Tre baha’i, incarcerati per l’impegno umanitario, iniziano il quarto anno di detenzione

20 nov

L’Assemblea Spirituale Nazionale dei Baha’i d’Italia ha saputo che ieri, nonostante sia stato dimostrato che non hanno commesso alcun crimine, per i tre baha’i iraniani ha avuto inizio il quarto anno di prigionia.

Le due donne, le signore Haleh Rohui e Raha Sabet, e il signor Sasan Taqva, sono stati arrestati nel maggio del 2006, assieme ad altri 51 baha’i e ad alcuni amici musulmani, per aver partecipato a un programma educativo per bambini disagiati nella città di Shiraz e sobborghi.

Mentre i dieci collaboratori musulmani e un baha’i con difficoltà di apprendimento sono stati rilasciati immediatamente, gli altri sono stati condannati per «insegnamento indiretto della Fede baha’i». Le signore Rouhi e Sabet e il signor Taqva sono stati condannati a quattro anni di reclusione. Gli altri 50 sono stati condannati a un anno, pena sospesa con l’ingiunzione di frequentare una classe islamica.

Si ritiene che oggi, dopo tre anni, essi continuino a essere sottoposti a durissime condizioni in un centro di detenzione temporaneo.

«Per la legge iraniana, il Ministro dell’Informazione non può detenere i cittadini in questi centri se non per il tempo necessario all’interrogatorio», dice la signora Bani Dugal, rappresentante principale della Baha’i International Community presso le Nazioni Unite. «Ci risulta che le condizioni siano totalmente inaccettabili per la prolungata detenzione subita dalle tre persone».

Il processo e la detenzione hanno violato sia la legge iraniana sia quella internazionale, dice la signora Dugal. «Tutte le prove, compreso un rapporto chiesto a un funzionario iraniano, hanno dimostrato la loro innocenza».

Le autorità si sono rifiutate di prendere in considerazione le conclusioni dell’investigatore. Quando il rapporto è stato reso pubblico, egli ha riscritto il resoconto, eliminando quello originario.

«Il governo iraniano ha mancato di correggere un così ovvio errore giudiziario», dice la signora Dugal. «Questo non è che un altro caso, puro e semplice, di persecuzione religiosa».

«Per quale altro motivo tre persone, il cui “crimine” principale era l’impegno in progetti umanitari intesi ad aiutare i propri concittadini, continuano a essere rinchiuse in queste condizioni?».

In prigione per aver aiutato i poveri

L’idea di lavorare specificamente con i giovani di Shiraz ha preso corpo in un gruppo di studio organizzato dalla signora Sabet, che si era occupata di aiuti umanitari in seguito al terremoto del 2003.

La signora e le sue amiche hanno inizialmente lavorato a Katsbas, un sobborgo noto per l’uso di droghe e le attività criminali. Il gruppo istruiva i ragazzi preparandoli agli esami di fine anno. Con il beneplacito dei genitori, lo sforzo è stato esteso anche ai bambini per aiutarli a sviluppare capacità sociali e valori morali.

Quando il progetto è arrivato ad assistere oltre 200 bambini a Katsbas, il gruppo è riuscito ad avere dal consiglio comunale il permesso di lavorare. Un’altra impresa ha avuto inizio a Sahlabad, anch’essa sostenuta sia da baha’i sia da musulmani. Un’ulteriore iniziativa, curata da 14 educatori, ha coinvolto 100 giovani presso un centro educativo.

Il gruppo ha anche organizzato classi settimanali dedicate all’arte per giovani pazienti ammalati di cancro, un’attività entusiasticamente sostenuta dal direttore di un ospedale locale. Inoltre, sono state organizzate visite agli orfanotrofi e facilitazioni per bambini disabili.

Arresto e condanna

Il 19 maggio 2006, la polizia ha arrestato gli educatori e i dirigenti del progetto contemporaneamente in sei località.

Dopo il rilascio dei collaboratori musulmani, gli altri baha’i sono stati liberati nei giorni e nelle settimane successive. Le signore Rouhi e Sabet e il signor Taqva sono stati trattenuti per circa un mese.

Oltre un anno dopo ha avuto luogo un processo breve e formale. I baha’i sono stati accusati, tra l’altro, di «insegnamento indiretto della Fede baha’i», per aver usato un testo intitolato «Brezze di confermazione». Ma il testo non fa alcuna menzione della Fede baha’i. Presenta soltanto lezioni morali sviluppate attraverso una serie di racconti. Benché il Consiglio culturale della città avesse approvato l’uso del libro, il verdetto ha dichiarato che il permesso era stato ottenuto con l’inganno.

«Le accuse contro di loro erano prive di fondamento e inaccettabili in base all’Articolo 18 del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, un trattato internazionale che l’Iran ha firmato e che protegge il diritto di manifestare il proprio credo nel “culto, nell’osservanza, nella pratica e nell’insegnamento”», dice la signora Dugal.

