Una lettera aperta sui diritti di tutti gli iraniani

8 dic

L’Assemblea Spirituale Nazionale dei Baha’i d’Italia ha saputo che in una lettera aperta al capo della magistratura iraniana, la Baha’i International Community ha rilevato ieri la contraddizione fra le persecuzioni contro i baha’i in Iran e la richiesta avanzata dall’Iran stesso che le minoranze islamiche siano trattate equamente negli altri paesi.

«Chiediamo che ai baha’i del paese sia riconosciuto il diritto alla piena cittadinanza, affinché possano realizzare la loro viva aspirazione a contribuire, a fianco dei loro concittadini, al progresso della nazione», dice la lettera.

«È questo che voi giustamente chiedete per le minoranze musulmane che abitano in altri paesi. I baha’i si limitano a chiedere a voi lo stesso trattamento», dice la Baha’i International Community.

Rispettando i diritti dei baha’i iraniani, darete «un segno di voler rispettare i diritti di tutti i cittadini del vostro paese», prosegue la lettera.

Il documento, che porta la data del 7 dicembre ed è indirizzato all’Ayatollah Mohammad Sadeq Larijani, afferma che le ingiustizie inflitte ai cittadini baha’i dell’Iran sono «un riflesso della grave oppressione che ha sommerso la nazione». Rimediare ai torti subiti dai baha’i porterebbe «nei cuori di tutti gli iraniani la speranza che siete pronti a garantire la giustizia a tutti».

«Pertanto il nostro è un invito a rispettare i diritti di tutto il popolo iraniano», dice la Baha’i International Community.

«Come è possibile fondare una società giusta, o un mondo giusto, sulla base di un’oppressione irrazionale e di una sistematica violazione dei diritti umani di una minoranza? Il modo in cui trattate il vostro popolo nella vostra terra contraddice tutto ciò che la vostra nazione apertamente dice al mondo di voler perseguire».

«Misure reprensibili»

La lettera elenca dettagliatamente le «molte misure reprensibili» che i funzionari hanno preso durante la detenzione, il processo, la condanna e l’appello dei sette dirigenti baha’i, che in passato servivano come membri di un gruppo di livello nazionale che, come il governo iraniano sapeva, contribuivano a provvedere ai bisogni spirituali minimi dei baha’i in Iran.

I sette sono stati accusati di attività di propaganda contro l’ordine islamico e la formazione di un’amministrazione illegale, e di altro ancora. Tutte le accuse sono state categoricamente respinte.

La lettera prosegue affermando che il pubblico ministero non è stato in grado di «presentare nessuna prova credibile a sostegno delle sue accuse» contro i sette. Il tribunale, osserva, «era così lontano dall’imparzialità che deve caratterizzare ogni processo giudiziario da diventare una farsa». «Come mai», chiede la lettera a questo proposito, «la sentenza emessa dal giudice ha definito la religione degli accusati una “setta sviata”?».

«. . . è ora diventato evidente a tutti che le autorità hanno voluto calpestare quegli stessi criteri di giustizia che esse hanno il mandato di difendere a nome del popolo dell’Iran», afferma la lettera aperta.

Bani Dugal, il rappresentante principale della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite dice che l’accusa che i sette abbiano agito contro gli interessi dell’Iran non ha mai avuto alcun fondamento.

«Ad aggravare questa palese ingiustizia, la magistratura non ha ancora formalizzato la sentenza in appello», dice la signora Dugal, «privando i prigionieri del diritto di chiedere la libertà provvisoria o di ottenere il permesso di uscire dal carcere».

«Contro ogni logica, i prigionieri sanno scontando il terzo anno di una detenzione che è ancora definita “temporanea”», dice.

Condizioni terribili

Dopo la condanna, i sette dirigenti baha’i – Fariba Kamalabadi, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi, Saeid Rezaie, Mahvash Sabet, Behrouz Tavakkoli, and Vahid Tizfahm – sono stati trasferiti dalla prigione Evin alla prigione Gohardasht di Karaj.

«Di fatto sono stati esiliati contravvenendo alle disposizioni che regolano il trasferimento dei carcerati in Iran», dice Bani Dugal. «Fra gli altri trattamenti indegni, sono anche costretti a sopportare una terribile sporcizia, rischi di malattie e ambienti così affollati da non potersi sdraiare o recitare le preghiere quotidiane».

«Da recenti notizie si è appreso che hanno problemi di salute, ma non hanno alcuna possibilità di curarsi», ha detto.

Le notizie sul processo e sulla condanna dei sette ha suscitato un coro di proteste da parte dei governi di tutto il mondo. Alle proteste si sono uniti anche l’Unione Europea e il Presidente del Parlamento europeo, assieme a eminenti capi religiosi, a numerose organizzazioni per i diritti umani e a moltissimi altri gruppi e persone.

«Ci uniamo ai governi e alle persone di buona volontà di tutto il mondo per chiedere al capo della magistratura iraniana di liberare questi sette baha’i innocenti e, assieme a loro, tutti i baha’i incarcerati nel paese», ha detto la signora Dugal.

Per leggere l’articolo e la lettera aperta in inglese e in persiano, si vada a: http://news.bahai.org/story/801

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