

L’agonia della famiglia è aggravata dal fatto che, qualche mese fa, il cimitero baha’i della città è stato chiuso dalle autorità, che hanno bloccato e murato l’ingresso al cimitero circondato da mura.

L’episodio è il più recente di una serie di episodi negli ultimi mesi che hanno visto i funzionari iraniani impedire o interferire con la sepoltura di defunti baha’i o decretare la distruzione dei loro cimiteri, apparentemente nel corso di una campagna per costringere i baha’i a rinnegare la propria identità religiosa.

In un’altra città, Semnan, i baha’i sono stati informati che per ottenere il permesso di seppellire i loro parenti deceduti dovevano firmare un impegno. Il modulo chiedeva che si impegnassero a non apporre nessun segno sulla tomba tranne il nome e la data di nascita e di morte e a non creare alcuno spazio verde nel cimitero, perché questo era considerato una promozione della loro fede. Un ordine come questo è stato dato all’inizio dell’anno per il cimitero baha’i di Sangsar.

«Negli ultimi anni oltre 40 cimiteri baha’i sono stati attaccati, devastati o chiusi e in molti casi la sepoltura di un baha’i è stata bloccata o ostacolata dalle autorità», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra.

«Ne emerge uno sforzo coordinato dal governo per rendere invisibili i baha’i dell’Iran eliminando uno dei pochi segni pubblici rimasti della loro esistenza, i loro cimiteri, e per costringerli ad attenersi ai riti musulmani come un altro mezzo per obbligarli a rinnegare la propria fede», ha detto la signora Ala’i.

L’episodio più noto in questo ambito è il lavoro di demolizione del cimitero baha’i storico intrapreso a Shiraz da aprile dalle guardie rivoluzionarie per far posto a un nuovo complesso sportivo e culturale.

I lavori di demolizione stanno continuando malgrado in settembre tre esperti ONU di diritti umani abbiano chiesto di fermarli. Le ultime informazioni sono che i lavori stanno proseguendo e che finora 5-6.000 metri quadri di terreno sono stati scavati o costruiti.

«È veramente ingiusto che i baha’i iraniani debbano non solo affrontare gravi persecuzioni nel corso della vita, privati della possibilità di studiare, di lavorare e di pregare, ma debbano anche essere privati di una dignitosa sepoltura», ha detto la signora Ala’i.

Altri incidenti di questa campagna sono:

● Il caso di Ziba Rouhani deceduta in ottobre a Tabriz. Per otto giorni le autorità locali hanno negato il permesso di seppellirla nel cimitero di Tabriz se non senza cassa, cosa che sarebbe stata contraria alle leggi funerarie baha’i.

● Il caso della signorina Mahna Samandari, una giovane di talento successivamente divenuta disabile, che è recentemente morta a Tabriz a 11 anni. In novembre si è saputo che anche a lei era stato negato di essere sepolta nel cimitero di Tabriz.

● In novembre le autorità hanno chiuso il cimitero baha’i di Mahmoudiyeh, nella provincia di Isfahan, e hanno detto che i baha’i non potevano più esservi sepolti.

● In giugno a Tabriz le autorità hanno vietato che Tuba Yeganehpour e altri due baha’i fossero sepolti nel cimitero pubblico.

● In aprile, la tomba di un eminente baha’i sepolto nel cimitero baha’i di Sabzevar è stata distrutta con una ruspa da ignoti. Come in altri episodi di quest’anno, è chiaro che nessuno avrebbe potuto usare un veicolo così grande senza il permesso delle autorità.

● In un periodo di otto mesi nella città di Tabriz le autorità hanno negato il permesso per seppellire i resti di almeno 15 baha’i nel cimitero pubblico e le famiglie sono state costrette a traslare le salme in un’altra città.

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Sulle pendici delle Ande la luce sale e ispira

Sulle pendici delle Ande la luce sale e ispira

È uscito un altro telegiornale sulla costruzione della Casa di culto baha’i per il Sud America.

