Onorati gli eroi «sconosciuti» che hanno promosso la libertà e la coesistenza religiosa

17 mag

Onorati gli eroi «sconosciuti» che hanno promosso la libertà e la coesistenza religiosa

In questo mondo di divisioni e di conflitto ci vuole un grande coraggio perché coloro che appartengono a un gruppo dominante rompano le fila e parlino a favore degli oppressi, specialmente quando questo atto implichi un grande rischio personale.

Se ne possono trovare esempi, spesso inosservati, in molti luoghi, come per esempio quando gli albanesi si rifiutarono di isolare gli ebrei durante la seconda guerra mondiale, quando due sacerdoti italiani hanno dato asilo a orfani della minoranza tutsi durante l genocidio in Ruanda negli anni Novanta, quando alcune donne musulmane e cristiane hanno negoziato la liberazione di alcuni bambini tenuti in ostaggio da un gruppo ribelle in Sierra Leone, o, più di recente, quando un presule iraniano ha coraggiosamente sostenuto la coesistenza con i baha’i.

Queste e altre storie di «valore sconosciuto» sono state raccontate ieri durante una manifestazione alla quale hanno partecipato ambasciatori presso le Nazioni Unite, accademici, funzionari delle Nazioni Unite e rappresentanti della società civile e durante la quale si è parlato dell’importanza delle azioni compiute da comuni cittadini a sostegno della libertà religiosa e della prevenzione di ogni atrocità.

«Le persone delle quali abbiamo sentito parlare dovrebbero diventare i nostri modelli e i nostri campioni e guidare le nostre azioni», ha detto Adama Dieng, consulente speciale del segretario generale dell’ONU per la prevenzione del genocidio. «Lasciamoci ispirare da loro a parlare apertamente e ad agire contro l’intolleranza, la discriminazione e la violenza».

Sponsorizzata da due comitati ONG presso le Nazioni Unite, «Valore sconosciuto: atti di coraggio interreligioso nella promozione della libertà di religione e di credenze» ha avuto luogo nell’ufficio della Baha’i International Community a New York.

Bani Dugal, presidentessa del Comitato ONG per la libertà di religion e di credenza, uno dei comitati sponsorizzatori, ha detto che la manifestazione era stata ispirata dal recente gesto dell’ayatollah Abdol-Hamid Masoumi-Tehrani, il quale ha pubblicamente donato ai baha’i del mondo il manoscritto miniato di un passo tratto dagli scritti di Baha’u’llah, il fondatore della Fede baha’i.

«È stato un gesto molto coraggioso data la sistematica persecuzione dei baha’i in Iran», ha detto la signora Dugal, la quale è anche la principale rappresentante della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite.

«Presso le Nazioni Unite, le discussioni sui diritti umani e in particolare la libertà di religione e di credenza spesso vertono sul ruolo degli stati membri e della legge internazionale.

«E tuttavia, sappiamo che anche le azioni dei comuni cittadini sono altrettanto importanti per la difesa della libertà e questa manifestazione cerca di mettere in evidenza quelle persone che parlano apertamente, spesso con grande rischio personale, per dimostrare solidarietà alle persone a rischio, per ispirare e influenzare gli altri a creare unità e armonia nell’ambiente», ha detto la signora Dugal.

Ferit Hoxha, rappresentante permanente della Repubblica albanese presso le Nazioni Unite, ha raccontato la drammatica storia degli albanesi, i quali durante la seconda guerra mondiale, come popolo e come nazione, hanno accolto gli ebrei proteggendoli dalla persecuzione nazista, malgrado l’occupazione tedesca e il grande rischio delle persone che offrivano asilo.

«Ben pochi paesi in Europa hanno resistito e salvato migliaia di ebrei», ha detto l’ambasciatore Hoxha.

Quello che rende unica la storia Albanese, ha detto, è il fatto che «tutti i membri della comunità ebraica che vivevano in Albania sono sopravvissuti all’Olocausto».

«A differenza dagli altri paesi occupati, l’Albania è divenuta un santuario per gli ebrei e alla fine della guerra gli ebrei presenti entro i suoi confini erano dieci volte di più rispetto all’inizio».

«Non occorre molta immaginazione né molto sforzo per capire che quegli anni erano particolarmente bui anche per gli albanesi», ha detto l’ambasciatore Hoxha. «I rischi erano molti, molte le minacce alla vita e nascondere un ebreo sotto l’occupazione nazista metteva in pericolo di vita l’intera famiglia».

