La coesistenza religiosa alla luce di recenti eventi

9 set

La coesistenza religiosa alla luce di recenti eventi

Quando nell’aprile 2014 un membro del clero islamico iraniano offrì ai baha’i del mondo una riproduzione calligrafia delle parole di Baha’u’llah, compì un gesto senza precedenti che contrastava nettamente con una storia di 170 anni di ininterrotta persecuzione religiosa.

Il dono dell’ayatollah Hamid Masoumi Tehrani alla comunità baha’i è di per sé un evento notevole, ma ciò che merita l’elogio e l’attenzione di tutti è l’intenzione con cui è stato offerto. Il fatto che egli abbia mostrato analoghe aperture verso i cristiani indica che nella sua terra c’è un profondo desiderio di favorire la coesistenza. L’Ayatollah non è solo, moltitudini di persone in Iran e in tutto il mondo vogliono la pace e l’armonia. Molti di loro riconoscono di non sapere come fare a conseguirle.

Un’illustrazione delle circostanze storiche precedenti l’evento del dono di questo presule offre un punto di riferimento nella recente ondata di commenti e risposte sulla coesistenza pacifica da parte di vari capi religiosi in tutto il mondo.

Il contesto storico

Sin dalla fondazione della Fede baha’i nel 1844, i suoi seguaci sono stati sottoposti, sotto i vari governi che si sono succeduti, a un’interminabile ondata di persecuzioni. Oltre 20 mila seguaci sono stati uccisi per le loro convinzioni religiose e migliaia di migliaia sono stati ingiustamente messi in carcere. Esecuzioni capitali, assassinii, torture e aggressioni violente sono state le più aperte forme di persecuzione.

La persecuzione dei baha’i in Iran ha però assunto anche altre forme: confische di proprietà, di centri amministrativi e di Luoghi sacri, profanazioni di alcuni dei più sacri luoghi e dei cimiteri della comunità, atti di vandalismo contro le case e incendi dolosi, vessazione dei bambini baha’i nelle scuole, disseminazione di mistificazioni degli insegnamenti e della storia baha’i in testi di studio usati nelle scuole, esclusione dei giovani dagli studi superiori, arbitrari ritiri di licenze commerciali, chiusura di negozi e l’elenco continua.

I baha’i sono tuttora regolarmente definiti eretici e associati ad atti immorali e pratiche occulte nei sermoni religiosi e nei media sponsorizzati dallo stato. Essi sono anche regolarmente accusati di essere spie di vari governi. E i capi religiosi hanno ripetutamente incitato la popolazione a compiere impunemente atti di violenza contro la comunità.

Dal 1979 oltre duecento baha’i iraniani sono stati uccisi e centinaia sono stati torturati e imprigionati.

E da quando è scoppiata la rivoluzione nessuno dei perpetratori di questi atti criminali è stato portato davanti alla giustizia.

La persecuzione contro i baha’i in Iran non mostra segni di miglioramento perché è una politica del governo del paese. D’altronde i capi religiosi iraniani sono colpevoli di fomentare l’odio e il pregiudizio della popolazione contro la comunità baha’i. Un memorandum del governo iraniano che è trapelato nel 1993 e che prescrive che il progresso dei baha’i nella società iraniana sia «bloccato» porta la firma del supremo capo religioso del paese, Ali Khamenei. E più recentemente il signor Khamenei ha emesso una fatwa che prescrive al popolo iraniano di evitare qualunque interazione con i baha’i.

È sullo sfondo di questo cieco pregiudizio religioso alimentato dai capi religiosi che l’ayatollah Tehrani ha compiuto per primo fra i presuli del suo rango nell’Iran postrivoluzionario il gesto di evidenziare una credenza baha’i di importanza fondamentale tratta dal più sacro testo della Fede e il diritto della comunità di praticare la propria religione nella sua terra d’origine.