Fra gli sviluppi dei lavori di costruzione, il video illustra il notevole progresso compiuto sull’involucro del tempio che ha nove ali. Le strutture di acciaio delle nove ali sono state completate e ora si stanno inserendo le migliaia di pannelli di cristallo che le copriranno. Una volta completate queste nove ali trasparenti, esse lasceranno filtrare la luce naturale illuminando l’interno della Casa di culto.

Una tema abbondantemente evidenziato nel telegiornale è il contributo di giovani di tutto il mondo che sono stati ispirati dalla Casa di culto a dedicare un periodo della loro vita a servire nel terreno del tempio e in attività per la costruzione di comunità nelle località adiacenti.

«Quello che mi piace di più di questo tempio è che è per tutti», dice uno dei giovani volontari nel video. «Non è solo per uno specifico gruppo di persone. È aperto a tutti».

Oltre allo spirito di servizio che anima il lavoro dei giovani volontari, il telegiornale illustra anche alcuni recenti eventi, elencati sotto, che danno un’idea del fatto che l’intera popolazione delle zone attorno al tempio ne sta acquisendo una crescente consapevolezza.

● Oltre 130 studenti di una scuola vicina hanno partecipato a un tour durante il quale si è discusso l’importante ruolo svolto dai giovani nel miglioramento della società.

● Alcuni giovani baha’i del progetto del tempio hanno partecipato a una commemorazione a Penaloen per la Giornata dei giovani e la solidarietà.

● 30 impiegati statali di vari dipartimenti della municipalità hanno visitato il terreno del tempio e hanno sentito parlare della Fede baha’i e della natura e dello scopo della Casa di culto.

● L’Università Adolfo Ibanez ha ospitato un convegno sullo sviluppo della Casa di culto, con la partecipazione dell’architetto Siamak Hariri.

● Per la prima volta un senatore della Repubblica del Cile ha fatto visita al terreno del tempio.

Il link per vedere questo telegiornale si trova nella pagina dell’articolo.

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http://news.bahai.org/story/1032

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Preoccupazioni per i baha’i di Rafsanjan dopo una campagna d’odio contro di loro

Preoccupazioni per i baha’i di Rafsanjan dopo una campagna d’odio contro di loro

In un’atmosfera di crescenti difficoltà economiche una recente dimostrazione anti-baha’i e un acceso discorso pronunciato da un prelato hanno suscitato preoccupazioni per la sicurezza dei baha’i di Rafsanjan, una cittadina iraniana.

L’Hojatoleslam Abbas Ramezani-Pour, l’imam della preghiera del venerdì di Rafsanjan ha dichiarato in un discorso alla fine di novembre che, secondo le fatva [decreti] religiose, i baha’i sono «impuri» e che è «proibito» fare affari e commerciare con loro.

«Si deve finalmente realizzare il giusto desiderio della gente, che non ci siano baha’i in questa città», ha detto il signor Ramezani-Pour.

«E in effetti questo imam ha chiesto che i baha’i siano espulsi da Rafsanjan», ha detto la signora Bani Dugal, il principale rappresentate della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite. «Queste parole così negative pronunciate da un noto prelato della città sono estremamente preoccupanti e dimostrano quanto sia profonda la discriminazione».

«La chiusura di alcune ditte della città e la vessazione economica dei baha’i stanno già mettendo a dura prova i baha’i», ha detto la signora Dugal.

Diversi giorni prima del discorso del signor Ramezani-Pour, una dimostrazione anti-baha’i si è svolta davanti all’ufficio del governatore di Rafsanjan.

La stampa filogovernativa sostiene che le dimostrazioni sono state spontanee e volute dalla popolazione locale. Ma le foto dimostrano che è stato un evento organizzato, dato l’uso di cartelloni prestampati che erano ovviamente stati preparati in anticipo. Alcuni cartelloni dicevano: «i baha’i sono intrinsecamente impuri» e altri «nei bazar musulmani non c’è posto per infiltrazioni infedeli».

«Le espressioni di odio e la disseminazione di informazioni false contro i baha’i non sono una novità in Iran», ha detto la signora Dugal. «Ma questi incidenti sono un brutto segno perché in passato simili dichiarazioni da parte di capi religiosi e incitamenti all’odio contro un certo gruppo hanno avuto gravi conseguenze».

