Proteste in tutto il mondo per il protrarsi della detenzione dei dirigenti baha’i in Iran

23 mag

Proteste in tutto il mondo per il protrarsi della detenzione dei dirigenti baha’i in Iran

Funzionari governativi, organi di stampa e attivisti dei diritti umani di tutto il mondo hanno nuovamente protestato per il protrarsi della detenzione dei sette dirigenti baha’i in Iran.

Le proteste coincidono con il sesto anniversario del loro iniquo arresto. Sei dei sette sono stati arrestati il 14 maggio 2008 e tutti loro stanno ora scontando 20 anni di carcere, la più dura condanna inflitta ad attuali prigionieri di coscienza in Iran.

La più sensazionale commemorazione del loro arresto si è svolta a Teheran il 12 maggio quando una dozzina di persone, attivisti dei diritti umani, giornalisti e un capo religioso si sono incontrati con i baha’i in una casa privata.

Ripresi assieme in una foto che ha avuto ampia diffusione online, del gruppo facevano parte i legali per i diritti umani Nasrin Sotoudeh e Nargess Mohammadi; Masumeh Dehghan, attivista e moglie di Abdolfatah Soltani, un legale dei diritti umani attualmente detenuto, Muhammad Maleki, il primo capo dell’Università di Teheran dopo la rivoluzione islamica, Jila Baniyaghoob, Issa Saharkhiz e Muhammad Nourizad, eminenti giornalisti che sono stati in prigione e l’ayatollah Abdol-Hamid Masoumi-Tehrani, un presule musulmano che ha recentemente invocato la coesistenza religiosa con i baha’i.

Fuori dall’Iran, l’anniversario è stato ricordato in varie manifestazioni che hanno avuto luogo in vari paesi, fra i quali il Brasile, il Sud Africa, il Regno Unito e gli Stati Uniti.

Queste manifestazioni coincidono con la pubblicazione di un nuovo documentario sulla persecuzione dei baha’i iraniani, «To Light a Candle», prodotto dall’eminente produttore e giornalista Maziar Bahari.

Inoltre importanti editoriali e commenti sono apparsi in importanti organi di stampa, come The Wall Street Journal, The Guardian, il National Post e The Huffington Post. Commenti sono apparsi anche su organi di stampa iraniani. Tutti hanno chiesto la liberazione dei sette.

«L’anniversario della vittoria presidenziale di Hasan Rouhani in Iran si avvicina, ma la situazione dei diritti umani nella Repubblica islamica, soprattutto per quanto riguarda il trattamento delle minoranze religiose, rimane pessima», hanno scritto Robert George e Katrina Lantos Swett su The Wall Street Journal il 19 maggio 2014. «Lo è soprattutto per i baha’i, la maggiore minoranza religiosa non musulmana in Iran».

Scrivendo per il Teheran Bureau di The Guardian il 19 maggio, Ramin Ahmadi ha detto che la sorte dei sette, e di tutti i baha’i iraniani, è «la sorte di tutti gli iraniani che non si adeguano in un modo o nell’altro».

«La loro libertà religiosa, i loro diritti umani sono un requisito essenziale della nostra libertà, dei nostri diritti umani», ha scritto il signor Ahmadi, co-fondatore del centro di documentazione dei diritti umani dell’Iran.

Il dottor George e il dottor Swett, che lavorano entrambi per la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale, hanno scritto: «Come nel caso dei pastori cristiani arrestati, Saeed Abedini e Farshid Fathi, il regime di Teheran non dà segno di voler liberare i cosiddetti sette baha’i – i dirigenti baha’i in prigione per false accuse, come spionaggio e «diffondere corruzione sulla terra» – o smettere di perseguitare la sua popolazione baha’i, che conta oltre 300 mila persone».

Irwin Cotler, scrivendo sul National Post canadese, ha usato il sesto anniversario dell’arresto dei sette per richiamare l’attenzione sul tema complessivo delle violazioni dei diritti umani in Iran.

Egli ha scritto che la condanna a 20 anni è «praticamente una condanna a morte per alcuni di loro, data l’età avanzata», aggiungendo che «il regime iraniano ha fatto dell’appartenenza alla religione baha’i e dell’attività per essa un crimine». Il signor Cotler è stato Ministro della giustizia e Procuratore generale del Canada.

Preoccupazione è stata espressa anche da alcuni funzionari governativi.

Nel Regno Unito, il Foreign Office ha pubblicato un comunicato stampa chiedendo che i sette siano liberati.

«Sei anni fa, sette dirigenti della fede baha’i in Iran sono stati condannati a vent’anni di prigione per aver praticato la propria religione», ha detto Hugh Robertson, ministro per il Medio Oriente. «Chiedo alle autorità iraniane di liberarli con procedura di urgenza. Sono inoltre molto preoccupato per la recente notizia della profanazione di un cimitero baha’i a Shiraz, nel quale sono sepolti circa 950 baha’i».

In Canada il 14 maggio, Andrew Bennett, ambasciatore per la libertà religiosa, ha pubblicato una dichiarazione ricordando il sesto anniversario dell’arresto dei sette ed esprimendo tristezza perché «in Iran la situazione delle minoranze religiose resta difficile, senza alcuna prospettiva oltre alle vane promesse del presidente Rouhani».