«Tanto per cominciare, era evidente che le loro attività erano di natura strettamente umanitaria. In secondo luogo, persino la corte ha preso atto che il testo usato non faceva nessun esplicito riferimento alla Fede baha’i. Anche alcuni dei collaboratori musulmani hanno affermato di essere all’oscuro del fatto che i collaboratori fossero baha’i o che essi insegnassero la loro fede», ha aggiunto.

La maggior parte dei baha’i, data loro giovane età, sono stati condannati a un anno, condanna poi tramutata in obbligo di frequentare le classi organizzate dall’Organizzazione per la Propaganda Islamica. In queste classi, il credo e la storia baha’i erano messe in ridicolo, mistificate e insultate.

Ma le signore Sabet e Rouhi e il signor Taqva, sono stati condannati a quattro anni di carcere, tre anni per aver «organizzato gruppi illegali» e un anno «per aver insegnato a beneficio di gruppi contrari al regime islamico».

Centro di detenzione temporanea

Nel novembre 2007, le signore Sabet e Rouhi e il signor Taqva sono stati convocati nell’ufficio locale del Ministero dell’Informazione, col pretesto di restituire loro le proprietà che erano state confiscate. Ma era un inganno. Quando sono arrivati, sono stati immediatamente rinchiusi in cella. Sono passati tre anni e sembra che continuino a essere detenuti nelle stesse condizioni. Il signor Taqva è stato sempre lasciato in una cella da claustrofobia. Le donne sono state inizialmente rinchiuse insieme in un’altra piccola cella, normalmente usata per detenzioni di breve termine. Oggi sono tutti separati l’uno dall’altro. Senza finestre, senza letti e senza sedie e solo di recente hanno avuto un materasso. Si è saputo che tutti e tre i detenuti hanno dolori cronici alla schiena.

Di tanto in tanto sono concessi «rilasci temporanei», ma poi devono sempre ritornare in carcere per completare il periodo di quattro anni.

Per la maggior parte del periodo di detenzione, il signor Taqva ha inoltre sofferto per le conseguenze di una ferita a una gamba, causata da un incidente d’auto, ha sofferto di sciatica e per la debolezza muscolare causata dalla mancanza delle più semplici comodità. Benché sia stato rilasciato due volte per breve tempo per interventi chirurgici, è rimasto per la maggior parte del tempo senza adeguate cure mediche. I pochi esercizi giornalieri e l’accesso all’aria fresca, quando sono concessi, sono limitati a trenta minuti al giorno, non all’esterno, ma in una stanza priva di tetto. Tutte le volte che deve uscire dalla cella gli vengono bendati gli occhi.

L’ininterrotta detenzione del signor Taqva e delle sue due collaboratrici viola le norme internazionali e legali, sostiene la signora Dugal. «Per la legge iraniana, le persone accusate di crimini hanno il diritto a una giusta carcerazione in una prigione adatta a detenzioni di lunga durata, dove sia possibile avere adeguate cure mediche, cibo e igiene. La detenzione di queste persone innocenti in celle adatte a brevi permanenze viola non solo la comune decenza ma anche la legge nazionale».

Ignorato un rapporto riservato

Nel giugno 2008, Vali Rustami, ispettore e consigliere legale dell’Ufficio del Rappresentante del Leader Supremo per la provincia del Fars, ha presentato un rapporto confidenziale per richiesta del rappresentante del Leader Supremo dell’Iran per la provincia.

Il signor Rustami ha confermato che non solo non c’era alcuna menzione della religione nelle attività dei prigionieri, ma che i giovani che frequentavano le classi gli avevano detto che volevano continuare. «Hanno detto: “Abbiamo imparato molto da questo gruppo e vorremmo riaverli ancora con noi”», ha scritto il signor Rustami.

Quando il suo rapporto è diventato pubblico, egli ha scritto un’altra versione distorcendo i riscontri iniziali.

Lungi dall’essere una minaccia per la società, dice la signora Dugal, è chiaro che i tre stavano facendo del loro meglio per servire la società. «Conquistandosi la gratitudine di coloro che hanno assistito, i baha’i hanno suscitato l’ira del governo. Solo animosità e odio sfrenati possono spingere al pervertimento della giustizia che caratterizza questo caso».

«Dopo tre anni di detenzione, non si riesce a capire perché le autorità si rifiutino di fermare immediatamente il crudele trattamento di queste persone. Noi continuiamo ad appellarci alla comunità internazionale affinché parli in difesa di queste persone, come dei sette dirigenti baha’i detenuti e delle migliaia di altre persone nell’Iran odierno che sono state private dei diritti umani», ha detto.

Per leggere l’articolo in inglese e vedere le immagini si vada a http://news.bahai.org/story/799

Spiacente, nessuno articolo collegato.

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