Per esempio il 24 agosto 2013 il signor Ataollah Rezvani, un noto baha’i di Bandar-Abbas è stato ucciso con un’arma da fuoco nella sua automobile. Si noti che qualche anno prima del suo assassinio, l’imam della preghiera del venerdì aveva incitato la popolazione locale contro i baha’i, dicendo che erano «anti-islamici». Egli aveva anche invitato i cittadini a «insorgere» contro la comunità baha’i.

Naturalmente i baha’i non sono l’unico gruppo minacciato dal pulpito. Recentemente, l’imam della preghiera del venerdì di Isfahan ha pronunciato un discorso provocatorio durante il quale ha detto che gli avvertimenti non erano più sufficienti nella lotta per assicurare che le donne usassero convenientemente l’hijab, ossia il velo per il capo. Ora si doveva ricorrere alla forza e alla violenza. Poco dopo questo discorso dell’acido è stato gettato in faccia a molte donne che non portavano quello che le autorità considerano un abito conveniente per uscire di casa in città.

«In Iran le parole dei prelati hanno una grande influenza sui pensieri di coloro che li seguono», ha detto la signora Dugal. «Dov’è il governo? È possibile negare la sua complicità?».

L’ottobre scorso, cinquanta negozi baha’i sono stati chiusi nella città di Kerman, 23 a Rafsanjan e sei a Jiroft, tutte cittadine della medesima provincia. Negli ultimi mesi l’aumento del numero delle ditte e dei negozi baha’i che sono stati chiusi dimostra un piano coordinato per esercitare una pressione maggiore sui baha’i dell’Iran

● In luglio la chiusura di una ditta baha’i ha lasciato senza lavoro 20 cittadini di Ghaemshahr.

● Nel settembre 2014, una baha’i di Yazd, alla quale era stata rifiutata la licenza commerciale nonostante le sue rimostranze presso gli uffici competenti, è stata informata da un alto dirigente di quegli uffici che aveva ricevuto dalle autorità superiori una circolare che ordinava al suo ufficio di non rilasciare permessi di lavoro ai baha’i e di farlo gradualmente probabilmente per non attrarre l’attenzione dei media internazionali. Si noti inoltre che, mentre cercava di salvare la sua ditta, la signora è stata consigliata dal sindacato locale di registrarla con il nome di un musulmano. E quando l’ha fatto, l’interessato musulmano è stato minacciato dagli impiegati dell’ufficio, i quali hanno insistito, senza successo, di fargli firmare un impegno nel quale dichiarava che né quella baha’i né nessun altro baha’i sarebbero mai entrati nel negozio.

● Nell’agosto 2014 tre veterani, che erano stati prigionieri di guerra e ricevevano per questo una pensione, sono stati convocati dall’ufficio competente e sono stati informati che se non avessero dichiarato di essere musulmani, non avrebbero più ricevuto la pensione. I tre si sono rifiutati di abiurare e ora non ricevono più la pensione.

● Nell’ottobre 2014, le licenze di quattro baha’i di Yazd non sono state rinnovate.

● Nel novembre 2014, in Isfahan agenti del Ministero dei servizi segreti sono entrati nelle residenze di diversi baha’i che lavoravano in casa e hanno sigillato le aree adibite al lavoro per indicare che essi non potevano più lavorare.

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Le Nazioni Unite mandano un segnale forte all’Iran per i diritti umani

Le Nazioni Unite mandano un segnale forte all’Iran per i diritti umani

Il terzo Comitato dell’ONU ha mandato oggi all’Iran un segnale forte, esortando il suo governo a rispettare i suoi obblighi nei confronti dei diritti umani internazionali.

Con 78 voti favorevoli, 35 contrari e 69 astensioni, il Terzo Comitato dell’Assemblea generale ha approvato una risoluzione che esprime «profonda preoccupazione per le continue, gravi violazioni dei diritti umani».

La risoluzione di sei pagine elenca, fra le preoccupazioni dell’Assemblea, la grande frequenza delle esecuzioni capitali, delle torture, delle restrizioni della libertà di assemblea e di espressione, il bersagliamento dei giornalisti, la generale diseguaglianza di genere e le discriminazioni religiose, anche contro i baha’i iraniani.