«In Iran i baha’i, i cristiani, i dervisci e i musulmani sunniti continuano a subire vessazioni, arresti arbitrari, detenzioni e maltrattamenti da parte delle autorità iraniane perché praticano la loro fede e frequentano le loro comunità religiose», ha detto il dottor Bennett.

Altri hanno ricordato il sesto anniversario dei sette in altri modi.

Negli Stati Uniti, il nuovo documentario «To Light a Candle», prodotto e diretto dall’ex corrispondente a Teheran del Newsweek Maziar Bahari, è stato proiettato in maggio in diverse città del Nord America, come Los Angeles, New York, Toronto e Chicago.

Scrivendo su The Huffington Post, il giornalista Omid Memarian ha detto che il film segna «una svolta nella descrizione delle condizioni dei baha’i in Iran.

«Esso rivela decenni di repressioni, persecuzioni e intimidazioni contro una pacifica comunità di iraniani le cui vite sono state duramente colpite dall’intolleranza religiosa della classe dirigente iraniana», ha scritto il signor Memarian.

Sempre negli Stati Uniti, quattro membri del Congresso hanno scritto una lettera al presidente Barack Obama sul deterioramento della situazione dei diritti umani in Iran. La lettera, che dedica un paragrafo alla situazione dei sette prigionieri baha’i, sta ora circolando fra i membri del Congresso e acquisendo altre firme.

Inoltre, tredici organizzazioni religiose degli Stati Uniti, come l’American Jewish Committee, l’American Islamic Congress, la Anti-Defamation League, la Baptist World Alliance e l’Hindu American Foundation, hanno inviato una lettera al segretario di stato statunitense John Kerry, dicendo che il trattamento dei sette è «un segno del deterioramento della situazione dei diritti umani in Iran».

«Siamo molto preoccupati per la libertà religiosa e per i diritti umani in Iran», dice la lettera. «La invitiamo a chiedere la liberazione dei [sette] e di tutti i prigionieri di coscienza in Iran e di parlare in difesa dei fondamentali diritti di tutti i cittadini dell’Iran».

In Brasile, alcuni rappresentanti della comunità baha’i, il Consiglio nazionale delle chiese cristiane, la Federazione spiritualista brasiliana e la United Religions Initiative si sono incontrate per pregare davanti all’edificio del Parlamento brasiliano.

Ad essi si è unita la senatrice Ana Rita, presidentessa della Commissione per i diritti umani del senato brasiliano, la quale ha chiesto l’immediata liberazione dei sette e la cessazione delle persecuzioni contro i baha’i iraniani.

Lo stesso giorno, il senatore Eduardo Suplicy ha preso la parola durante la sessione plenaria del Senato brasiliano per parlare in difesa dei sette.

In Sud Africa il 15 maggio, SAFM, un’importante stazione radio del paese, ha trasmesso un programma di 30 minuti interamente dedicato alla sistematica persecuzione dei baha’i in Iran.

I sette dirigenti baha’i formavano il gruppo, ora sciolto, noto come «Yaran» o «Amici in Iran», che operava per provvedere ai bisogni spirituali e sociali dei 300 mila membri della comunità baha’i del paese, con la piena consapevolezza del governo.

Il 14 maggio 2008, durante una serie di incursioni di primo mattino a Teheran, sei di loro sono stati arrestati: Fariba Kamalabadi, Jamaloddin Khanjani, Afif Naeimi, Saeid Rezaie, Behrouz Tavakkoli e Vahid Tizfahm. Il settimo membro del gruppo, Mahvash Sabet, era stata arrestata due mesi prima il 5 marzo 2008.

In seguito, i sette dirigenti sono stati sottoposti a un processo viziato. Durante il primo anno della loro detenzione, i sette non sono stati informati delle accuse mosse contro di loro e non hanno praticamente avuto alcun accesso ai legali. Il processo, durato alcuni mesi nel 2010 con solo sei giorni davanti al tribunale, è stato illegalmente chiuso al pubblico, si è basato su prove inesistenti e il pubblico ministero e i giudici hanno mostrato di avere molti pregiudizi.

«L’atto di accusa emesso contro i nostri clienti… sembrava una dichiarazione politica», ha detto uno dei loro legali, Mahnaz Parakand. «Era un documento di 50 pagine… pieno di accuse e di offese contro la comunità baha’i dell’Iran, soprattutto i nostri clienti. È stato scritto senza produrre alcuna prova delle accuse».

Oggi i sette si trovano in condizioni molto difficili in due delle più importanti prigioni dell’Iran. I cinque uomini sono detenuti nella prigione Gohardasht di Karaj e le due donne si trovano nella prigione Evin di Teheran. Essi si trovano in ambienti appositamente riservati ai prigionieri di coscienza, sottoposti a restrizioni e sorveglianza speciali.

Per leggere l’articolo in inglese online, vedere le foto e accedere ai link si vada a:

http://news.bahai.org/story/1004

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