Jacqueline Murekatete ha raccontato una storia personale di come, con l’aiuto di due coraggiosi sacerdoti italiani dell’orfanatrofio Sant’Antonio a Nyanza, Ruanda, ella sia sopravvissuta al genocidio del 1994, durante il quale oltre un milione di tutsi sono stati uccisi dalla minoranza hutu. Purtroppo, i suoi genitori e tutti i suoi fratelli e le sue sorelle non sono sopravvissuti.

«I due sacerdoti italiani sono stati ripetutamente minacciati», ha detto la signora Murekatete, che ora è un’attivista dei diritti umani internazionalmente riconosciuta e che ha fondato il Jacqueline’s Human Rights Corner, un programma di educazione e di prevenzione del genocidio. «Sono sati malmenati. Ma ogni volta che sono stati convocati all’ambasciata e invitati ad andarsene, si sono rifiutati di farlo.

«Hanno detto all’ambasciata che, se non potevano portare via con sé i bambini, come me, non sarebbero partiti», ha detto la signora Murekatete. «In questo modo oltre 300 bambini tutsi sono sopravvissuti».

William Vendley, segretario generale di Religions for Peace International, ha raccontato diverse storie di capi religiosi che hanno lavorato dietro le quinte in tutto il mondo per placare conflitti religiosi o etnici.

In Sierra Leone, durante una brutale guerra civile durata dal 1991 al 2002, un gruppo di donne musulmane e cristiane ha coraggiosamente negoziato la liberazione di 50 bambini tenuti prigionieri dal Fronte rivoluzionario unito, ha detto il dottor Vendley, che è anche presidente del Comitato delle ONG religiose presso le Nazioni Unite, che ha co-sponsorizzato la manifestazione.

«Sono andate nella foresta completamente disarmate», ha detto il dottor Vendley. «E la loro forza è stata che erano donne ed erano tutte madri».

Quell’atto di coraggio ha aperto la porta agli accordi di pace che hanno poi messo fine alla guerra nel 2002, ha detto il dottor Vendley.

«Sono convinto che se queste donne, musulmane e cristiane assieme, non avessero fatto quello che hanno fatto, la strada verso la soluzione finale non sarebbe stata così diretta», egli ha detto.

Nel raccontare queste storie, molti oratori hanno detto che sono questi atti di coraggio di singole persone o di piccoli gruppi hanno abbattuto le barriere dell’odio e dell’intolleranza che tentano di disumanizzare alcuni gruppi.

In quel contesto, il consulente special Dieng ha detto che apprezzava «la saggezza e il coraggio» dell’ayatollah Tehrani.

«Faccio eco al suo appello alla “coesistenza religiosa “ con i baha’i iraniani», ha affermato il signor Dieng, dicendo che egli «ci dimostra che il legato islamico di pace non è solo storia: deve anche essere “futuro”».

«Il coraggio è come un fiore che sboccia dal cemento», ha detto il signor Dieng. «Può favorire la dignità umana sfidando gli stereotipi e gli stigmi e – nei casi migliori – salvare vite».

Borislava Manojlovic, esperta di analisi e soluzione dei conflitti della Seton Hall University, facendo riferimento in senso generale ad azioni di questo tipo, ha detto che quando singole persone o leader «si allontanano dalla norma», ciò può comportare «una varietà di effetti trasformativi a sostegno della pace».

L’esperta aveva parlato di persone che nel recente conflitto nella Repubblica Centro-Africana avevano dato asilo a musulmani. «Scegliere la pace durante un conflitto può essere pericoloso», ha detto la dottoressa Manojlovic, notando che i membri della maggioranza rischiano di essere emarginati dalle loro stesse comunità.

«Ma una vera pace sostenibile si realizza quando qualcuno nel sistema è capace di immaginare un modo per creare una discontinuità nel circolo vizioso delle vendetta (che spesso è alla base dei conflitti) e agire in questo senso», ha detto la dottoressa Manojlovic.

«Questa è una scelta che una persona o un gruppo, o una stato fanno», ha detto.

Per leggere l’articolo in inglese online, vedere le foto e accedere ai link si vada a:

http://news.bahai.org/story/1000

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