«L’approvazione di questa risoluzione manda all’Iran un segnale forte sul fatto che, nonostante le speranze internazionali di un miglioramento delle relazioni, la comunità internazionale non ignorerà le violazioni dei diritti umani nel paese», ha detto Bani Dugal, la principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.

«Chiarisce inoltre che la comunità internazionale non accetta le ripetute asserzioni dell’Iran che i diritti umani stanno migliorando.

«Per i baha’i iraniani non c’è stato certamente alcun miglioramento e il clima di discriminazione religiosa è peggiorato in tutto il paese», ha detto la signora Dugal.

Il Terzo Comitato ha approvato la risoluzione dopo le severe relazioni del Segretario generale dell’ONU Ban Ki-Moon e del relatore speciale Ahmed Shaheed, i quali hanno espresso la loro preoccupazione per le numerose e continue violazioni dei diritti umani in Iran.

La relazione del signor Ban, per esempio, nota che non ci sono stati miglioramenti della situazione dei diritti umani per le minoranze religiose ed etniche. Scrive: «Le minoranze religiose, come i baha’i e i cristiani, subiscono violazioni radicate nella legge e nella prassi».

Il dottor Shaheed, relatore speciale dell’ONU per i diritti umani in Iran, esamina una lunga serie di violazioni, mancanza di processi giusti, specialmente per le esecuzioni capitali, e «arresti, detenzioni e processi arbitrari di persone che hanno esercitato i propri diritti fondamentali».

Il dottor Shaheed dedica dieci pagine alla persecuzione dei baha’i iraniani, notando che essi subiscono molti tipi di discriminazione negli studi e nel lavoro e che oltre cento baha’i sono in prigione.

La risoluzione odierna nota «con preoccupazione» che l’Iran ha fatto ben poco per implementare le sue promesse di quattro anni fa durante la prima Revisione periodica universale del Consiglio dei diritti umani.

Illustra specificamente le «continue discriminazioni, persecuzioni e violazioni dei diritti umani» perpetrate dall’Iran contro i baha’i, chiedendo la liberazione dei sette dirigenti baha’i iraniani, la fine della «criminalizzazione degli sforzi per dare ai giovani baha’i la possibilità di proseguire gli studi superiori» e l’«emancipazione» complessiva della comunità baha’i iraniana.

Presentata dal Canada la risoluzione ha avuto altri 45 co-sponsorizzatori ed è la ventisettesima risoluzione annuale sui diritti umani in Iran presa dall’ONU dal 1985.

Come precedenti risoluzioni, essa chiede all’Iran di permettere agli osservatori dei diritti umani di visitare il paese, cosa che deve ancora accadere, malgrado nel 1968 l’Iran abbia firmato il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali.

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http://news.bahai.org/story/1030

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Scrittori internazionali chiedono la liberazione di uno dei dirigenti baha’i iraniani imprigionati

Scrittori internazionali chiedono la liberazione di uno dei dirigenti baha’i iraniani imprigionati

Durante una campagna per difendere gli scrittori perseguitati, PEN International ha chiesto la liberazione di Mahvash Sabet, una dei sette dirigenti baha’i iraniani imprigionati.

Nel tentativo di attirare l’attenzione sulla sorte di circa 900 romanzieri, poeti, e giornalisti che sono stati vessati, imprigionati, assassinati o che sono «scomparsi» l’anno scorso, l’organizzazione degli scrittori ne ha scelti cinque per una campagna di una settimana e la signora Sabet è la prima.

PEN International ha detto che la signora Sabet e agli altri sei dirigenti baha’i iraniani imprigionati «hanno subito un trattamento e privazioni spaventose durante la detenzione prima del processo» prima di essere condannati a dieci anni di carcere «dopo sei brevi sedute del tribunale caratterizzate da una totale disattenzione ai requisiti legali di un equo processo».

Il romanziere Alberto Manguel ha scritto alla signora Sabet un’appassionata lettera aperta che è stata pubblicata lunedì dal giornale The Guardian.