I mesi successivi hanno rivelato che il suo gesto risponde a una profonda aspirazione di molte persone di buona volontà in tutto il mondo, compresi i capi di molte religioni e denominazioni, nonché di accademici, giornalisti e difensori dei diritti umani, tanto in Iran quanto nel resto del mondo.

Un mese dopo il dono dell’Ayatollah, alcuni esponenti dei diritti umani in Iran hanno espresso, per la prima volta collettivamente, il loro pubblico sostegno dei baha’i e dei loro ex dirigenti ora imprigionati, in occasione del sesto anniversario della loro detenzione. L’ayatollah Tehrani era presente all’incontro e ha affermato: «le opinioni devono cambiare . . . e io penso che questo sia il momento adatto».

Anche al di fuori dell’Iran, l’iniziativa dell’ayatollah Tehrani ha ispirato le reazioni positive di alcuni alti dignitari del mondo musulmano, stimolando ulteriormente la conversazione sulla coesistenza religiosa che si stava facendo strada nei loro paesi.

Questi risultati hanno colpito la comunità baha’i non perché qualcosa sia per loro cambiato in Iran, dato che le ultime notizie indicano che negli ultimi mesi le persecuzioni contro i baha’i si sono intensificate, ma perché essi toccano una delle più ardenti aspirazioni dei baha’i sin dai primi giorni dell’esistenza della loro religione.

Oltre un secolo fa, quando ‘Abdu’l-Baha, figlio di Baha’u’llah e capo della Fede baha’i dopo il Suo trapasso, Si fermò per un anno in Egitto prima dei Suoi storici viaggi in Occidente, il tema dell’unità religiosa emerse spesso nelle sue interazioni con eminenti personaggi e con i media.

Proseguendo nei Suoi viaggi in Europa e nel Nord America, Egli ripeté in molti discorsi pubblici che, come l’umanità è una, così lo sono anche le religioni e che se le religioni sono molte nell’aspetto esteriore, la loro realtà è una sola, proprio come «i giorni sono molti, ma il sole è uno solo».

Più recentemente, nella sua lettera ai capi religiosi del mondo nel 2002, la Casa Universale di Giustizia ha scritto che il pregiudizio religioso è una forza pericolosa che sta crescendo nel mondo.

«Con il passar dei giorni aumenta il pericolo che i crescenti fuochi del pregiudizio religioso inneschino un incendio mondiale di cui è impossibile prevedere le conseguenze», ha scritto la Casa di Giustizia. «La crisi esige dai capi religiosi una rottura con il passato tanto decisiva quanto quelle che hanno permesso alla società di affrontare gli altrettanto velenosi pregiudizi di razza, di genere e di nazionalità».

Che cosa ci aspetta

La storia ha dimostrato che anche gli atti più piccoli possono avere conseguenze di vasta portata. Anche se l’incidente più spesso citato a questo proposito, l’assassinio dell’arciduca Ferdinando come evento scatenante della prima Guerra mondiale, è negativo, è altrettanto vero che un singolo esempio di altruismo può stimolare un aumento della consapevolezza che alla fine fa progredire un’intera comunità, una società, una nazione, il mondo.

Coloro che cercano di trovare varie soluzioni per il trambusto di cui è preda il Medio Oriente in questo momento ammettono che il pregiudizio e il fanatismo settari sono alla base degli insolubili problemi che affliggono i popoli di quella regione. Il gesto compiuto dall’ayatollah Tehrani, uno dei molti compiuti da molte persone e da molti gruppi motivati dal desiderio di pace, mette in luce un processo parallelo che sta svolgendosi in contrasto con gli orrori che l’estremismo religioso sta infliggendo al mondo, un processo che offre la speranza di un cambiamento costruttivo e la possibilità che in questo gesto si possa raccogliere un seme che, se sarà curato, potrà diventare un albero che a sua volta si trasformerà in una foresta.

Per legge online l’articolo in inglese, vedere le foto e accedere ai link si vada a

http://news.bahai.org/story/1017

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