Le poesie dalla signora Sabet «sono una testimonianza delle ingiustizie, dei pregiudizi e dell’incapacità di comprendere che qualunque cosa la società faccia a un poeta, le sue poeta saranno sempre libere nella mente dei lettori e continueranno a portare alla luce nuove idee a stimolare la mete a dialogare», ha scritto il signor Manguel.

«Prison Poems [Poesie dal carcere]», il libro di poesie della signora Sabet, è stato pubblicato nel 2013. Insegnante ed educatrice, la signora è in prigione dal marzo 2008, accusata e alla fine condannata per false accuse di «spionaggio» e di «propaganda contro la Repubblica Islamica».

PEN International pubblicherà questa settimana lettere aperte indirizzate ad altri scrittori nel corso di una campagna che culminerà il 15 novembre, XXXIII Giornata internazionale dello scrittore in prigione. La campagna chiede ai membri di PEN, autori un centinaio di paesi, di sottoscrivere una petizione che richiede l’immediata liberazione della signora Sabet.

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http://news.bahai.org/story/1029

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L’Iran non risponde alla richiesta di una maggiore libertà religiosa

L’Iran non risponde alla richiesta di una maggiore libertà religiosa

Oggi, durante un esame della situazione dei diritti umani nel paese, l’Iran non ha risposto adeguatamente alle ripetute richieste di altri governi di mostrare un maggior rispetto per la libertà religiosa e di porre fine alla discriminazione contro le minoranze religiose, inclusi i baha’i.

«Purtroppo oggi durante la sessione del Consiglio per i diritti umani abbiamo visto un tentativo di sorvolare sul tema della discriminazione religiosa, ripetutamente menzionata con preoccupazione da vari governi», ha detto Diane Ala’i, rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite a Ginevra.

«E nelle sue risposte alle domande poste da alcuni stati membri sui baha’i, il rappresentante dell’Iran ha ancora una volta completamente mistificato i fatti e ipocritamente affermato che i baha’i godono di tutti i diritti della cittadinanza.

«Se ci fosse una barlume di verità in quello che ha detto, perché allora sabato scorso nelle città di Kerman, Rafsanjan e Jiroft 79 negozi baha’i sono stati sommariamente chiusi da funzionari governativi perché i negozianti avevano sospeso le attività per osservare una recente festività baha’i? Queste chiusure violano la libertà di questi cittadini iraniani di praticare la loro religione», ha detto la signora Ala’i.

«Inoltre, perché negli ultimi 30 anni ai baha’i è stato ufficialmente impedito di frequentare l’università o di lavorare nel settore pubblico o di guadagnarsi da vivere con un’attività propria?», ha detto la signora Ala’i.

La signora Ala’i ha osservato che alcuni governi di tutte le parti del mondo hanno sollevato il tema dell’intolleranza religiosa in Iran e hanno spesso e specificamente espresso preoccupazione per il trattamento dei baha’i, nonché dei cristiani, dei sunniti e dei sufi.

La signora ha inoltre notato che alcuni governi hanno anche ripetutamente espresso la loro preoccupazione per i segni di vaste discriminazioni contro le donne, per l’imprigionamento di giornalisti e difensori dei diritti umani e per l’eccessivo uso della pena di morte, specialmente in assenza di un equo processo.

«Purtroppo, i commenti dei rappresentanti iraniani sono stati anche questa volta una prevaricazione, sia sulla libertà religiosa, sia sulla libertà di stampa o di assemblea, sia sull’equo processo», ha detto la signora Ala’i.

La signora Ala’i ha osservato che i rappresentanti iraniani hanno anche cercato di introdurre il concetto della «universalità multiculturale dei diritti umani».

«Questo concetto darebbe al governo la libertà di interpretare a suo piacimento la legge internazionale dei diritti umani, cosa che sta già facendo quanto ai baha’i, alle donne e ad altro ancora», ha detto la signora Ala’i.

La sessione odierna verteva su un esame quadriennale davanti al Consiglio per i diritti umani, un processo noto come Esame periodico universale (UPR). Oltre cento governi hanno presentato all’Iran dichiarazioni e quesiti e hanno offerto raccomandazioni.

Attualmente i baha’i in prigione in Iran sono più di cento. Ai baha’i è inoltre negato l’accesso agli studi superiori e sono inoltre ufficialmente discriminati in molte categorie dell’impiego. Il governo ha anche promosso una ben documentata campagna di odio contro i baha’i attraverso i mezzi di comunicazione e ha duramente limitato il loro diritto di praticare liberamente la loro religione.

L’Iran ha subito l’ultimo UPR nel febbraio 2010. Durante quella sessione i membri del Consiglio hanno presentato 188 raccomandazioni su come l’Iran avrebbe potuto migliorare la sua adesione alla legge internazionale per i diritti umani. L’Iran ha «accettato» o promesso di realizzare 123 di quelle raccomandazioni, 34 delle quali riguardano specificamente i baha’i e la loro situazione.

Ma l’Iran non ha fatto nulla per applicare quelle 34 raccomandazioni, un fatto che è documentato in una recente relazione della Baha’i International Community intitolato «Promesse disattese». La Fede baha’i è la più numerosa delle minoranze religiose non islamiche in Iran.

«Il modo in cui l’Iran tratta i baha’i è la prova del nove per il modo in cui il governo rispetta i diritti di tutti i suoi cittadini», ha detto la signora Ala’i. «I baha’i sono non-violenti e non sono una minaccia per il governo, perciò non c’è ragione per cui quel governo non debba semplicemente e ragionevolmente rispettare i loro diritti».

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In Iran lanciato un vasto attacco contro i negozianti baha’i

In Iran lanciato un vasto attacco contro i negozianti baha’i

31 ottobre 2014, (BWNS) — Mentre a Ginevra presso le Nazioni Unite si sta svolgendo l’Esame periodico universale dell’Iran e i suoi rappresentanti proclamano di salvaguardare e proteggere i diritti umani di tutti i loro cittadini, in una regione dell’Iran le autorità hanno sferrato contro i negozianti baha’i un ampio attacco sistematico pre-programmato. Questo attacco ha comportato ulteriori sofferenze e tribolazioni per molte famiglie che stanno già soffrendo le conseguenze delle politiche governative che si prefiggono lo strangolamento economico della comunità baha’i in Iran.

La mattina di sabato 25 ottobre le autorità hanno sigillato 79 negozi baha’i di Kerman, Rafsanjan e Jiroft mentre erano chiusi per consentire ai proprietari baha’i di osservare una festività baha’i.

In un palese tentativo di infangare la reputazione dei proprietari baha’i, hanno applicato ai negozi degli striscioni sui quali è scritto che i proprietari hanno violato le regole che disciplinano la compravendita e il commercio.

I baha’i si sono guadagnati la stima dei loro concittadini per l’onestà e la rettitudine negli affari e anche la stima degli impiegati e dei colleghi musulmani, nonché dei fornitori e dei clienti. I membri della comunità baha’i stanno facendo tutto il possibile per ottenere giustizia attraverso le vie legali disponibili, anche se è evidente che questa azione contro di loro è sponsorizzata dallo stato. Hanno chiesto alle autorità di esibire le prove delle accuse infondate mosse contro di tutti quei negozianti baha’i, includendo le leggi e i criteri specifici che essi sono stati accusati di aver violato.

«I rappresentanti di uno stato che afferma che la sua Costituzione e le sue leggi si basano sugli insegnamenti e sui principi islamici farebbero bene a considerare gli effetti della loro doppiezza sulle giovani generazioni e sul futuro del paese», ha detto la signora Bani Dugal, rappresentante della Baha’i International Community. Chiediamo a tutti i governi di far pressione sul governo dell’Iran perché fermi questa e tutte le altre forme di discriminazione contro i baha’i dell’Iran, che sono innocenti dalle accuse mosse contro di loro e che cercano solo di contribuire al progresso della loro nazione come leali cittadini ossequienti alle leggi».

Per leggere l’articolo in inglese online, vedere le foto e accedere ai link si vada:

http://news.bahai.org/story/1027

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